«Stamina non è una cura»

8 07 2013

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I malati «non devono pensare a Stamina come un metodo di cura perché non lo è». Lo ha detto stamani il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin. Ed è soltanto l’ultimo dei tanti interventi dal mondo della scienza e delle istituzioni che stanno progressivamente smontando il “miracoloso” metodo ideato da Davide Vannoni

Niente più proclami da imbonitori, niente più false speranze. Dopo le pesantissime accuse della comunità scientifica italiana e internazionale, dopo che persino l’autorevole rivista Nature si era scagliata con forza contro il metodo Stamina, la presunta terapia basata sull’impianto di cellule staminali inventata dal non-scienziato Davide Vannoni, ora anche il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, invita l’opinione pubblica ad andarci, come si suol dire, con i piedi di piombo.

I malati, ha dichiarato stamani il ministro durante un’intervista radiofonica alla Rai, «non devono pensare a Stamina come un metodo di cura perché non lo è. Sbaglia – aggiunge Lorenzin – chi, in deroga alle norme vigenti a alla sospensione del Tar per quanto riguarda gli ospedali di Brescia, continua ad autorizzare pazienti a sottoporsi a delle cure che non sono tali, è un grande errore che crea confusione e illusioni nella fascia di popolazione affetta da malattie rare o incurabili».

«Il trattamento – prosegue il ministro – deve ancora essere sperimentato e ancora non è chiaro per quali malattie potrebbe essere efficace, quindi non è una cura» e, soprattutto, «di fronte a vicende come questa, che riguardano la sperimentazione di cure per malattie rare con metodologie non ortodosse, è evidente – conclude – che ci possano essere interessi economici in agguato».

Ma non c’è solo l’invito alla calma da parte del ministro della Salute a gettare tutta un’altra luce sulla presunta “cura miracolosa” proposta dal torinese Vannoni, il filosofo-imprenditore di call center che si fa chiamare “dottore”, che si è reinventato scienziato e che dalla comunità scientifica, quella vera, ha finora ottenuto soltanto sonore bocciature. Ci sono anche le denunce di tanti pazienti che si sono fidati di lui, che hanno sborsato cifre astronomiche (oltre 20mila euro) per sottoporsi al trattamento, e che non solo non hanno tratto nessuno dei benefici garantiti dal “guru”, ma in molti casi hanno rimediato anche gravissimi danni alla salute.

A raccontare le loro storie ci ha pensato nei giorni scorsi un’inchiesta del quotidiano torinese La Stampa, a partire da un’inchiesta giudiziaria. La Procura del capoluogo sabaudo, infatti, ha aperto un fascicolo sul caso Vannoni, raccogliendo oltre 50 testimonianze. Malati blanditi da false promesse che denunciano una vera e propria truffa, e raccontano addirittura di trattamenti effettuati nei “retrobottega” di centri estetici, da personale di dubbia qualifica, spesso senza le dovute precauzioni sanitarie né l’assistenza post-operatoria.

L’inventore di Stamina, per parte sua, ha sempre rigettato le accuse, parlando di attacchi gratuiti nei suoi confronti, anzi, di un vero e proprio complotto contro la sua sedicente scoperta portato avanti da chi vorrebbe appropriarsene o difendere interessi economici che il metodo metterebbe, a suo dire, in pericolo, e chiedendo «rispetto» da parte della comunità scientifica.

Ma il fatto è che, fino ad oggi, non esiste ancora nessun tipo di validazione scientifica che ne confermi incontrovertibilmente l’efficacia. Anzi, finora le uniche prove a disposizione sembrano andare nella direzione contraria. Come sottolinea anche il ministro Lorenzin, non è stata ancora effettuata alcuna sperimentazione. Non risulta alcun tipo di pubblicazione scientifica firmata da Vannoni. Non esistono nemmeno i brevetti con i quali Vannoni afferma di aver registrato il suo metodo.

Come se non bastasse, soltanto pochi giorni fa, sempre da parte della rivista Nature, è arrivato un nuovo affondo: la richiesta di brevetto del metodo Stamina presentata alle autorità statunitense è un grossolano plagio, per giunta zeppo di errori, di uno studio pubblicato nel 2003 da un’equipe di studiosi russi e ucraini. Accusa confermata dalla dottoressa Elena Schegelskaya, biologa molecolare della Kharkov National Medical University, raggiunta e intervistata dalla rivista scientifica.
Dopo il grande clamore mediatico, ingigantito in Italia dal servizio “strappalacrime” del programma di Italia 1 “Le Iene”, che aveva cavalcato il drammatico caso della piccola Sofia, poi deceduta, e per la quale il servizio aveva spacciato senza mezzi termini il metodo Stamina come unica cura in grado di salvarle la vita, ora la credibilità di Vannoni e della sua presunta invenzione appare dunque sempre più traballante. Proprio perché, asseriscono gli scienziati, poggiata sul nulla.

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Quei voli di Stato che salvano vite umane

2 07 2013

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Giornata intensa per un Falcon 50 del 31° Stormo di Ciampino che nel pomeriggio di ieri ha volato senza sosta per soddisfare tre urgenti richieste di trasporto sanitario

In questi tempi di crisi economica e di cinghia tirata, vederli rullare sulle piste dell’aeroporto di Ciampino, così belli, lucidi e spavaldi, induce quasi un moto di stizza. Già, perché a bordo dei magnifici Falcon 50 in forza al 31° Stormo dell’Aeronautica Militare solitamente sfrecciano ministri, sottosegretari, senatori e deputati in missione, con tanto di codazzo al seguito. Sono le autoblu dell’aria, insomma. E che autoblu. Per trovare un equivalente su quattroruote di questi splendidi velivoli, bisognerebbe scomodare nientepopodimenoche la Maserati Quattroporte presidenziale.

Ma, fortunatamente, non è tutta casta quella che luccica. Già, perché quella di ieri per uno di questi signori dell’aria è stata sì una giornata intensa, ma per tutt’altre ragioni: ha volato senza sosta per tutto il pomeriggio soddisfare tre urgenti richieste di trasporto sanitario. Lo racconta lo Stato Maggiore dell’Aeronautica.

«Il primo trasporto – spiega l’Arma Azzurra –  si è reso necessario per trasferire un bimbo di 2 anni in imminente pericolo di vita dal Reparto Cardiologia Pediatrica dell’Ospedale “G. Di Cristina” di Palermo al Reparto di Cardiochirurgia Pediatrica dell’Ospedale “Sant’Orsola” di Bologna dove verrà sottoposto a trapianto».

E non è finita qui: «Conclusa la missione, il Falcon 50 è ripartito alla volta di Cagliari per prelevare una neonata di soli 4 giorni affetta da una grave patologia congenita.  La piccola paziente è stata trasportata  dal Reparto di Terapia Intensiva del Policlinico Universitario di Monserrato (CA) all’ Ospedale Pediatrico “Bambino Gesù” di Roma per le indagini diagnostiche necessarie a stabilire il trattamento medico-chirurgico più idoneo».

Non c’è due senza tre: «A seguire – riporta ancora l’Aeronautica Militare – lo stesso Falcon 50 è ripartito per la terza missione in favore di un uomo di 67 anni affetto da grave patologia cardiaca. Il paziente è stato trasferito al Centro Trapianti dell’Ospedale di Udine per essere sottoposto a immediato intervento». Il Falcon 50 ha fatto dunque rientro presso l’ Aeroporto di Ciampino alle 7:40 di mstamani. «Per eseguire tutte le missioni in piena sicurezza – sottolineano dallo Stato Magguore AM- sono stati impiegati due equipaggi».

Per quanto quella di ieri sia stata senza dubbio una giornata eccezionale, gli aeromobili del 31° Stormo di Ciampino sono utilizzati abitualmente per il trasporto di Stato ma anche per missioni di pubblica utilità, quali il trasporto sanitario d’urgenza di ammalati, di traumatizzati gravi e di organi per trapianti, nonché per interventi a favore di persone comunque in situazioni di rischio. Un’attività, quest’ultima, spiegano dall’Aeronautica, che dato l’imminente pericolo di vita delle persone trasportate, impone un livello di prontezza, ventiquattro ore al giorno, 365 giorni all’anno. Poltrone in pelle e rifiniture i radica di pregio, dunque, a fin di bene. E pazienza per la spending review, se il risultato poi è quello di salvare delle vite umane, oltre scarrozzare onorevoli.





Il sottosegretario Pinotti: «Sì alla nuova Legge Navale chiesta dalla Marina»

30 06 2013

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Il governo lavorerà per il varo di una nuova Legge Navale, come quella del 1975. Lo dice il sottosegretario alla difesa, la senatrice Pd Roberta Pinotti. «Credo che anche se siamo in un periodo di crisi le risorse vadano trovate. Anzi, soprattutto perché siamo in un periodo di crisi non possiamo permetterci di perdere la capacità di difendere i nostri traffici marittimi né l’indotto della cantieristica navale». Lo chiedono anche i sindacati

«Credo che anche se siamo in un periodo di crisi le risorse vadano trovate. Anzi, soprattutto perché siamo in un periodo di crisi non possiamo permetterci di perdere la capacità di difendere i nostri traffici marittimi né l’indotto della cantieristica navale». Lo ha detto la senatrice del Partito democratico Roberta Pinotti, sottosegretario alla Difesa, a margine della cerimonia di varo della nuovissima fregata FREMM “Carlo Margottini, celebrata sabato presso i cantieri navali Fincantieri di Riva Trigoso.

E di un altro varo importante ha parlato espressamente proprio il sottosegretario Pinotti: quello di una nuova Legge Navale per rinnovare la flotta della Marina Militare, così come chiesto dal Capo di Stato Maggiore della nostra forza navale, l’ammiraglio Giuseppe De Giorgi. «Dopo il varo di nave Margottini dovranno seguirne degli altri – dice Pinotti -, all’interno di un progetto ampio e organico di conservazione delle capacità operative della Marina Militare, che svolge un ruolo straordinario nella tutela dei traffici marittimi e degli interessi strategici nazionali, ma anche per la conservazione dello straordinario know-how tecnologico e dell’eccellenza industriale rappresentato dalla cantieristica navale italiana».

A chi le chiede se, dopo il braccio di ferro politico inscenato sul caso F-35, sarà possibile far passare questa legge in Parlamento, il sottosegretario risponde: «Quando si parla di difesa sembra sempre che si tratti di un battibecco tra chi vuole avere una difesa e chi no. Ma se viene meno la coesione rispetto al tema della difesa, viene meno la coesione rispetto al concetto comunità, di nazione, di Patria». «Il Parlamento – prosegue la senatrice democratica – si è sempre dimostrato molto serio e consapevole su questi concetti. Se poi invece c’è qualcuno che ritiene l’Italia non dovrebbe avere più una Marina Militare, non dovrebbe avere più Forze Armate né il sistema industriale basato sulla difesa, se c’è qualcuno che pensa che un paese come l’Italia debba fare come il Costarica, lo dica chiaramente e apertamente».

Sembrano dunque premiati gli sforzi dell’ammiraglio Giuseppe De Giorgi, che non si è limitato a “battere cassa” chiedendo 10 miliardi di euro in 10 anni per rinnovare una flotta altrimenti destinata alla scomparsa, ma ha suffragato il suo allarme con un’approfondita ricerca fatta di studi, numeri, panoramiche e proiezioni molto attente e dettagliate. Ed è stato proprio questo a convincere il Governo e la Commissione Difesa di Camera e Senato che lo ha ascoltato nei giorni scorsi. Alla politica è parso chiaro che, per quanto la crisi stia mordendo i garretti alle finanze dello Stato, è necessario intervenire al più presto per non veder scomparire non solo la Marina Militare, ma, con lei, la sicurezza delle acque nazionali, degli interessi strategici, e dell’intero comparto della cantieristica navale con tutto il suo considerevole indotto.

Già, perché non si tratta solo di una questione di “grandeur”. Sul fatto che si debba fare qualcosa, e presto, sono d’accordo tutti: dai militari alla politica, dall’industria ai sindacati, ai lavoratori. Eloquenti in questo senso le parole di Marco Mezzetta, rappresentante sindacale delle maestranze del cantiere di Riva Trigoso: «Possiamo vantare una grande tradizione di produzioni militari, e una grande capacità delle maestranze che ci consente di reggere confronto con la concorrenza internazionale. In questi giorni abbiamo sentito il segnale d’allarme della Marina sull’urgenza dell’avvio di un programma di investimento per la flotta, che si sta pericolosamente assottigliando in numeri e capacità operativa. Come rappresentanti sindacali – dice Mezzetta – invitiamo il governo a completare il progetto FREMM contrattualizzando le quattro unità ancora mancanti, e a proseguire con un piano adeguato sia per rinnovare la flotta che per tutelare il lavoro, l’indotto e il futuro di tante famiglie».

Parole su cui rilancia l’Amministratore delegato di Fincantieri, Giuseppe Bono: «Che cosa chiediamo al governo? Noi non chiediamo niente. Preferiamo mostrare qualche dato. Dal 2002 ad oggi ha raddoppiato le sue dimensioni. È cresciuto il margine industriale di quasi il triplo. Nel 2002 il comparto difesa rappresentava il 17% del volume, e il 100% delle commesse erano per l’Italia. Oggi il comparto difesa rappresenta l’11% e solo il 50% degli ordinativi arriva dalla marina italiana. Di fatto, l’azienda ha aumentato il suo valore di 15 volte. E lo abbiamo fatto con le sole nostre forze».

Prosegue Bono: «Negli anni ‘90 avevamo ordini per 4,5 miliardi da Marina e Guardia Costiera. Negli ultimi 10 anni gli ordini sono scesi a 2,4 miliardi. Non voglio fare politica, ma voglio dire una cosa: il compito di un governo è quello di individuare gli interessi generali, indicare gli obiettivi e mobilitare le forze necessarie per raggiungerlo. Noi – dice l’ad di Fincantieri – stiamo perdendo come Paese un’occasione unica nella storia recente. Da un decennio a questa parte, con l’esplosione delle economie del Far East, il Mediterraneo ha riacquistato una centralità strategica. Il 20% delle merci passa per il Mediterraneo, nonostante questo rappresenti l’1% degli specchi d’acqua del mondo. L’Italia è una piattaforma naturale logistica del Mediterraneo, e dovrebbe essere la piattaforma naturale e logistica per l’accesso all’Europa. Invece oggi le merci vanno prima ad Amburgo o Rotterdam e poi in Italia. È intollerabile. Riflettiamoci. È un’occasione di sviluppo che non può essere trascurata».

Come? «I traffici vanno protetti, e serve una Marina efficiente in grado di custodire i nostri interessi nazionali in uno scenario che non è quello pacifico e tranquillo che tutti quanti vorremmo» dice Bono. «Vanno fatte delle scelte. Noi abbiamo la fortuna di avere un’industria navale efficiente, che consentirebbe di salvare le esigenze della Marina e gli interessi generali del paese. Non sono aiuti quelli che chiediamo, e non sono nemmeno sovvenzioni. noi chiediamo di partecipare ad una direttrice di sviluppo del Paese imprescindibile mettendo i campo le nostre grandi potenzialità: siamo il quarto produttore navale al mondo, però siamo il primo per capacità tecnologica e abbiamo mantenuto leadership anche in crisi. Quando abbiamo comprato cantieri navali in Usa, abbiamo scoperto che la nostra capacità tecnologica era superiore, e siamo stati noi a portare nostra tecnologia negli States. Abbiamo idee, tecnologia, forza, e il supporto del sindacato – conclude Bono – Abbiamo obiettivi ambiziosi. Finora ce l’abbiamo fatta per conto nostro, ma c’è bisogno di programma a lungo termine nell’interesse del paese».





Addio carrello: da oggi la spesa si fa con tablet e smartphone

29 06 2013

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Come cambiano le abitudini dei consumatori con la rivoluzione Hi-tech? Uno studio di Bain & Company fa luce sulle abitudini del neonato “homo digitalis” attraverso una serie di analisi mirate nei settori dell’informatica, della tecnologia nonché in quelli dell’economia e dell’industria.

Per quanto, un po’ ingenuamente, il digitale sia definito “la tecnologia del futuro”, in realtà si è ormai imposto prepotentemente come uno strumento pressoché indispensabile del nostro quotidiano. E dove non è la stringente necessità a spingerci a ricorrere al digitale, lo sono l’abitudine e la routine. Una realtà ben fotografata dallo studio di Bain & Company dedicato al cambiamento delle abitudini di acquisto dei consumatori. «Questo studio – spiega il manager di Bain, Mauro Colopi, che ne è stato l’autore – nasce dalla constatazione di come l’evoluzione del comportamento dei consumatori stia generando degli impatti discontinui sia all’interno delle aziende che fanno di internet e del digitale il loro core business, sia sui modelli di business delle aziende di tutti i settori».

«Il mondo digitale è in continua evoluzione. Si può dire che ogni 60 secondi si è di fronte a qualcosa di diverso nella forma e nelle modalità di interazione. Solo le aziende che sapranno operare come un unico team per la definizione della strategia digitale dell’azienda – conclude Colopi – riusciranno a sfruttare appieno le opportunità offerte della Digital Era, incrementando notevolmente le proprie chance di successo sostenibile nel prossimo futuro».

Ma andiamo nel dettaglio. Secondo il gestore di telefonia O2, un possessore di smartphone trascorre in media oltre due ore al giorno (128 minuti, per la precisione) “attaccato” al suo device. E ben 25 minuti li trascorre navigando su Internet. Seguono 17 minuti sui social network, 16 trascorsi ascoltando musica, 14 videogiocando, appena 13 per le chiamate e via via a scendere fino ai 3 minuti medi giornalieri trascorsi scattando fotografie. Interessante anche la previsione fatta da Ericcson, secondo la quale entro il 2018, su un pianeta ormai popolato da 7 miliardi di esseri umani, ci saranno più telefoni cellulari attivi che abitanti, e 4 telefonini su 5 avranno una connessione Internet. Lo pensa anche Gartner, leader nel settore della ricerca e consulenza IT: nel primo trimestre del 2013, le vendite di personal computer sono calate del 7,6%, a fronte di un incremento nella vendita di tablet pari al 75%, ed entro il 2015 i nuovi device mobili supereranno in numero di vendite gli ormai “vecchi” pc.

Una prospettiva di evoluzione come questa non poteva non avere riflessi anche sull’immediata attitudine ai consumi. E difatti un altro studio di Morgan Stanley datato gennaio 2013 riporta come ormai per alcune determinate categorie merceologiche, musica e libri in testa, oltre il 50% delle vendite avvenga orma in rete. Già nel 2012, nel Regno Unito, l’80% di musica e video e il 50% dei libri veniva venduto online. Non solo: le vendite tramite mobile già oggi rappresentano il 10% del totale dell’e-commerce, con una crescita annuale del volume di affari compresa tra il 150 e il 180%. Ecco perché, sostiene Morgan Stanley, nel 2016 il volume del commercio on-line sarà pari al 10% del volume totale delle vendite, con tassi di crescita quattro volte superiori a quello delle vendite “tradizionali”.

E in Italia? Ancora una volta il nostro paese si colloca tra gli ultimi della classe. In dati, in questo caso, arrivano dallo studio del gennaio 2013 di Morgan Stanley e da un altro di aprile della Casaleggio Associati. Il fatturato dell’e-commerce italiano per il 2012 ammontava a 21,1 miliardi di euro. Una somma apparentemente di tutto rispetto, ma che rappresenta in realtà appena il 2% del volume di affari mondiale. Anche in questo primo scorcio di 2013 le cose non sono andate meglio, con appena l’1,6% di vendite on-line, peggio di Cile, Messico e persino Argentina. Tanto per farsi un’idea più chiara di quanta strada ci separa dalle altre grandi economie mondiali: già nel 2011 la spesa pro-capite dei cittadini britannici in e-commerce ammontava a circa 560 euro l’anno, mentre quella degli italiani era ferma a 54 euro. Oltre 10 volte meno, insomma. Ma perché? Sia per Morgan Stanley che per Casaleggio, la colpa di un volume ti affari così risicato è la scarsa diffusione della banda larga, alla quale, asseriscono entrambi gli studi, lo sviluppo dell’e-commerce è strettamente collegato.

Ma c’è un altro aspetto interessante: nonostante il tempo che trascorriamo quotidianamente sul web, per lo più lo facciamo con visite molto brevi, sessioni “mordi e fuggi”. Digital Snack, li chiama lo studio firmato Bain. Qualche esempio? Secondo Harris Interactive, Safely.com e Pew Research Centre, la durata media di una singola sessione su un’app mobile ammonta a meno di 1 minuto. Detto questo, però, a fare “massa” ch’è il fatto che il 63% delle donne ed il 73% degli uomini controlla il proprio telefono almeno una volta ogni ora, mentre ben il 64% dei teenager manda sms (ogni giovane dai 18 ai 24 anni scambia 109 messaggi al giorno, che al mese fanno circa 3.200 al mese) o naviga su smartphone anche durante le ore di lezione. Sfruttando la “compulsività” degli smatphonisti, alcuni supermercati sudcoreani hanno dato la possibilità ai loro clienti di fare la spesa semplicemente fotografando col telefonino il codice a barre del prodotto prescelto, che verrà consegnato a domicilio. Anche in Italia da ottobre 2012 le metropolitane di Milano e Roma hanno visto comparire simili “Virtual Store” con cui fare acquisti fotografando il QRCode dei cartelloni pubblicitari esposti. Ma siamo solo agli inizi. Perché da adesso arriveranno i soldi veri.

Come? Con la Near Field Communication (NFC), un sistema che consente pagamenti e transazioni “tap-and-go” wireless tramite cellulare. “L’invasione degli ultracquisti” è già cominciata. Diecimila miliardi di euro di dispositivi mobili con SIM NFC verranno venduti entro il 2016. Nel 2017, un miliardo degli utenti mobile tra Usa ed Europa pagherà con il sistema NFC nei negozi. Non basta. IL 25% dei biglietti NFC verrà veicolato su dispostivi mobili già entro il 2014. Ne sono convinte GSM Association, Visa, Gartner, Juniper e ABI.

Faremo la spesa anche attraverso la “realtà aumentata”, il sistema di informazioni integrate che, via smartphone o tablet, consente di avere dati extra e in tempo reale sul luogo in cui ci si trova. E se questo già rappresenta un business per chi presti servizi ai visitatori di un museo, di una città storica o ai turisti davanti ad un paesaggio mozzafiato, figurarsi che significa per chi debba accalappiare un potenziale cliente in un supermercato. Già per quest’anno, le stime dei ricavi generati da App basate sulla realtà aumentata superano i 230 milioni di euro. E da qui al 2017 l’incremento medio annuo dei ricavi da App di realtà Aumentata sarà del 100%, per un mercato totale di oltre 4 miliardi di euro.

Insomma, in Italia non abbiamo nemmeno fatto in tempo ad abituarci all’idea fare la spesa con il computer che già ci troviamo a doverci tener pronti a fare compere direttamente con il telefonino.





La Marina Militare lancia l’ultimo SOS

28 06 2013

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Senza investimenti mirati ed una nuova Legge Navale, come quella del 1975, entro il prossimo decennio la Marina perderà la capacità di operare nelle missioni internazionali, e persino di garantire la difesa delle acque territoriali e degli interessi strategici dell’Italia. A lanciare l’allarme è l’ammiraglio Giuseppe De Giorgi, Capo di Stato Maggiore della Marina Militare italiana

Servono 10 miliardi di euro per riammodernare la flotta della Marina Militare. Oppure entro il 2023 l’Italia non sarà più in grado non solo di adempiere ai propri impegni nelle missioni internazionali, ma neppure di garantire la sicurezza e la protezione dei traffici marittimi, così come gli interessi strategici italiani in Patria e all’estero. È stato lo stesso Capo di Stato Maggiore della Marina, l’ammiraglio Giuseppe De Giorgi, a delineare questo quadro dalle tinte più che fosche, nella recente audizione presso la Commissione Difesa di camera e Senato. Ma è lo stesso De Giorgi a suggerire la via per reperire i fondi necessari a rimettere in sesto la Marina. Una somma enorme, a onor del vero, specie in un momento di crisi economica come quella che l’Italia sta attraversando, ma che, assicura l’ammiraglio De Giorgi, può garantire ritorni economici consistenti e preziosissimi per l’intero sistema-Paese, tali da ammortizzare l’investimento iniziale e generare nuove entrate.

Il quadro attuale

Ma facciamo un passo indietro. Attualmente la Marina conta 30.923 militari (1.037 sono donne), per lo più sotto organico e sottopagati, 9.981 civili, 60 navi, 26 unità del naviglio minore e 70 tra aerei ed elicotteri. Tra le navi a sua disposizione figurano due portaerei, la nuovissima Cavour e l’attempata Garibaldi, tre unità anfibie, quattro cacciatorpediniere, 11 fregate, tre rifornitrici, sei corvette, dieci pattugliatori, dieci cacciamine, tre navi idrografiche, sei sommergibili, una unità supporto subacquei e un’unità per ricerca elettronica e telecomunicazioni. Potrebbero sembrare numeri di tutto rispetto, ma non se si va ad analizzare nel dettaglio il compito che la flotta è chiamata a svolgere. Fatti salvi i confini settentrionali, infatti, l’Italia è completamente circondata dal Mediterraneo, con oltre 8mila chilometri di coste di cui la Marina è chiamata a garantire la sicurezza e la navigabilità per le acque antistanti. Non solo. Spiega l’ammiraglio De Giorgi: «Attraverso il mare, il nostro Paese scambia il 54% delle merci ed importa il 75% del petrolio ed il 42% del gas necessario al proprio fabbisogno energetico. Siamo i primi in Europa per quantità di merci importate via mare, con 185 milioni di tonnellate, abbiamo la undicesima flotta mercantile del mondo per stazza e la terza flotta peschereccia in Europa, con oltre 12.700 pescherecci e 60mila addetti». E prosegue: «Il cluster marittimo nazionale genera da solo il 3% del PIL con un moltiplicatore economico d’investimento pari a 2,9 volte il capitale investito».

La flotta non basta

Con questi numeri risulta chiaro come l’area d’interesse strategico nazionale vada ben al di là delle Colonne d’Ercole o del Canale di Suez. Da tenere sotto controllo e in sicurezza, spiega ancora l’ammiraglio De Giorgi, ci sono tutte quelle regioni da cui provengono «le risorse necessarie al nostro fabbisogno energetico, come Golfo Persico, Mozambico, Golfo di Guinea, Nord Africa e Medio Oriente, e le vie di comunicazione marittime lungo le quali viaggiano le materie prime che importiamo ed i nostri prodotti da esportazione». Così com’è, dunque, la flotta non basta. Anche perché gli Stati Uniti, che fino ad oggi avevano mantenuto un presidio consistente nel Mare Nostrum, ora stanno spostando interessi (e navi) verso oriente, lasciando sempre più d’impiccio chi, per ovvie ragioni, rimane.

E nel panorama operativo immenso come quello descritto non pullulano solo le opportunità economiche, ma anche le minacce: «È il caso della pirateria. È sotto gli occhi di tutti la gravità degli attacchi sferrati anche contro le nostre navi mercantili» dice De Giorgi. Se nel Mediterraneo, così come le sue principali vie d’accesso, le minacce alla sicurezza dovessero farsi croniche, potrebbe verificarsi un progressivo abbandono delle rotte attuali in favore di altre ritenute più tranquille. I primi a farne le spese, in questo malaugurato caso, sarebbero proprio i principali scali marittimi italiani: Genova, Taranto, Trieste, ma anche Gioia Tauro, La Spezia, gli scali energetici siciliani e quello di Savona, oggi come oggi vere e proprie porte di ingresso marittime al mercato europeo.

Navi troppo vecchie

Come se non bastasse, al problema di una flotta sotto organico per il ruolo che le spetta, si somma quello dell’obsolescenza dei mezzi. «Questa Flotta ha un’età media troppo elevata, a fronte della vita operativa utile delle navi militari che si attesta su 20 anni» illustra l’intervento dell’ammiraglio De Giorgi. Qualche esempio? Ce ne sono persino troppi: la portaerei Garibaldi ha 28 anni, le tre navi anfibie hanno in media 26 anni, i due cacciatorpediniere Classe Durand de La Penne venti ciascuna, le fregate addirittura 31, le corvette 25, i sommergibili della Classe Sauro ancora in servizio (chissà per quanto, però) hanno in media 24 anni… per non parlare delle navi ausiliarie o del cosiddetto “naviglio minore”. Così, se già a causa della manutenzione di routine circa un terzo di queste navi non è normalmente disponibile, tenendo conto anche delle avarie (sempre più numerose, a causa della “veneranda” età delle navi), di scafi su cui la Marina Militare può contare per “restare a galla” non ne restano più di venti.

Un futuro ancora più incerto

Senza risorse adeguate, andrà sempre peggio. Nel solo 2013, a fronte degli 851 milioni di euro necessari per mantenere il livello operativo di uomini e mezzi, lo Stato ne ha stanziati appena 417,5. Tra il 2000 e il 2010, inoltre, la Marina è stata costretta a radiare dal servizio 20 unità, a fronte di appena dieci nuovi arrivi. E da qui al 2025 se ne andranno ancora 47 unità navali, quattro sommergibili, 14 unità del naviglio minore e quattro 4 velivoli da pattugliamento marittimo, a fronte dell’arrivo di otto fregate, un’unità di supporto subacqueo polivalente e due sommergibili. «Senza interventi correttivi – dichiara senza tanti complimenti l’ammiraglio De Giorgi – entro il 2025 la Flotta si contrarrà dalle attuali 60 unità a 22». Che, sempre considerando la routinaria manutenzione e le avarie, ridurranno l’effettiva forza navale italiana ad appena dieci o quindici unità.

Dieci miliardi posson bastare

Una soluzione già ci sarebbe. Ed è quella illustrata dallo stesso ammiraglio alla durante Commissione: considerato che il sistema industriale italiano sarebbe in grado da solo di soddisfare le richieste della Marina (Fincantieri per gli scafi, Finmeccanica per i sistemi d’arma e le apparecchiature, l’Ilva per gli acciai speciali), «un investimento di 10 miliardi di euro da qui al 2023 si tradurrebbe pressoché integralmente in Pil». Già, ma come? Attraverso la creazione di 25mila posti di lavoro nelle industrie, con un ritorno fiscale per lo Stato, tra tasse e contributi, di circa 5 miliardi di euro, pari al 50% dell’investimento iniziale, e 6,8 miliardi di risparmio sul mancato ricorso alla cassa integrazione guadagni per circa 20mila lavoratori del settore cantieristico navale e del suo indotto, attualmente al 50% della propria potenzialità operativa. Senza contare la ricchezza prodotta, stimata dallo studio di De Giorgi in 34,3 miliardi di euro. Oltre all’ovvio vantaggio di mantenere competitivo un settore industriale di eccellenza, ma minacciato da vecchi e nuovi concorrenti, e alla conseguente possibilità di incrementare le esportazioni attraverso le commesse estere.

Missione (quasi) impossibile

Resta il problema del come reperire 10 miliardi di euro. Una cifra di tutto rispetto. Tanto per capirsi: il gettito complessivo dell’Imu nel 2012 è stato pari a 23,7 miliardi di euro. Le rimodulazioni di spesa tra le assegnazioni ai vari ministeri, in ragione dei reciproci interessi che un piano di larga portata come questo andrebbe a toccare, o ancora tra le assegnazioni alle singole forze armate, non sono sufficienti. «Serve una nuova legge navale» dice l’ammiraglio De Giorgi. «Un provvedimento legislativo pluriennale ad hoc, mirato al rilancio dello sviluppo economico e sociale di settori trainanti per il Pil, quale appunto la cantieristica militare». L’ultima Legge Navale risale al 1975, ed è sostanzialmente grazie a lei se l’Italia ha ancora una flotta. Da all’ora in avanti, c’è stato al massimo qualche aggiustamento in corsa, ma nulla più.

Tra i principali fautori della Legge ci fu l’ammiraglio Gino De Giorgi, il padre dell’attuale Capo di Stato Maggiore della Marina. Resterà da vedere se anche De Giorgi jr riuscirà a farsi dare ascolto, garantendo così la sopravvivenza della flotta. Ma tra la crisi, la spending review e l’antimilitarismo serpeggiante nelle aule del Parlamento, che in questi giorni sta cercando in tutti i modi di recitare il De Profundis anche all’Aeronautica, negandole quei caccia F35 basilari per garantire la sicurezza dello spazio aereo nazionale, quella di De Giorgi sembra una missione (quasi) impossibile.





Al M5S di Roma fa gola l’assessorato offerto da Marino

25 06 2013

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La dirigenza capitolina del MoVimento indice un nuovo referendum online, stavolta per chiedere alla base se accettare o meno la proposta del sindaco Ignazio Marino di dare ai Cinque Stelle l’assessorato alla sicurezza. Ma Beppe Grillo non ci sta e dice: «Va contro il regolamento. È un sondaggio senza alcun valore».

Le regole sono regole, anche se sono scritte su un non-statuto. Ma la proposta di un posto in giunta da parte del sindaco, per di più offerta ad una compagine che non è nemmeno riuscita ad arrivare al ballottaggio, non è cosa che si rifiuta così su due piedi. Sarà per questo che la dirigenza del MoVimento 5 Stelle di Roma ha deciso di consultare i militanti sul da farsi. Proprio come aveva fatto in campagna elettorale, quando si era reso necessario “contravvenire” (di nuovo) al non-statuto e mandare in tv il candidato sindaco Marcello De Vito, per non fargli perdere troppi consensi.

Così, ieri sera, gli iscritti alla newsletter grillina si sono trovati nell’e-mail questo messaggio, con una raccomandazione a caratteri cubitali: «ATTENZIONE! NON INVIARE/INOLTRARE QUESTA EMAIL A NESSUNO!». Ecco il contenuto: «Cara/o Xxxx, come anticipato via Twitter oggi pomeriggio il sindaco Marino ci ha nuovamente chiamati per chiederci un ulteriore incontro dopo quello di ieri. Da questi colloqui è emerso che entrambe le nostre visioni convergono su alcune tematiche e metodi, quali ad esempio la scelta degli assessori attraverso l’analisi del curriculum.

Alla luce di questo il sindaco si è dimostrato disponibile a valutare per l’Assessorato alla legalità e sicurezza urbana anche dei curricula segnalati dal MoVimento.

La scelta, secondo quando ci ha riferito Marino, è ricaduta su questa funzione per la nota sensibilità del MoVimento su questi temi. Per il rispetto delle quote rosa viene richiesta una donna di comprovata esperienza e di elevata professionalità, preferibilmente di formazione giuridico-amministrativa». La proposta è decisamente ghiotta. Andare in giunta senza nemmeno aver vinto le elezioni non è cosa che capita tutti i giorni. Ma qui scattano gli scrupoli di coscienza: «Coerentemente con il Non Statuto – si legge infatti nel prosieguo della msssiva – il MoVimento non intende in alcun modo stringere alleanze o fare accordi: quello che ci è stato richiesto è invece di attivare una procedura di selezione molto rapida ma basata sul cv e sul merito. Non necessariamente una persona iscritta al MoVimento». Se non è zuppa, dice la saggezza popolare, è pan bagnato. Solo che detta così suona decisamente meglio.

E allora via col televoto (pardon, il referendum online): «Appare necessario, come di consueto, che la Rete si pronunci sul punto». Chi è d’accordo ad accettare la proposta di Marino, prosegue il messaggio, può segnalare via e-mail al portavoce «una esperta di tua conoscenza entro le ore 15 di domani martedì. Nel caso tu abbia conoscenza della macchina amministrativa del Comune ti chiediamo di indicare, alla stessa email, la tua eventuale disponibilità a far parte della Commissione che domani martedì, dalle ore 15, esaminerà i curricula pervenuti. La Commissione sarà composta da 11 persone: 4 portavoce e 7 attivisti iscritti al Roma5stelle estratti a sorte (mediante procedura informatica) tra coloro che comunicheranno la propria disponibilità entro le ore 12 di domani martedì». Sotto a chi tocca.

Firmato: Marcello De Vito, Daniele Frongia, Virginia Raggi, Enrico Stefàno. Segue link (vedi foto) alla pagina del sito dove poter votare. C’è tempo fino a domani. Chissà se anche questa volta l’elettorato darà mandato per chiudere un non-occhio sul regolamento. Di sicuro chi non chiude un occhio, anzi, rampogna l’iniziativa dei romani, è il leader del Movimento 5 Stelle, Beppe Grillo. Sul suo blog, infatti, il Vaffan-Guru scrive: «Il MoVimento 5 Stelle non fa alleanze, né palesi né tantomeno mascherate, con alcun partito, ma vota le proposte presenti nel suo programma. L’unica base dati certificata coincidente con gli attivisti M5S e con potere deliberativo è quella nazionale che si è espressa durante le Parlamentarie e le Quirinalie e quindi – conclude senza mezzi termini – il voto chiesto da De Vito on line non ha alcun valore».





Canale 13, un Mediterraneo più sicuro

24 06 2013

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Sette paesi, 10 imbarcazioni, tre aeromobili, due team di operatori subacquei, sette giorni di addestramento intensivo. Questi i numeri dell’operazione multinazionale “Canale 13”, l’esercitazione aeronavale italo-maltese giunta quest’anno alla 19ma edizione, che ha visto la partecipazione anche di uomini e mezzi provenienti da Algeria, Francia, Libia, Marocco e Tunisia.

Si è conclusa oggi nel porto di La Valletta, a Malta, l’operazione multinazionale “Canale 13”. A congedare gli uomini della Marina Militare, dell’Aeronautica e della Guardia Costiera di ben sette paesi del mediterraneo sono stati l’ammiraglio di squadra Filippo Maria Foffi, comandante in capo della Squadra Navale Italiana, e il generale di brigata Martin G. Xuereb, comandante delle forze armate maltesi. Proprio grazie ad una così grande partecipazione da parte delle nazioni mediterranee, l’operazione “Canale 13” si è rivelata una eccellente applicazione pratica dei principi di collaborazione politica, economica e per la sicurezza del Dialogo 5+5, che unisce dieci paesi tra una sponda e l’altra del mar Mediterraneo: Italia, Francia, Spagna, Malta e Portogallo insieme ad Algeria, Libia, Mauritania, Marocco e Tunisia.

La cerimonia e il debriefing, alla quale hanno potuto partecipare gli organi di stampa, si è tenuta a bordo del pattugliatore armato di ultima generazione “Cigala Fulgosi” della Marina Militare Italiana, il più avanzato e capace tra gli assetti messi a disposizione dall’Italia in questa missione congiunta. Assieme alla “Cigala Fulgosi”, l’Italia ha schierato tre elicotteri (tra cui il nuovo HH139A in dotazione al 15° Stormo dell’Aeronautica Militare, per la prima volta impiegato in un contesto internazionale), una motovedetta della Guardia Costiera, affiancata da un aereo da ricognizione Piaggio P180, una motovedetta dei Carabinieri, una squadra anfibia del Battaglione San Marco, e un team EOD di incursori della Marina.

Le operazioni di addestramento si sono concentrate soprattutto sulla ricerca e Soccorso in mare (SAR, Search And Rescue) di persone e navi in situazioni di pericolo, la sorveglianza degli spazi marittimi ed il controllo dei traffici mercantili (Maritime Law Enforcement Operations) per il contrasto alle attività illecite e criminali. Ma “Canale 13” ha avuto come obiettivo principale il miglioramento della cooperazione ed interoperabilità delle capacità operative delle forze aero-navali nelle operazioni di peace-support, anche attraverso lo sviluppo di comuni procedure standard di intervento.

Particolare attenzione è stata rivolta all’addestramento di team EOD (Explosives Ordinance Disposal – Bonifica Ordigni Esplosivi) in attività subacquee e di unità nella condotta di operazioni di ispezione a bordo di navi mercantili. Attività, queste ultime, particolarmente delicate e che richiedono una particolare competenza nonché uno specifico addestramento. Su questi fronti, l’Italia ha schierato nell’operazione i palombari della Marina Militare e dei Fucilieri della Brigata Marina San Marco. Inoltre, per sviluppare una situazione condivisa sul traffico mercantile, è stato utilizzato il Virtual – Regional Maritime Traffic Centre (V-RMTC), la rete virtuale sviluppata dalla Marina Militare per la condivisione delle informazioni relative al traffico marittimo commerciale.

Soddisfazione è stata espressa dal comandante in capo delle forze armate maltesi, il brigadiere generale Xuereb, che ha dichiarato: «In questi anni Malta ha trovato nell’Italia un partner affidabile e disponibile, cosa che ci ha permesso di mettere a frutto un livello di cooperazione sempre più forte. Grazie a questa forma di collaborazione così stretta – ha proseguito il generale Xuereb – entrambi i paesi sono cresciuti di pari passo, e se negli anni il contributo italiano è stato preziosissimo per lo sviluppo delle forze armate maltesi, ora risulta altrettanto preziosa la consapevolezza da parte dell’Italia di quanto Malta sia riuscita a crescere. Per questo è un onore, un privilegio, nonché una straordinaria opportunità – ha concluso – poter lavorare insieme per il benessere e la sicurezza del nostro Mediterraneo».








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