Caso marò: Meloni, «Richiamiamo l’ambasciatore dall’India»

11 07 2013

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L’ex ministro Giorgia Meloni interviene sulla vicenda dei due fucilieri, che definisce «un gravissimo atto di aggressione nei confronti dell’Italia», oltre che «una vergogna per tutti gli italiani». E indica all’esecutivo la strada da percorrere: richiamare il nostro ambasciatore dall’India ed espellere l’ambasciatore indiano. Ma, soprattutto, far valere i diritti dell’Italia in seno alle organizzazione internazionali di cui fa parte

Il Punto ha intervistato l’onorevole Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, che ieri in aula durante il question time ha duramente attaccato il Presidente del Consiglio, Enrico Letta, per «l’inerzia e la remissività» con cui l’esecutivo starebbe trattando la vicenda dei due fucilieri di marina del Reggimento San Marco. I due militari sono trattenuti in India da 512 giorni con l’accusa di aver ucciso due pescatori durante una missione di scorta antipirateria alla petroliera italiana sulla quale erano imbarcati.

Onorevole Meloni, cosa non funziona nell’operato del Governo sul caso dei due marò?
«Il fatto che il Governo Letta stia commettendo gli stessi errori del Governo Monti. È semplicemente folle credere che la questione possa essere risolta attraverso una serie di escamotage non formali, e che si possa trovare una via d’uscita in virtù di una non dimostrata simpatia nei confronti dell’Italia, senza nemmeno compiere i necessari passaggi formali propri della diplomazia».

Che cosa avrebbe dovuto fare l’Italia nel panorama internazionale per far valere le sue ragioni?
«Così come detto sin dai primi giorni di questa vicenda, e così come ho ribadito all’allora Presidente del Consiglio Mario Monti, l’Italia avrebbe dovuto pretendere immediatamente la convocazione del Consiglio Europeo, chiedendo ufficialmente una presa di posizione formale, fino alla valutazione di possibili sanzioni all’India. Allo stesso modo si sarebbe dovuta chiedere la medesima convocazione urgente in sede Nato, ponendo a chiare lettere il problema di un gravissimo atto di aggressione nei confronti di uno stato membro. È ovvio che si alza il tiro nelle sedi istituzionali internazionali per poter arrivare ad ottenere il risultato minimo, ovvero un pronunciamento formale sulla questione da parte delle organizzazioni di cui l’Italia fa parte. Perché una cosa dev’essere ben chiara: siamo di fronte a una palese prevaricazione dell’India nei confronti dell’Italia. Non è una disputa di vedute tra due stati. È chiaro all’Italia, è chiaro all’India, ed è chiaro a tutti i protagonisti del contesto internazionale. Ed è proprio questa la cosa più grave: se l’Italia oggi non alza la voce, legittimerà in futuro comportamenti analoghi in altri contesti. L’inerzia di Monti ieri e di Letta oggi sta creando i presupposti di rischi gravissimi per l’incolumità dei nostri militari in missione all’estero ma anche per i nostri concittadini in giro per il mondo nei prossimi anni.

Né la Nato, né l’Onu, né i paesi storicamente amici dell’Italia sono intervenuti Sul caso. L’Ue ha addirittura dichiarato che il caso marò riguarda solo l’India e l’Italia. Perché questo disinteresse?
«Esattamente come ho detto durante il question time al Presidente Letta, è il Governo italiano a dover sollevare la questione nelle sedi internazionali. Nessuno lo farà al posto nostro. Né l’Europa, né la Nato, né le Nazioni Unite. Nessuno infatti ha interesse a entrare in questa controversia, né tantomeno a porsene il problema, se l’Italia è la prima a non farlo».

Ma quindi ha ancora senso un impegno così grande nelle missioni internazionali, dall’Afghanistan al Libano, passando per la Libia, la Somalia e il Mali, a fronte di questo isolamento totale?
«Come ho già spiegato, ritengo che non abbia senso far parte far parte di un’organizzazione internazionale e assumersene gli oneri, anche gravosissimi, senza avere la capacità di far valere i propri diritti in seno alla stessa organizzazione quando questi vengono palesemente calpestati. Purtroppo questo riguarda non solo i contesti di missione internazionale, ma anche molto più banalmente contesti economici e commerciali persino in seno all’Unione europea. Qui l’Italia, pur essendo il terzo contribuente dell’Ue, ogni volta che occorre prendere una decisione finisce per contare meno di zero. Ovviamente, la soluzione non è quella di uscire sbattendo la porta, ma cominciare ad avere una linea politica internazionale sensata e coerente. E difenderla con forza senza paura di alzare la voce».

Non sembrano essere solo i nostri alleati a fare spallucce, però. Il caso dei due fucilieri resta ancora in secondo piano anche per gran parte dei media e dell’opinione pubblica. Di chi è la colpa?
«La principale responsabilità della disattenzione da parte degli organi di stampa e dell’opinione pubblica è tutta da incentrare nell’atteggiamento del governo. Si parte infatti dal presupposto che, se l’atteggiamento delle istituzioni è così tiepido, con ogni probabilità la questione non è poi così grave. Sta alle istituzioni ricondurre l’accaduto a quello che è: dispiace dirlo, ed è umiliante ricordarlo per una patriota come me, ma due militari con l’uniforme italiana che operavano per mandato della Nato e dell’Ue sono da 17 mesi indebitamente trattenuti da una potenza straniera. Questa è un’ignominia e una vergogna per qualunque nazione che si proclama indipendente e sovrana, un’ignominia che non sarebbe mai stata accettata da nessun paese al mondo e nemmeno dall’Italia se non si fosse ritrovata ad essere guidata prima da un governo tecnico, e quindi senza nessuna anima politica, e ora da un governo di compromesso nazionale, che punta solo alla propria sopravvivenza».

Non teme però che alzando sensibilmente l’asticella del confronto si rischi di incrinare rapporti ed equilibri diplomatici, politici e commerciali, in particolare tra Italia e India?
«Non credo che una situazione peggiore sia nemmeno immaginabile. Non riesco a pensare a nulla di peggiore di uno Stato con il quale l’Italia non ha mai avuto problemi né contrasti di nessun genere che si permette, solo per questioni di politica interna, di trattenere per 17 mesi due militari in divisa italiana, che operano per mandato del nostro governo e sotto l’egida dell’Ue e della Nato. Non solo, ormai siamo arrivati alla bestemmia diplomatica: ora, infatti, all’India non bastano i due fucilieri Latorre e Girone, ma Nuova Delhi vorrebbe ascoltare in India anche gli altri quattro componenti del team di scorta, senza che l’Italia si sia nemmeno posta il problema del rischio di vedere trattenuti anche quelli, visto l’atteggiamento finora tenuto dalle autorità indiane. Dal momento che sono state sufficienti ragioni pretestuose per trattenere i due marò, cosa impedirebbe all’India di trattenere gli altri quattro? Il tempo del l’atteggiamento buonista è finito. Un atteggiamento deciso avrebbe pagato di più e da subito. Per di più adesso fonti giornalistiche autorevoli hanno fornito ulteriori elementi nei quali emerge che ad aggravare la faccenda ci sarebbero accuse false, infondate e pretestuose. È arrivato il momento di rispedire a casa l’ambasciatore indiano, per non farci raccontare più frottole, e di richiamare in Italia il nostro, per evitare di fargli fare altre figuracce».

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