Un nuovo pattugliatore per la Guardia Costiera

16 07 2013

736f5a6a34417a6cd1db5d086f74b81e_XLIntitolata al generale di porto Ubaldo Diciotti, medaglia d’argento al valor militare, è la seconda unità multiruolo commissionata a Fincantieri dal Comando Generale delle Capitanerie di Porto per la Guardia Costiera italiana.

È stata varato ieri a Castellammare di Stabia (Na) il pattugliatore Ubaldo Diciotti, la seconda unità multiruolo commissionata a Fincantieri dal Comando Generale delle Capitanerie di Porto per la Guardia Costiera italiana. L’unità, gemella di Luigi Dattilo varata lo scorso dicembre e in consegna entro l’estate, entrerà in servizio per la fine dell’anno.

Alla cerimonia erano presenti, tra gli altri, il Presidente della Regione Campania, Stefano Caldoro, il Comandante Generale del Corpo delle Capitanerie di Porto, l’ammiraglio Felicio Angrisano, e per Fincantieri, l’amministratore delegato Giuseppe Bono e il presidente Vincenzo Petrone. Hanno presenziato anche alcuni delegati del Registro Italiano Navale. Madrina della cerimonia di varo della nave, è stata Anna Maria Saracino, moglie dell’ammiraglio Angrisano.

Queste unità sono concepite per operare in mare aperto anche in condizioni meteo-marine particolarmente avverse e saranno impiegate per operazioni di ricerca e salvataggio, antinquinamento, antincendio e funzioni di controllo dell’immigrazione clandestina. Potranno inoltre operare con funzioni di centro e comando di operazioni navali complesse. Lunghe 94 metri, larghe 16, potranno raggiungere una velocità massima di circa 18 nodi, con un’autonomia di oltre 3mila miglia, per un dislocamento a pieno carico di circa 3600 tonnellate. Potranno ospitare a bordo un equipaggio di 38 persone, con possibilità di imbarcare ulteriori 12 tecnici e 60 naufraghi.

Saranno inoltre dotate di quattro imbarcazioni veloci (gommoni a chiglia rigida) in grado di raggiungere i 35 nodi di velocità ed essere impiegati in diversi tipi di missione e interventi d’emergenza. Disporranno infine di un ponte di volo per elicotteri di tipo AB212 o AW139. Le unità sono inoltre dotate di sofisticati sistemi di comando e controllo, di radar di ultima generazione in grado di poter scoprire e seguire eventuali macchie di inquinamento presenti sulla superficie del mare e dispongono di un ampio portellone poppiero che consente l’accesso e il trasporto di automezzi sull’ampio ponte di lavoro.

Il vero punto di forza di questi pattugliatori è l’aspetto innovativo dell’impianto propulsivo di tipo ibrido, che prevede una propulsione ausiliaria diesel-elettrica da utilizzare per le basse e bassissime andature, necessarie quando si eseguono operazioni di vigilanza e controllo per tempi prolungati, altrimenti impossibili da realizzare con la tradizionale propulsione.





Toni Capuozzo: «I marò sono stati incastrati»

15 07 2013

Immagine

Intervista all’inviato di guerra del Tg5, Toni Capuozzo, che ha ricostruito in un’inchiesta lo svolgimento dei fatti che portarono all’arresto dei fucilieri di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Demolendo l’impianto accusatorio a loro carico.

Il 1° luglio scorso viene trasmessa da TgCom 24 un’inchiesta che smonta pezzo dopo pezzo le accuse dell’India a carico dei marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. I due fucilieri del San Marco da 516 giorni sono trattenuti dalle autorità di Nuova Delhi con l’accusa di aver ucciso due pescatori indiani durante un’azione antipirateria. Autore del servizio, il giornalista Toni Capuozzo. Il Punto lo ha intervistato per farsi raccontare i dettagli di una ricostruzione che fa tremare dalle fondamenta il castello accusatorio indiano e che però, nonostante le eclatanti rivelazioni, non ha suscitato alcuna reazione da parte delle autorità italiane che si occupano del caso.

Capuozzo, che cosa non quadra nell’accusa indiana?
«Il punto principale è la manipolazione degli orari fatta dalla polizia, dalla magistratura e dalla guardia costiera indiane. È infatti ormai assodato che l’incidente che vede coinvolta l’Enrica Lexie, la petroliera italiana a bordo della quale i marò erano imbarcati come scorta antipirateria, avviene tra le 16 e le 16.30 ora locale. L’incidente nel quale trovano la morte i due pescatori indiani, invece, avviene alle 21.30. A dirlo è lo stesso capitano e armatore del peschereccio, Freddy Bosco, che ripete la sua versione sia agli inquirenti che alle tv. Tra i due fatti, dunque, ci sono come minimo 5 ore di differenza».

Dunque i nostri marò sono stati letteralmente incastrati. Perché?
«La mia sensazione è che all’inizio ci sia stata una sorta di svista da parte della Guardia Costiera indiana. Alle 21.30, il proprietario del peschereccio indiano avvisa via radiotelefono la capitaneria di porto dell’incidente mortale appena avvenuto. Sul tavolo dei guardacoste indiano, a quell’ora, c’è già il dossier con la segnalazione della Enrica Lexie che riferisce di essere stata fatta oggetto di un tentativo di abbordaggio da parte di una sospetta imbarcazione pirata. Allora la guardia costiera collega subito le due cose, e chiama in porto la nave italiana. Alle 22.20, però, c’è una nave greca che dà comunicazione di un altro incidente, in una zona e in un orario molti vicini a quelli dell’episodio denunciato dai pescatori. A quel punto, però, con i “colpevoli” italiani già sul piatto e la nave greca lontana in acque internazionali, i guardacoste trascurano la seconda segnalazione. E qui entrano in gioco le considerazioni politiche, con il governatore del Kerala, esponente del Partito del Congresso, lo stesso di Sonia Gandhi, accusata di essere filo-italiana. Il governatore, sotto pressione da parte dell’opposizione nazionalista e comunista, non può fare concessioni allo “straniero”, e dichiara subito colpevoli i due marò. E il capo della polizia del Kerala viene promosso poco dopo. Anche se l’inchiesta fa acqua da tutte le parti: la perizia balistica viene effettuata da un anatomopatologo, che tra l’altro parla di calibri non compatibili con i fucili in dotazione al San Marco. L’unica cosa certa, è che il peschereccio viene immediatamente restituito al proprietario, lui lo lascia affondare, rendendo impossibile qualsiasi perizia sull’imbarcazione, e nel frattempo sposta gli orari dei fatti, adattandoli al teorema degli inquirenti indiani».

Come ha realizzato il servizio?
«Sono partito da due documenti molto importanti. Il primo è il dossier realizzato da Stefano Tronconi, ex dirigente d’impresa, lontano dalla politica e dal mondo militare, che si è interessato al caso e ha ricevuto indicazioni e dati molto interessanti da parte di cittadini indiani, i quali hanno voluto collaborare in prima persona per fare luce sulla vicenda. Il secondo è il lavoro svolto da Luigi di Stefano per quanto riguarda la perizia balistica. La sua è un’inchiesta molto accurata e altrettanto documentata, anche se sul web numerosi detrattori hanno tentato di intaccarne la credibilità mettendoci di mezzo la politica, e accusandolo di essere vicino a CasaPound per screditarlo. Personalmente non do peso alle opinioni politiche delle persone, perché credo che la ricerca della verità sia assolutamente apolitica».

C’è stata qualche reazione da parte delle istituzioni alla sua inchiesta?
«No, nessuna. Anzi, ho rilevato semmai un certo imbarazzo da parte italiana nell’affrontare apertamente questi dettagli. Ciò che mi ha incuriosito però sono soprattutto i toni bassi adottati dall’Italia. Si è sempre parlato solo di conflitto di giurisdizione, una tesi giusta di principio ma difesa molto debolmente in sede ONU ed europea. Una battaglia giusta, ma ormai persa, visto che in ogni caso sarà l’India a giudicare i due marò. Invece non è mai stata pronunciata una parola chiara sulla innocenza. Una vota persa la battaglia, sulla giurisdizione, si sarebbe dovuto dire a chiare lettere come stanno le cose. E anche alcune mosse, come il risarcimento di 300mila euro alle famiglie dei pescatori uccisi, pur mosse da un sentimento di pietà e dal desiderio di apparire concilianti, sono state inevitabilmente lette come una chiara ammissione di colpa».

Ritiene plausibile che chi si sta occupando della vicenda fosse già a conoscenza delle pesanti incongruenze che ha fatto emergere?
«So che ci hanno lavorato oltre 60 persone tra servizi segreti, Marina Militare e personale del Ministero della Difesa. Mi sembra molto strano che a tutti siano sfuggiti elementi come questi. Anzi, so che ci sono addirittura delle fotografie in mano della parte italiana. Aspetto come tutti il processo per vedere cosa succederà».

Eppure, anche dopo il suo servizio, nulla si è ancora mosso in ambito diplomatico…
«Ripeto, c’è molto imbarazzo nell’affrontare la questione. Evidentemente entrambe le parti puntavano ad una soluzione di comodo, con una pena simbolica da scontare in Italia che consentisse ai due marò di tornare a casa in forza degli accordi diplomatici vigenti tra i due Paesi e lasciasse l’India soddisfatta. Oggi l’innocenza dei due marò è un tema che fa saltare il banco. E anche il fatto che siano dei giornalisti e dei comuni cittadini a tirare fuori cose che lo Stato non è riuscito a far emergere, o non ha voluto, è molto imbarazzante. Poi ci sono le questioni commerciali. Ci sono la settantina di siluri che l’Italia è riuscita a vendere all’India poco dopo lo scoppio della vicenda. Ci sono gli interessi di Finmeccanica. Nessuno vuole turbare i canali commerciali tra i due Paesi. L’Italia rivuole i marò a casa e l’India deve dare in pasto alla propria opinione pubblica un risultato. Ma così facendo i cittadini indiani vengono turlupinati quanto i cittadini italiani, perché un’inchiesta del genere non rende giustizia a nessuno».

Lei ha conosciuto Massimiliano Latorre a Kabul, era il suo capo scorta. Che ricordo ha di lui?
«Ricordo che, all’inizio, essendo un “veterano” dell’Afghanistan, non ero affatto felice dell’idea che mi fosse affibbiata una scorta. Avevo sempre e solo girato da solo. Anche egoisticamente parlando, mi sentivo più sicuro con il mio autista afghano e la sua anonima auto scassata che a bordo di veicoli militari riconoscibili, che mi trasformavano subito in un bersaglio. Nonostante la mia iniziale insofferenza, si è subito sviluppata una grande stima reciproca con i militari del San Marco e Massimiliano Latorre, il caposcorta. Non è affatto un Rambo con il dito sul grilletto. Quando una donna col burqa attraversava la strada, faceva subito fermare il convoglio per lasciarla passare. Con il burqa, infatti, la visibilità è estremamente ridotta e anche attraversare una strada trafficata diventa pericolosissimo. Ricordo molto bene questi episodi che possono sembrare curiosi, ma che danno l’idea di che persona sia Latorre. Certe auto ministeriali con i lampeggianti e le sirene spiegate che scarrozzano i politici in Italia sono molto più sbruffone. Insomma, non ho mai nascosto il mio pregiudizio favorevole nei confronti dei due marò, ma proprio non mi ci vedo Latorre a sparare a sangue freddo ad una barca di pescatori. Non mi ci vedo i militari italiani in genere. Non siamo come gli americani».

Già le rigidissime regole d’ingaggio che i nostri soldati devono rispettare li espongono a rischi infinitamente superiori rispetto ai colleghi statunitensi, inglesi, francesi o tedeschi. Crede che l’atteggiamento remissivo del governo italiano nel difendere i due marò avrà altre pesanti conseguenze verso i militari italiani impegnati nelle missioni all’estero?
«Sicuramente l’atteggiamento mostrato dall’Italia finora non potrà non ingenerare insicurezza nei nostri soldati. Se fossi di guardia in Afghanistan, e vedessi un’ombra nel buio senza sapere se si tratta di un pastore con il suo bastone o di un talebano con un lanciarazzi a tracolla, ci penserei dieci volte prima di sparare, anche a costo di mettere a repentaglio la mia vita e quella di tutti i miei compagni. Tutto questo nonostante in anni di missione si sia verificato un solo un caso di vittima civile caduta per errore sotto il fuoco, una piccola macchia in un curriculum senza altri errori. A differenza di quanto è avvenuto ad esempio agli americani, per i quali abbiamo ormai perso il conto degli errori commessi. Gli italiani non hanno mai sparato “allegramente”. Oggi però è peggio. Sapere che nessuno ti difende, nessuno sta dalla tua parte, genera oltre che rabbia anche insicurezza. È questa è la cosa peggiore per chi la sicurezza ha il dovere di mantenerla»





Caso marò: Meloni, «Richiamiamo l’ambasciatore dall’India»

11 07 2013

a6a4bce85944e6271070f55ab0f70673_XL

L’ex ministro Giorgia Meloni interviene sulla vicenda dei due fucilieri, che definisce «un gravissimo atto di aggressione nei confronti dell’Italia», oltre che «una vergogna per tutti gli italiani». E indica all’esecutivo la strada da percorrere: richiamare il nostro ambasciatore dall’India ed espellere l’ambasciatore indiano. Ma, soprattutto, far valere i diritti dell’Italia in seno alle organizzazione internazionali di cui fa parte

Il Punto ha intervistato l’onorevole Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, che ieri in aula durante il question time ha duramente attaccato il Presidente del Consiglio, Enrico Letta, per «l’inerzia e la remissività» con cui l’esecutivo starebbe trattando la vicenda dei due fucilieri di marina del Reggimento San Marco. I due militari sono trattenuti in India da 512 giorni con l’accusa di aver ucciso due pescatori durante una missione di scorta antipirateria alla petroliera italiana sulla quale erano imbarcati.

Onorevole Meloni, cosa non funziona nell’operato del Governo sul caso dei due marò?
«Il fatto che il Governo Letta stia commettendo gli stessi errori del Governo Monti. È semplicemente folle credere che la questione possa essere risolta attraverso una serie di escamotage non formali, e che si possa trovare una via d’uscita in virtù di una non dimostrata simpatia nei confronti dell’Italia, senza nemmeno compiere i necessari passaggi formali propri della diplomazia».

Che cosa avrebbe dovuto fare l’Italia nel panorama internazionale per far valere le sue ragioni?
«Così come detto sin dai primi giorni di questa vicenda, e così come ho ribadito all’allora Presidente del Consiglio Mario Monti, l’Italia avrebbe dovuto pretendere immediatamente la convocazione del Consiglio Europeo, chiedendo ufficialmente una presa di posizione formale, fino alla valutazione di possibili sanzioni all’India. Allo stesso modo si sarebbe dovuta chiedere la medesima convocazione urgente in sede Nato, ponendo a chiare lettere il problema di un gravissimo atto di aggressione nei confronti di uno stato membro. È ovvio che si alza il tiro nelle sedi istituzionali internazionali per poter arrivare ad ottenere il risultato minimo, ovvero un pronunciamento formale sulla questione da parte delle organizzazioni di cui l’Italia fa parte. Perché una cosa dev’essere ben chiara: siamo di fronte a una palese prevaricazione dell’India nei confronti dell’Italia. Non è una disputa di vedute tra due stati. È chiaro all’Italia, è chiaro all’India, ed è chiaro a tutti i protagonisti del contesto internazionale. Ed è proprio questa la cosa più grave: se l’Italia oggi non alza la voce, legittimerà in futuro comportamenti analoghi in altri contesti. L’inerzia di Monti ieri e di Letta oggi sta creando i presupposti di rischi gravissimi per l’incolumità dei nostri militari in missione all’estero ma anche per i nostri concittadini in giro per il mondo nei prossimi anni.

Né la Nato, né l’Onu, né i paesi storicamente amici dell’Italia sono intervenuti Sul caso. L’Ue ha addirittura dichiarato che il caso marò riguarda solo l’India e l’Italia. Perché questo disinteresse?
«Esattamente come ho detto durante il question time al Presidente Letta, è il Governo italiano a dover sollevare la questione nelle sedi internazionali. Nessuno lo farà al posto nostro. Né l’Europa, né la Nato, né le Nazioni Unite. Nessuno infatti ha interesse a entrare in questa controversia, né tantomeno a porsene il problema, se l’Italia è la prima a non farlo».

Ma quindi ha ancora senso un impegno così grande nelle missioni internazionali, dall’Afghanistan al Libano, passando per la Libia, la Somalia e il Mali, a fronte di questo isolamento totale?
«Come ho già spiegato, ritengo che non abbia senso far parte far parte di un’organizzazione internazionale e assumersene gli oneri, anche gravosissimi, senza avere la capacità di far valere i propri diritti in seno alla stessa organizzazione quando questi vengono palesemente calpestati. Purtroppo questo riguarda non solo i contesti di missione internazionale, ma anche molto più banalmente contesti economici e commerciali persino in seno all’Unione europea. Qui l’Italia, pur essendo il terzo contribuente dell’Ue, ogni volta che occorre prendere una decisione finisce per contare meno di zero. Ovviamente, la soluzione non è quella di uscire sbattendo la porta, ma cominciare ad avere una linea politica internazionale sensata e coerente. E difenderla con forza senza paura di alzare la voce».

Non sembrano essere solo i nostri alleati a fare spallucce, però. Il caso dei due fucilieri resta ancora in secondo piano anche per gran parte dei media e dell’opinione pubblica. Di chi è la colpa?
«La principale responsabilità della disattenzione da parte degli organi di stampa e dell’opinione pubblica è tutta da incentrare nell’atteggiamento del governo. Si parte infatti dal presupposto che, se l’atteggiamento delle istituzioni è così tiepido, con ogni probabilità la questione non è poi così grave. Sta alle istituzioni ricondurre l’accaduto a quello che è: dispiace dirlo, ed è umiliante ricordarlo per una patriota come me, ma due militari con l’uniforme italiana che operavano per mandato della Nato e dell’Ue sono da 17 mesi indebitamente trattenuti da una potenza straniera. Questa è un’ignominia e una vergogna per qualunque nazione che si proclama indipendente e sovrana, un’ignominia che non sarebbe mai stata accettata da nessun paese al mondo e nemmeno dall’Italia se non si fosse ritrovata ad essere guidata prima da un governo tecnico, e quindi senza nessuna anima politica, e ora da un governo di compromesso nazionale, che punta solo alla propria sopravvivenza».

Non teme però che alzando sensibilmente l’asticella del confronto si rischi di incrinare rapporti ed equilibri diplomatici, politici e commerciali, in particolare tra Italia e India?
«Non credo che una situazione peggiore sia nemmeno immaginabile. Non riesco a pensare a nulla di peggiore di uno Stato con il quale l’Italia non ha mai avuto problemi né contrasti di nessun genere che si permette, solo per questioni di politica interna, di trattenere per 17 mesi due militari in divisa italiana, che operano per mandato del nostro governo e sotto l’egida dell’Ue e della Nato. Non solo, ormai siamo arrivati alla bestemmia diplomatica: ora, infatti, all’India non bastano i due fucilieri Latorre e Girone, ma Nuova Delhi vorrebbe ascoltare in India anche gli altri quattro componenti del team di scorta, senza che l’Italia si sia nemmeno posta il problema del rischio di vedere trattenuti anche quelli, visto l’atteggiamento finora tenuto dalle autorità indiane. Dal momento che sono state sufficienti ragioni pretestuose per trattenere i due marò, cosa impedirebbe all’India di trattenere gli altri quattro? Il tempo del l’atteggiamento buonista è finito. Un atteggiamento deciso avrebbe pagato di più e da subito. Per di più adesso fonti giornalistiche autorevoli hanno fornito ulteriori elementi nei quali emerge che ad aggravare la faccenda ci sarebbero accuse false, infondate e pretestuose. È arrivato il momento di rispedire a casa l’ambasciatore indiano, per non farci raccontare più frottole, e di richiamare in Italia il nostro, per evitare di fargli fare altre figuracce».





Made in Italy, adieu!

9 07 2013

ca0e53d5d532c6bce47147c5ac5bac47_XL

«Corre l’anno 2030, l’Italia ha venduto il Colosseo alla Francia». Così recitava una fosca profezia degli Articolo 31 nel loro album di maggior successo: “Così com’è”. Era il 1996. Da allora di anni ne sono passati diciassette, e con largo anticipo rispetto alle rime dello sconsolatissimo J-Ax l’Italia ha cominciato a vendere i suoi gioielli di famiglia ai francesi già da un pezzo
Non si tratta di monumenti, per carità. O meglio non ancora. Perché poco ci manca, visto che il nostro Paese si sta lasciando soffiare dai cugini d’oltralpe veri e propri “monumenti” dell’industria nazionale. L’ultimo, in ordine di tempo, la maison di abbigliamento di lusso Loro Piana. La notizia è di ieri: ora il marchio è del gruppo francese Lvmh, che acquisirà il pacchetto di maggioranza per 2 miliardi di euro. La crisi, almeno stavolta, non c’entra. Loro Piana infatti è un marchio da 2,7 miliardi di euro, che nel 2013 prevede di chiudere con utili superiori al 20 % del venduto. E Lvmh è la stessa società che in Italia ha già fatto shopping di altissimo livello prendendosi brand come Emilio Pucci, Acqua di Parma e Fendi.

Ma lo storico lanificio piemontese, fondato nel 1924, è solo l’ultimo in ordine di tempo tra i grandi marchi che hanno detto addio al Bel Paese per intonare la Marsigliese. Perché, al di là delle invidie da barzelletta, ai francesi l’Italia evidentemente piace tantissimo. Specie ai colossi imprenditoriali, che stanno approfittando di questo particolare frangente di crisi (ma molto più dell’indolenza dell’imprenditoria nostrana) per mettere le mani con poco sforzo sui grandi marchi tricolori. E, stando all’allarme lanciato la scorsa settimana dalla Coldiretti, ai francesi fa gola soprattutto l’agroalimentare italiano.

È sempre stata Lvmh a segnare un altro colpaccio, la settimana scorsa, acquisendo per 33 milioni la quota di controllo della “Pasticceria Confetteria Cova”, celeberrimo caffè-tempio del gusto nel cuore di Milano che fu immortalato da Ernest Hemingway in uno dei suoi più grandi capolavori: “Addio alle armi”. Ma qui, in un combattutissimo braccio di ferro tra tricolori (l’uno in blu, l’altro in verde), non è ancora detta l’ultima parola. Prada, italianissimo marchio di abbigliamento sponsor dell’altrettanto italianissima Luna Rossa, ha infatti aperto un contenzioso legale con i rivali transaplini sostenendo di detenere i diritti del marchio e della società. Chi ha ragione, probabilmente, potrà deciderlo soltanto un tribunale.

Parlano ormai definitivamente francese, invece, tanto Parmalat quanto Eridania, in mano rispettivamente di Lactalis (che nel 2006 aveva già acquisito anche Galbani, tre anni prima Invernizzi, e nel lontano 1998 pure Cademartori e Locatelli) e Cristalalco Sas. Ma quello che forse non tutti sanno, e che fa anche un po’ impressione, è che sia francese per più di un quarto (almeno in fatto di proprietà) anche il formaggio sulla pastasciutta: già, perché nel 2010 i galli di Bongrain Europe hanno messo le mani sul 27% del gruppo “Ferrari Giovanni Industria Casearia”, conosciuto soprattutto come produttore di Parmigiano Reggiano e Grana Padano. Ormai tocca avere la erre moscia anche per fare colazione: Boschetti Alimentare Spa, casa di confetture dal 1981, appartiene infatti per il 95% ai francesi di Financiere Lubersac. E chi sa come si dice “bim bum bam” con l’accento francese, visto che persino l’Orzo Bimbo è di proprietà della società francese Nutrition&Santé, controllata del gruppo Novartis.

Anche quando il prodotto è al 100% italiano, lo si compra il più delle volte in un supermercato francese: Auchan, Carrefour, Castorama, Leclerc o Leroy Merlin. Escluse alcune piccole realtà locali e qualche catena di discount, anche queste territorialmente circoscritte a determinate aree della Penisola, nella grande distribuzione ormai parlano italiano soltanto la milanese Esselunga, la veneziana Pam – Panorama, e le cooperative come Coop, Conad e Sigma.

C’è la crisi, è vero. Ma non è tutta colpa sua. Talvolta ad essere in crisi è solo lo spirito imprenditoriale italiano, che a differenza di quello francese mostra molto meno dinamismo, senso del business e spirito di iniziativa. Marchi come Richard Ginori, Pomellato, Bottega Veneta, Brioni, Gucci, Sergio Rossi calzature (tutti dell’imprenditore francese Francois-Henri Pinault) e Bulgari (ora del gruppo Arnault), hanno infatti cambiato bandiera non perché al di qua delle Alpi bisognasse tirare la cinghia più che dall’altro versante, ma soltanto perché al di qua delle Alpi non c’è stato nessuno, né da solo, né in cordata, che fosse abbastanza coraggioso da investire in aziende comunque ricche, blasonate e con i bilanci a posto.

Ma se l’addio ad un grande marchio della moda o del lusso fa rabbia e tristezza soprattutto perché tocca le corde del sentimentalismo e del nostalgico Amarcord felliniano, deve destare invece grande preoccupazione veder partire per l’estero (e in particolare per la Francia, principale concorrente economico e commerciale italiano in Europa e non solo) le aziende strategiche. Quelle che, per intendersi, non farebbero mai e poi mai il viaggio inverso da Parigi a Roma, se non altro perché l’Eliseo si metterebbe senza esitazione di traverso per difendere non tanto la “grandeur” quanto l’interesse nazionale. È il caso ad esempio di marchi come Ercole Marelli, Fiat Ferroviaria, Parizzi, Sasib Ferroviari e Passoni & Villa, vecchie glorie dell’elettromeccanica made in Italy via via assorbite dal gruppo francese Alstom, a partire dal 1998. Peggio ancora, è il caso di Edison, ex colosso nazionale dell’energia che dall’anno scorso appartiene per il 99,4% a Eléctricité de France. Decisamente un cattivissimo affare per un Paese come l’Italia, che dovrebbe fare tutti gli sforzi possibili per preservare la propria indipendenza energetica. Decisamente un cattivissimo segnale per una Nazione che nei momenti difficili non riesce a fare di meglio che liberarsi dei gioielli di famiglia come una nobildonna decaduta al Monte di Pietà.





«Stamina non è una cura»

8 07 2013

b7d634741cc269924286c1961ea38ae2_XL

I malati «non devono pensare a Stamina come un metodo di cura perché non lo è». Lo ha detto stamani il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin. Ed è soltanto l’ultimo dei tanti interventi dal mondo della scienza e delle istituzioni che stanno progressivamente smontando il “miracoloso” metodo ideato da Davide Vannoni

Niente più proclami da imbonitori, niente più false speranze. Dopo le pesantissime accuse della comunità scientifica italiana e internazionale, dopo che persino l’autorevole rivista Nature si era scagliata con forza contro il metodo Stamina, la presunta terapia basata sull’impianto di cellule staminali inventata dal non-scienziato Davide Vannoni, ora anche il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, invita l’opinione pubblica ad andarci, come si suol dire, con i piedi di piombo.

I malati, ha dichiarato stamani il ministro durante un’intervista radiofonica alla Rai, «non devono pensare a Stamina come un metodo di cura perché non lo è. Sbaglia – aggiunge Lorenzin – chi, in deroga alle norme vigenti a alla sospensione del Tar per quanto riguarda gli ospedali di Brescia, continua ad autorizzare pazienti a sottoporsi a delle cure che non sono tali, è un grande errore che crea confusione e illusioni nella fascia di popolazione affetta da malattie rare o incurabili».

«Il trattamento – prosegue il ministro – deve ancora essere sperimentato e ancora non è chiaro per quali malattie potrebbe essere efficace, quindi non è una cura» e, soprattutto, «di fronte a vicende come questa, che riguardano la sperimentazione di cure per malattie rare con metodologie non ortodosse, è evidente – conclude – che ci possano essere interessi economici in agguato».

Ma non c’è solo l’invito alla calma da parte del ministro della Salute a gettare tutta un’altra luce sulla presunta “cura miracolosa” proposta dal torinese Vannoni, il filosofo-imprenditore di call center che si fa chiamare “dottore”, che si è reinventato scienziato e che dalla comunità scientifica, quella vera, ha finora ottenuto soltanto sonore bocciature. Ci sono anche le denunce di tanti pazienti che si sono fidati di lui, che hanno sborsato cifre astronomiche (oltre 20mila euro) per sottoporsi al trattamento, e che non solo non hanno tratto nessuno dei benefici garantiti dal “guru”, ma in molti casi hanno rimediato anche gravissimi danni alla salute.

A raccontare le loro storie ci ha pensato nei giorni scorsi un’inchiesta del quotidiano torinese La Stampa, a partire da un’inchiesta giudiziaria. La Procura del capoluogo sabaudo, infatti, ha aperto un fascicolo sul caso Vannoni, raccogliendo oltre 50 testimonianze. Malati blanditi da false promesse che denunciano una vera e propria truffa, e raccontano addirittura di trattamenti effettuati nei “retrobottega” di centri estetici, da personale di dubbia qualifica, spesso senza le dovute precauzioni sanitarie né l’assistenza post-operatoria.

L’inventore di Stamina, per parte sua, ha sempre rigettato le accuse, parlando di attacchi gratuiti nei suoi confronti, anzi, di un vero e proprio complotto contro la sua sedicente scoperta portato avanti da chi vorrebbe appropriarsene o difendere interessi economici che il metodo metterebbe, a suo dire, in pericolo, e chiedendo «rispetto» da parte della comunità scientifica.

Ma il fatto è che, fino ad oggi, non esiste ancora nessun tipo di validazione scientifica che ne confermi incontrovertibilmente l’efficacia. Anzi, finora le uniche prove a disposizione sembrano andare nella direzione contraria. Come sottolinea anche il ministro Lorenzin, non è stata ancora effettuata alcuna sperimentazione. Non risulta alcun tipo di pubblicazione scientifica firmata da Vannoni. Non esistono nemmeno i brevetti con i quali Vannoni afferma di aver registrato il suo metodo.

Come se non bastasse, soltanto pochi giorni fa, sempre da parte della rivista Nature, è arrivato un nuovo affondo: la richiesta di brevetto del metodo Stamina presentata alle autorità statunitense è un grossolano plagio, per giunta zeppo di errori, di uno studio pubblicato nel 2003 da un’equipe di studiosi russi e ucraini. Accusa confermata dalla dottoressa Elena Schegelskaya, biologa molecolare della Kharkov National Medical University, raggiunta e intervistata dalla rivista scientifica.
Dopo il grande clamore mediatico, ingigantito in Italia dal servizio “strappalacrime” del programma di Italia 1 “Le Iene”, che aveva cavalcato il drammatico caso della piccola Sofia, poi deceduta, e per la quale il servizio aveva spacciato senza mezzi termini il metodo Stamina come unica cura in grado di salvarle la vita, ora la credibilità di Vannoni e della sua presunta invenzione appare dunque sempre più traballante. Proprio perché, asseriscono gli scienziati, poggiata sul nulla.





Quei voli di Stato che salvano vite umane

2 07 2013

7b3e68c2237389eba9a84cac0d2f137d_XL

Giornata intensa per un Falcon 50 del 31° Stormo di Ciampino che nel pomeriggio di ieri ha volato senza sosta per soddisfare tre urgenti richieste di trasporto sanitario

In questi tempi di crisi economica e di cinghia tirata, vederli rullare sulle piste dell’aeroporto di Ciampino, così belli, lucidi e spavaldi, induce quasi un moto di stizza. Già, perché a bordo dei magnifici Falcon 50 in forza al 31° Stormo dell’Aeronautica Militare solitamente sfrecciano ministri, sottosegretari, senatori e deputati in missione, con tanto di codazzo al seguito. Sono le autoblu dell’aria, insomma. E che autoblu. Per trovare un equivalente su quattroruote di questi splendidi velivoli, bisognerebbe scomodare nientepopodimenoche la Maserati Quattroporte presidenziale.

Ma, fortunatamente, non è tutta casta quella che luccica. Già, perché quella di ieri per uno di questi signori dell’aria è stata sì una giornata intensa, ma per tutt’altre ragioni: ha volato senza sosta per tutto il pomeriggio soddisfare tre urgenti richieste di trasporto sanitario. Lo racconta lo Stato Maggiore dell’Aeronautica.

«Il primo trasporto – spiega l’Arma Azzurra –  si è reso necessario per trasferire un bimbo di 2 anni in imminente pericolo di vita dal Reparto Cardiologia Pediatrica dell’Ospedale “G. Di Cristina” di Palermo al Reparto di Cardiochirurgia Pediatrica dell’Ospedale “Sant’Orsola” di Bologna dove verrà sottoposto a trapianto».

E non è finita qui: «Conclusa la missione, il Falcon 50 è ripartito alla volta di Cagliari per prelevare una neonata di soli 4 giorni affetta da una grave patologia congenita.  La piccola paziente è stata trasportata  dal Reparto di Terapia Intensiva del Policlinico Universitario di Monserrato (CA) all’ Ospedale Pediatrico “Bambino Gesù” di Roma per le indagini diagnostiche necessarie a stabilire il trattamento medico-chirurgico più idoneo».

Non c’è due senza tre: «A seguire – riporta ancora l’Aeronautica Militare – lo stesso Falcon 50 è ripartito per la terza missione in favore di un uomo di 67 anni affetto da grave patologia cardiaca. Il paziente è stato trasferito al Centro Trapianti dell’Ospedale di Udine per essere sottoposto a immediato intervento». Il Falcon 50 ha fatto dunque rientro presso l’ Aeroporto di Ciampino alle 7:40 di mstamani. «Per eseguire tutte le missioni in piena sicurezza – sottolineano dallo Stato Magguore AM- sono stati impiegati due equipaggi».

Per quanto quella di ieri sia stata senza dubbio una giornata eccezionale, gli aeromobili del 31° Stormo di Ciampino sono utilizzati abitualmente per il trasporto di Stato ma anche per missioni di pubblica utilità, quali il trasporto sanitario d’urgenza di ammalati, di traumatizzati gravi e di organi per trapianti, nonché per interventi a favore di persone comunque in situazioni di rischio. Un’attività, quest’ultima, spiegano dall’Aeronautica, che dato l’imminente pericolo di vita delle persone trasportate, impone un livello di prontezza, ventiquattro ore al giorno, 365 giorni all’anno. Poltrone in pelle e rifiniture i radica di pregio, dunque, a fin di bene. E pazienza per la spending review, se il risultato poi è quello di salvare delle vite umane, oltre scarrozzare onorevoli.





Il sottosegretario Pinotti: «Sì alla nuova Legge Navale chiesta dalla Marina»

30 06 2013

bc5c1834b47f4a16a26da89ea51b0c06_XL

Il governo lavorerà per il varo di una nuova Legge Navale, come quella del 1975. Lo dice il sottosegretario alla difesa, la senatrice Pd Roberta Pinotti. «Credo che anche se siamo in un periodo di crisi le risorse vadano trovate. Anzi, soprattutto perché siamo in un periodo di crisi non possiamo permetterci di perdere la capacità di difendere i nostri traffici marittimi né l’indotto della cantieristica navale». Lo chiedono anche i sindacati

«Credo che anche se siamo in un periodo di crisi le risorse vadano trovate. Anzi, soprattutto perché siamo in un periodo di crisi non possiamo permetterci di perdere la capacità di difendere i nostri traffici marittimi né l’indotto della cantieristica navale». Lo ha detto la senatrice del Partito democratico Roberta Pinotti, sottosegretario alla Difesa, a margine della cerimonia di varo della nuovissima fregata FREMM “Carlo Margottini, celebrata sabato presso i cantieri navali Fincantieri di Riva Trigoso.

E di un altro varo importante ha parlato espressamente proprio il sottosegretario Pinotti: quello di una nuova Legge Navale per rinnovare la flotta della Marina Militare, così come chiesto dal Capo di Stato Maggiore della nostra forza navale, l’ammiraglio Giuseppe De Giorgi. «Dopo il varo di nave Margottini dovranno seguirne degli altri – dice Pinotti -, all’interno di un progetto ampio e organico di conservazione delle capacità operative della Marina Militare, che svolge un ruolo straordinario nella tutela dei traffici marittimi e degli interessi strategici nazionali, ma anche per la conservazione dello straordinario know-how tecnologico e dell’eccellenza industriale rappresentato dalla cantieristica navale italiana».

A chi le chiede se, dopo il braccio di ferro politico inscenato sul caso F-35, sarà possibile far passare questa legge in Parlamento, il sottosegretario risponde: «Quando si parla di difesa sembra sempre che si tratti di un battibecco tra chi vuole avere una difesa e chi no. Ma se viene meno la coesione rispetto al tema della difesa, viene meno la coesione rispetto al concetto comunità, di nazione, di Patria». «Il Parlamento – prosegue la senatrice democratica – si è sempre dimostrato molto serio e consapevole su questi concetti. Se poi invece c’è qualcuno che ritiene l’Italia non dovrebbe avere più una Marina Militare, non dovrebbe avere più Forze Armate né il sistema industriale basato sulla difesa, se c’è qualcuno che pensa che un paese come l’Italia debba fare come il Costarica, lo dica chiaramente e apertamente».

Sembrano dunque premiati gli sforzi dell’ammiraglio Giuseppe De Giorgi, che non si è limitato a “battere cassa” chiedendo 10 miliardi di euro in 10 anni per rinnovare una flotta altrimenti destinata alla scomparsa, ma ha suffragato il suo allarme con un’approfondita ricerca fatta di studi, numeri, panoramiche e proiezioni molto attente e dettagliate. Ed è stato proprio questo a convincere il Governo e la Commissione Difesa di Camera e Senato che lo ha ascoltato nei giorni scorsi. Alla politica è parso chiaro che, per quanto la crisi stia mordendo i garretti alle finanze dello Stato, è necessario intervenire al più presto per non veder scomparire non solo la Marina Militare, ma, con lei, la sicurezza delle acque nazionali, degli interessi strategici, e dell’intero comparto della cantieristica navale con tutto il suo considerevole indotto.

Già, perché non si tratta solo di una questione di “grandeur”. Sul fatto che si debba fare qualcosa, e presto, sono d’accordo tutti: dai militari alla politica, dall’industria ai sindacati, ai lavoratori. Eloquenti in questo senso le parole di Marco Mezzetta, rappresentante sindacale delle maestranze del cantiere di Riva Trigoso: «Possiamo vantare una grande tradizione di produzioni militari, e una grande capacità delle maestranze che ci consente di reggere confronto con la concorrenza internazionale. In questi giorni abbiamo sentito il segnale d’allarme della Marina sull’urgenza dell’avvio di un programma di investimento per la flotta, che si sta pericolosamente assottigliando in numeri e capacità operativa. Come rappresentanti sindacali – dice Mezzetta – invitiamo il governo a completare il progetto FREMM contrattualizzando le quattro unità ancora mancanti, e a proseguire con un piano adeguato sia per rinnovare la flotta che per tutelare il lavoro, l’indotto e il futuro di tante famiglie».

Parole su cui rilancia l’Amministratore delegato di Fincantieri, Giuseppe Bono: «Che cosa chiediamo al governo? Noi non chiediamo niente. Preferiamo mostrare qualche dato. Dal 2002 ad oggi ha raddoppiato le sue dimensioni. È cresciuto il margine industriale di quasi il triplo. Nel 2002 il comparto difesa rappresentava il 17% del volume, e il 100% delle commesse erano per l’Italia. Oggi il comparto difesa rappresenta l’11% e solo il 50% degli ordinativi arriva dalla marina italiana. Di fatto, l’azienda ha aumentato il suo valore di 15 volte. E lo abbiamo fatto con le sole nostre forze».

Prosegue Bono: «Negli anni ‘90 avevamo ordini per 4,5 miliardi da Marina e Guardia Costiera. Negli ultimi 10 anni gli ordini sono scesi a 2,4 miliardi. Non voglio fare politica, ma voglio dire una cosa: il compito di un governo è quello di individuare gli interessi generali, indicare gli obiettivi e mobilitare le forze necessarie per raggiungerlo. Noi – dice l’ad di Fincantieri – stiamo perdendo come Paese un’occasione unica nella storia recente. Da un decennio a questa parte, con l’esplosione delle economie del Far East, il Mediterraneo ha riacquistato una centralità strategica. Il 20% delle merci passa per il Mediterraneo, nonostante questo rappresenti l’1% degli specchi d’acqua del mondo. L’Italia è una piattaforma naturale logistica del Mediterraneo, e dovrebbe essere la piattaforma naturale e logistica per l’accesso all’Europa. Invece oggi le merci vanno prima ad Amburgo o Rotterdam e poi in Italia. È intollerabile. Riflettiamoci. È un’occasione di sviluppo che non può essere trascurata».

Come? «I traffici vanno protetti, e serve una Marina efficiente in grado di custodire i nostri interessi nazionali in uno scenario che non è quello pacifico e tranquillo che tutti quanti vorremmo» dice Bono. «Vanno fatte delle scelte. Noi abbiamo la fortuna di avere un’industria navale efficiente, che consentirebbe di salvare le esigenze della Marina e gli interessi generali del paese. Non sono aiuti quelli che chiediamo, e non sono nemmeno sovvenzioni. noi chiediamo di partecipare ad una direttrice di sviluppo del Paese imprescindibile mettendo i campo le nostre grandi potenzialità: siamo il quarto produttore navale al mondo, però siamo il primo per capacità tecnologica e abbiamo mantenuto leadership anche in crisi. Quando abbiamo comprato cantieri navali in Usa, abbiamo scoperto che la nostra capacità tecnologica era superiore, e siamo stati noi a portare nostra tecnologia negli States. Abbiamo idee, tecnologia, forza, e il supporto del sindacato – conclude Bono – Abbiamo obiettivi ambiziosi. Finora ce l’abbiamo fatta per conto nostro, ma c’è bisogno di programma a lungo termine nell’interesse del paese».








%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: