Toni Capuozzo: «I marò sono stati incastrati»

15 07 2013

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Intervista all’inviato di guerra del Tg5, Toni Capuozzo, che ha ricostruito in un’inchiesta lo svolgimento dei fatti che portarono all’arresto dei fucilieri di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Demolendo l’impianto accusatorio a loro carico.

Il 1° luglio scorso viene trasmessa da TgCom 24 un’inchiesta che smonta pezzo dopo pezzo le accuse dell’India a carico dei marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. I due fucilieri del San Marco da 516 giorni sono trattenuti dalle autorità di Nuova Delhi con l’accusa di aver ucciso due pescatori indiani durante un’azione antipirateria. Autore del servizio, il giornalista Toni Capuozzo. Il Punto lo ha intervistato per farsi raccontare i dettagli di una ricostruzione che fa tremare dalle fondamenta il castello accusatorio indiano e che però, nonostante le eclatanti rivelazioni, non ha suscitato alcuna reazione da parte delle autorità italiane che si occupano del caso.

Capuozzo, che cosa non quadra nell’accusa indiana?
«Il punto principale è la manipolazione degli orari fatta dalla polizia, dalla magistratura e dalla guardia costiera indiane. È infatti ormai assodato che l’incidente che vede coinvolta l’Enrica Lexie, la petroliera italiana a bordo della quale i marò erano imbarcati come scorta antipirateria, avviene tra le 16 e le 16.30 ora locale. L’incidente nel quale trovano la morte i due pescatori indiani, invece, avviene alle 21.30. A dirlo è lo stesso capitano e armatore del peschereccio, Freddy Bosco, che ripete la sua versione sia agli inquirenti che alle tv. Tra i due fatti, dunque, ci sono come minimo 5 ore di differenza».

Dunque i nostri marò sono stati letteralmente incastrati. Perché?
«La mia sensazione è che all’inizio ci sia stata una sorta di svista da parte della Guardia Costiera indiana. Alle 21.30, il proprietario del peschereccio indiano avvisa via radiotelefono la capitaneria di porto dell’incidente mortale appena avvenuto. Sul tavolo dei guardacoste indiano, a quell’ora, c’è già il dossier con la segnalazione della Enrica Lexie che riferisce di essere stata fatta oggetto di un tentativo di abbordaggio da parte di una sospetta imbarcazione pirata. Allora la guardia costiera collega subito le due cose, e chiama in porto la nave italiana. Alle 22.20, però, c’è una nave greca che dà comunicazione di un altro incidente, in una zona e in un orario molti vicini a quelli dell’episodio denunciato dai pescatori. A quel punto, però, con i “colpevoli” italiani già sul piatto e la nave greca lontana in acque internazionali, i guardacoste trascurano la seconda segnalazione. E qui entrano in gioco le considerazioni politiche, con il governatore del Kerala, esponente del Partito del Congresso, lo stesso di Sonia Gandhi, accusata di essere filo-italiana. Il governatore, sotto pressione da parte dell’opposizione nazionalista e comunista, non può fare concessioni allo “straniero”, e dichiara subito colpevoli i due marò. E il capo della polizia del Kerala viene promosso poco dopo. Anche se l’inchiesta fa acqua da tutte le parti: la perizia balistica viene effettuata da un anatomopatologo, che tra l’altro parla di calibri non compatibili con i fucili in dotazione al San Marco. L’unica cosa certa, è che il peschereccio viene immediatamente restituito al proprietario, lui lo lascia affondare, rendendo impossibile qualsiasi perizia sull’imbarcazione, e nel frattempo sposta gli orari dei fatti, adattandoli al teorema degli inquirenti indiani».

Come ha realizzato il servizio?
«Sono partito da due documenti molto importanti. Il primo è il dossier realizzato da Stefano Tronconi, ex dirigente d’impresa, lontano dalla politica e dal mondo militare, che si è interessato al caso e ha ricevuto indicazioni e dati molto interessanti da parte di cittadini indiani, i quali hanno voluto collaborare in prima persona per fare luce sulla vicenda. Il secondo è il lavoro svolto da Luigi di Stefano per quanto riguarda la perizia balistica. La sua è un’inchiesta molto accurata e altrettanto documentata, anche se sul web numerosi detrattori hanno tentato di intaccarne la credibilità mettendoci di mezzo la politica, e accusandolo di essere vicino a CasaPound per screditarlo. Personalmente non do peso alle opinioni politiche delle persone, perché credo che la ricerca della verità sia assolutamente apolitica».

C’è stata qualche reazione da parte delle istituzioni alla sua inchiesta?
«No, nessuna. Anzi, ho rilevato semmai un certo imbarazzo da parte italiana nell’affrontare apertamente questi dettagli. Ciò che mi ha incuriosito però sono soprattutto i toni bassi adottati dall’Italia. Si è sempre parlato solo di conflitto di giurisdizione, una tesi giusta di principio ma difesa molto debolmente in sede ONU ed europea. Una battaglia giusta, ma ormai persa, visto che in ogni caso sarà l’India a giudicare i due marò. Invece non è mai stata pronunciata una parola chiara sulla innocenza. Una vota persa la battaglia, sulla giurisdizione, si sarebbe dovuto dire a chiare lettere come stanno le cose. E anche alcune mosse, come il risarcimento di 300mila euro alle famiglie dei pescatori uccisi, pur mosse da un sentimento di pietà e dal desiderio di apparire concilianti, sono state inevitabilmente lette come una chiara ammissione di colpa».

Ritiene plausibile che chi si sta occupando della vicenda fosse già a conoscenza delle pesanti incongruenze che ha fatto emergere?
«So che ci hanno lavorato oltre 60 persone tra servizi segreti, Marina Militare e personale del Ministero della Difesa. Mi sembra molto strano che a tutti siano sfuggiti elementi come questi. Anzi, so che ci sono addirittura delle fotografie in mano della parte italiana. Aspetto come tutti il processo per vedere cosa succederà».

Eppure, anche dopo il suo servizio, nulla si è ancora mosso in ambito diplomatico…
«Ripeto, c’è molto imbarazzo nell’affrontare la questione. Evidentemente entrambe le parti puntavano ad una soluzione di comodo, con una pena simbolica da scontare in Italia che consentisse ai due marò di tornare a casa in forza degli accordi diplomatici vigenti tra i due Paesi e lasciasse l’India soddisfatta. Oggi l’innocenza dei due marò è un tema che fa saltare il banco. E anche il fatto che siano dei giornalisti e dei comuni cittadini a tirare fuori cose che lo Stato non è riuscito a far emergere, o non ha voluto, è molto imbarazzante. Poi ci sono le questioni commerciali. Ci sono la settantina di siluri che l’Italia è riuscita a vendere all’India poco dopo lo scoppio della vicenda. Ci sono gli interessi di Finmeccanica. Nessuno vuole turbare i canali commerciali tra i due Paesi. L’Italia rivuole i marò a casa e l’India deve dare in pasto alla propria opinione pubblica un risultato. Ma così facendo i cittadini indiani vengono turlupinati quanto i cittadini italiani, perché un’inchiesta del genere non rende giustizia a nessuno».

Lei ha conosciuto Massimiliano Latorre a Kabul, era il suo capo scorta. Che ricordo ha di lui?
«Ricordo che, all’inizio, essendo un “veterano” dell’Afghanistan, non ero affatto felice dell’idea che mi fosse affibbiata una scorta. Avevo sempre e solo girato da solo. Anche egoisticamente parlando, mi sentivo più sicuro con il mio autista afghano e la sua anonima auto scassata che a bordo di veicoli militari riconoscibili, che mi trasformavano subito in un bersaglio. Nonostante la mia iniziale insofferenza, si è subito sviluppata una grande stima reciproca con i militari del San Marco e Massimiliano Latorre, il caposcorta. Non è affatto un Rambo con il dito sul grilletto. Quando una donna col burqa attraversava la strada, faceva subito fermare il convoglio per lasciarla passare. Con il burqa, infatti, la visibilità è estremamente ridotta e anche attraversare una strada trafficata diventa pericolosissimo. Ricordo molto bene questi episodi che possono sembrare curiosi, ma che danno l’idea di che persona sia Latorre. Certe auto ministeriali con i lampeggianti e le sirene spiegate che scarrozzano i politici in Italia sono molto più sbruffone. Insomma, non ho mai nascosto il mio pregiudizio favorevole nei confronti dei due marò, ma proprio non mi ci vedo Latorre a sparare a sangue freddo ad una barca di pescatori. Non mi ci vedo i militari italiani in genere. Non siamo come gli americani».

Già le rigidissime regole d’ingaggio che i nostri soldati devono rispettare li espongono a rischi infinitamente superiori rispetto ai colleghi statunitensi, inglesi, francesi o tedeschi. Crede che l’atteggiamento remissivo del governo italiano nel difendere i due marò avrà altre pesanti conseguenze verso i militari italiani impegnati nelle missioni all’estero?
«Sicuramente l’atteggiamento mostrato dall’Italia finora non potrà non ingenerare insicurezza nei nostri soldati. Se fossi di guardia in Afghanistan, e vedessi un’ombra nel buio senza sapere se si tratta di un pastore con il suo bastone o di un talebano con un lanciarazzi a tracolla, ci penserei dieci volte prima di sparare, anche a costo di mettere a repentaglio la mia vita e quella di tutti i miei compagni. Tutto questo nonostante in anni di missione si sia verificato un solo un caso di vittima civile caduta per errore sotto il fuoco, una piccola macchia in un curriculum senza altri errori. A differenza di quanto è avvenuto ad esempio agli americani, per i quali abbiamo ormai perso il conto degli errori commessi. Gli italiani non hanno mai sparato “allegramente”. Oggi però è peggio. Sapere che nessuno ti difende, nessuno sta dalla tua parte, genera oltre che rabbia anche insicurezza. È questa è la cosa peggiore per chi la sicurezza ha il dovere di mantenerla»

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