Il sottosegretario Pinotti: «Sì alla nuova Legge Navale chiesta dalla Marina»

30 06 2013

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Il governo lavorerà per il varo di una nuova Legge Navale, come quella del 1975. Lo dice il sottosegretario alla difesa, la senatrice Pd Roberta Pinotti. «Credo che anche se siamo in un periodo di crisi le risorse vadano trovate. Anzi, soprattutto perché siamo in un periodo di crisi non possiamo permetterci di perdere la capacità di difendere i nostri traffici marittimi né l’indotto della cantieristica navale». Lo chiedono anche i sindacati

«Credo che anche se siamo in un periodo di crisi le risorse vadano trovate. Anzi, soprattutto perché siamo in un periodo di crisi non possiamo permetterci di perdere la capacità di difendere i nostri traffici marittimi né l’indotto della cantieristica navale». Lo ha detto la senatrice del Partito democratico Roberta Pinotti, sottosegretario alla Difesa, a margine della cerimonia di varo della nuovissima fregata FREMM “Carlo Margottini, celebrata sabato presso i cantieri navali Fincantieri di Riva Trigoso.

E di un altro varo importante ha parlato espressamente proprio il sottosegretario Pinotti: quello di una nuova Legge Navale per rinnovare la flotta della Marina Militare, così come chiesto dal Capo di Stato Maggiore della nostra forza navale, l’ammiraglio Giuseppe De Giorgi. «Dopo il varo di nave Margottini dovranno seguirne degli altri – dice Pinotti -, all’interno di un progetto ampio e organico di conservazione delle capacità operative della Marina Militare, che svolge un ruolo straordinario nella tutela dei traffici marittimi e degli interessi strategici nazionali, ma anche per la conservazione dello straordinario know-how tecnologico e dell’eccellenza industriale rappresentato dalla cantieristica navale italiana».

A chi le chiede se, dopo il braccio di ferro politico inscenato sul caso F-35, sarà possibile far passare questa legge in Parlamento, il sottosegretario risponde: «Quando si parla di difesa sembra sempre che si tratti di un battibecco tra chi vuole avere una difesa e chi no. Ma se viene meno la coesione rispetto al tema della difesa, viene meno la coesione rispetto al concetto comunità, di nazione, di Patria». «Il Parlamento – prosegue la senatrice democratica – si è sempre dimostrato molto serio e consapevole su questi concetti. Se poi invece c’è qualcuno che ritiene l’Italia non dovrebbe avere più una Marina Militare, non dovrebbe avere più Forze Armate né il sistema industriale basato sulla difesa, se c’è qualcuno che pensa che un paese come l’Italia debba fare come il Costarica, lo dica chiaramente e apertamente».

Sembrano dunque premiati gli sforzi dell’ammiraglio Giuseppe De Giorgi, che non si è limitato a “battere cassa” chiedendo 10 miliardi di euro in 10 anni per rinnovare una flotta altrimenti destinata alla scomparsa, ma ha suffragato il suo allarme con un’approfondita ricerca fatta di studi, numeri, panoramiche e proiezioni molto attente e dettagliate. Ed è stato proprio questo a convincere il Governo e la Commissione Difesa di Camera e Senato che lo ha ascoltato nei giorni scorsi. Alla politica è parso chiaro che, per quanto la crisi stia mordendo i garretti alle finanze dello Stato, è necessario intervenire al più presto per non veder scomparire non solo la Marina Militare, ma, con lei, la sicurezza delle acque nazionali, degli interessi strategici, e dell’intero comparto della cantieristica navale con tutto il suo considerevole indotto.

Già, perché non si tratta solo di una questione di “grandeur”. Sul fatto che si debba fare qualcosa, e presto, sono d’accordo tutti: dai militari alla politica, dall’industria ai sindacati, ai lavoratori. Eloquenti in questo senso le parole di Marco Mezzetta, rappresentante sindacale delle maestranze del cantiere di Riva Trigoso: «Possiamo vantare una grande tradizione di produzioni militari, e una grande capacità delle maestranze che ci consente di reggere confronto con la concorrenza internazionale. In questi giorni abbiamo sentito il segnale d’allarme della Marina sull’urgenza dell’avvio di un programma di investimento per la flotta, che si sta pericolosamente assottigliando in numeri e capacità operativa. Come rappresentanti sindacali – dice Mezzetta – invitiamo il governo a completare il progetto FREMM contrattualizzando le quattro unità ancora mancanti, e a proseguire con un piano adeguato sia per rinnovare la flotta che per tutelare il lavoro, l’indotto e il futuro di tante famiglie».

Parole su cui rilancia l’Amministratore delegato di Fincantieri, Giuseppe Bono: «Che cosa chiediamo al governo? Noi non chiediamo niente. Preferiamo mostrare qualche dato. Dal 2002 ad oggi ha raddoppiato le sue dimensioni. È cresciuto il margine industriale di quasi il triplo. Nel 2002 il comparto difesa rappresentava il 17% del volume, e il 100% delle commesse erano per l’Italia. Oggi il comparto difesa rappresenta l’11% e solo il 50% degli ordinativi arriva dalla marina italiana. Di fatto, l’azienda ha aumentato il suo valore di 15 volte. E lo abbiamo fatto con le sole nostre forze».

Prosegue Bono: «Negli anni ‘90 avevamo ordini per 4,5 miliardi da Marina e Guardia Costiera. Negli ultimi 10 anni gli ordini sono scesi a 2,4 miliardi. Non voglio fare politica, ma voglio dire una cosa: il compito di un governo è quello di individuare gli interessi generali, indicare gli obiettivi e mobilitare le forze necessarie per raggiungerlo. Noi – dice l’ad di Fincantieri – stiamo perdendo come Paese un’occasione unica nella storia recente. Da un decennio a questa parte, con l’esplosione delle economie del Far East, il Mediterraneo ha riacquistato una centralità strategica. Il 20% delle merci passa per il Mediterraneo, nonostante questo rappresenti l’1% degli specchi d’acqua del mondo. L’Italia è una piattaforma naturale logistica del Mediterraneo, e dovrebbe essere la piattaforma naturale e logistica per l’accesso all’Europa. Invece oggi le merci vanno prima ad Amburgo o Rotterdam e poi in Italia. È intollerabile. Riflettiamoci. È un’occasione di sviluppo che non può essere trascurata».

Come? «I traffici vanno protetti, e serve una Marina efficiente in grado di custodire i nostri interessi nazionali in uno scenario che non è quello pacifico e tranquillo che tutti quanti vorremmo» dice Bono. «Vanno fatte delle scelte. Noi abbiamo la fortuna di avere un’industria navale efficiente, che consentirebbe di salvare le esigenze della Marina e gli interessi generali del paese. Non sono aiuti quelli che chiediamo, e non sono nemmeno sovvenzioni. noi chiediamo di partecipare ad una direttrice di sviluppo del Paese imprescindibile mettendo i campo le nostre grandi potenzialità: siamo il quarto produttore navale al mondo, però siamo il primo per capacità tecnologica e abbiamo mantenuto leadership anche in crisi. Quando abbiamo comprato cantieri navali in Usa, abbiamo scoperto che la nostra capacità tecnologica era superiore, e siamo stati noi a portare nostra tecnologia negli States. Abbiamo idee, tecnologia, forza, e il supporto del sindacato – conclude Bono – Abbiamo obiettivi ambiziosi. Finora ce l’abbiamo fatta per conto nostro, ma c’è bisogno di programma a lungo termine nell’interesse del paese».

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