La Marina Militare lancia l’ultimo SOS

28 06 2013

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Senza investimenti mirati ed una nuova Legge Navale, come quella del 1975, entro il prossimo decennio la Marina perderà la capacità di operare nelle missioni internazionali, e persino di garantire la difesa delle acque territoriali e degli interessi strategici dell’Italia. A lanciare l’allarme è l’ammiraglio Giuseppe De Giorgi, Capo di Stato Maggiore della Marina Militare italiana

Servono 10 miliardi di euro per riammodernare la flotta della Marina Militare. Oppure entro il 2023 l’Italia non sarà più in grado non solo di adempiere ai propri impegni nelle missioni internazionali, ma neppure di garantire la sicurezza e la protezione dei traffici marittimi, così come gli interessi strategici italiani in Patria e all’estero. È stato lo stesso Capo di Stato Maggiore della Marina, l’ammiraglio Giuseppe De Giorgi, a delineare questo quadro dalle tinte più che fosche, nella recente audizione presso la Commissione Difesa di camera e Senato. Ma è lo stesso De Giorgi a suggerire la via per reperire i fondi necessari a rimettere in sesto la Marina. Una somma enorme, a onor del vero, specie in un momento di crisi economica come quella che l’Italia sta attraversando, ma che, assicura l’ammiraglio De Giorgi, può garantire ritorni economici consistenti e preziosissimi per l’intero sistema-Paese, tali da ammortizzare l’investimento iniziale e generare nuove entrate.

Il quadro attuale

Ma facciamo un passo indietro. Attualmente la Marina conta 30.923 militari (1.037 sono donne), per lo più sotto organico e sottopagati, 9.981 civili, 60 navi, 26 unità del naviglio minore e 70 tra aerei ed elicotteri. Tra le navi a sua disposizione figurano due portaerei, la nuovissima Cavour e l’attempata Garibaldi, tre unità anfibie, quattro cacciatorpediniere, 11 fregate, tre rifornitrici, sei corvette, dieci pattugliatori, dieci cacciamine, tre navi idrografiche, sei sommergibili, una unità supporto subacquei e un’unità per ricerca elettronica e telecomunicazioni. Potrebbero sembrare numeri di tutto rispetto, ma non se si va ad analizzare nel dettaglio il compito che la flotta è chiamata a svolgere. Fatti salvi i confini settentrionali, infatti, l’Italia è completamente circondata dal Mediterraneo, con oltre 8mila chilometri di coste di cui la Marina è chiamata a garantire la sicurezza e la navigabilità per le acque antistanti. Non solo. Spiega l’ammiraglio De Giorgi: «Attraverso il mare, il nostro Paese scambia il 54% delle merci ed importa il 75% del petrolio ed il 42% del gas necessario al proprio fabbisogno energetico. Siamo i primi in Europa per quantità di merci importate via mare, con 185 milioni di tonnellate, abbiamo la undicesima flotta mercantile del mondo per stazza e la terza flotta peschereccia in Europa, con oltre 12.700 pescherecci e 60mila addetti». E prosegue: «Il cluster marittimo nazionale genera da solo il 3% del PIL con un moltiplicatore economico d’investimento pari a 2,9 volte il capitale investito».

La flotta non basta

Con questi numeri risulta chiaro come l’area d’interesse strategico nazionale vada ben al di là delle Colonne d’Ercole o del Canale di Suez. Da tenere sotto controllo e in sicurezza, spiega ancora l’ammiraglio De Giorgi, ci sono tutte quelle regioni da cui provengono «le risorse necessarie al nostro fabbisogno energetico, come Golfo Persico, Mozambico, Golfo di Guinea, Nord Africa e Medio Oriente, e le vie di comunicazione marittime lungo le quali viaggiano le materie prime che importiamo ed i nostri prodotti da esportazione». Così com’è, dunque, la flotta non basta. Anche perché gli Stati Uniti, che fino ad oggi avevano mantenuto un presidio consistente nel Mare Nostrum, ora stanno spostando interessi (e navi) verso oriente, lasciando sempre più d’impiccio chi, per ovvie ragioni, rimane.

E nel panorama operativo immenso come quello descritto non pullulano solo le opportunità economiche, ma anche le minacce: «È il caso della pirateria. È sotto gli occhi di tutti la gravità degli attacchi sferrati anche contro le nostre navi mercantili» dice De Giorgi. Se nel Mediterraneo, così come le sue principali vie d’accesso, le minacce alla sicurezza dovessero farsi croniche, potrebbe verificarsi un progressivo abbandono delle rotte attuali in favore di altre ritenute più tranquille. I primi a farne le spese, in questo malaugurato caso, sarebbero proprio i principali scali marittimi italiani: Genova, Taranto, Trieste, ma anche Gioia Tauro, La Spezia, gli scali energetici siciliani e quello di Savona, oggi come oggi vere e proprie porte di ingresso marittime al mercato europeo.

Navi troppo vecchie

Come se non bastasse, al problema di una flotta sotto organico per il ruolo che le spetta, si somma quello dell’obsolescenza dei mezzi. «Questa Flotta ha un’età media troppo elevata, a fronte della vita operativa utile delle navi militari che si attesta su 20 anni» illustra l’intervento dell’ammiraglio De Giorgi. Qualche esempio? Ce ne sono persino troppi: la portaerei Garibaldi ha 28 anni, le tre navi anfibie hanno in media 26 anni, i due cacciatorpediniere Classe Durand de La Penne venti ciascuna, le fregate addirittura 31, le corvette 25, i sommergibili della Classe Sauro ancora in servizio (chissà per quanto, però) hanno in media 24 anni… per non parlare delle navi ausiliarie o del cosiddetto “naviglio minore”. Così, se già a causa della manutenzione di routine circa un terzo di queste navi non è normalmente disponibile, tenendo conto anche delle avarie (sempre più numerose, a causa della “veneranda” età delle navi), di scafi su cui la Marina Militare può contare per “restare a galla” non ne restano più di venti.

Un futuro ancora più incerto

Senza risorse adeguate, andrà sempre peggio. Nel solo 2013, a fronte degli 851 milioni di euro necessari per mantenere il livello operativo di uomini e mezzi, lo Stato ne ha stanziati appena 417,5. Tra il 2000 e il 2010, inoltre, la Marina è stata costretta a radiare dal servizio 20 unità, a fronte di appena dieci nuovi arrivi. E da qui al 2025 se ne andranno ancora 47 unità navali, quattro sommergibili, 14 unità del naviglio minore e quattro 4 velivoli da pattugliamento marittimo, a fronte dell’arrivo di otto fregate, un’unità di supporto subacqueo polivalente e due sommergibili. «Senza interventi correttivi – dichiara senza tanti complimenti l’ammiraglio De Giorgi – entro il 2025 la Flotta si contrarrà dalle attuali 60 unità a 22». Che, sempre considerando la routinaria manutenzione e le avarie, ridurranno l’effettiva forza navale italiana ad appena dieci o quindici unità.

Dieci miliardi posson bastare

Una soluzione già ci sarebbe. Ed è quella illustrata dallo stesso ammiraglio alla durante Commissione: considerato che il sistema industriale italiano sarebbe in grado da solo di soddisfare le richieste della Marina (Fincantieri per gli scafi, Finmeccanica per i sistemi d’arma e le apparecchiature, l’Ilva per gli acciai speciali), «un investimento di 10 miliardi di euro da qui al 2023 si tradurrebbe pressoché integralmente in Pil». Già, ma come? Attraverso la creazione di 25mila posti di lavoro nelle industrie, con un ritorno fiscale per lo Stato, tra tasse e contributi, di circa 5 miliardi di euro, pari al 50% dell’investimento iniziale, e 6,8 miliardi di risparmio sul mancato ricorso alla cassa integrazione guadagni per circa 20mila lavoratori del settore cantieristico navale e del suo indotto, attualmente al 50% della propria potenzialità operativa. Senza contare la ricchezza prodotta, stimata dallo studio di De Giorgi in 34,3 miliardi di euro. Oltre all’ovvio vantaggio di mantenere competitivo un settore industriale di eccellenza, ma minacciato da vecchi e nuovi concorrenti, e alla conseguente possibilità di incrementare le esportazioni attraverso le commesse estere.

Missione (quasi) impossibile

Resta il problema del come reperire 10 miliardi di euro. Una cifra di tutto rispetto. Tanto per capirsi: il gettito complessivo dell’Imu nel 2012 è stato pari a 23,7 miliardi di euro. Le rimodulazioni di spesa tra le assegnazioni ai vari ministeri, in ragione dei reciproci interessi che un piano di larga portata come questo andrebbe a toccare, o ancora tra le assegnazioni alle singole forze armate, non sono sufficienti. «Serve una nuova legge navale» dice l’ammiraglio De Giorgi. «Un provvedimento legislativo pluriennale ad hoc, mirato al rilancio dello sviluppo economico e sociale di settori trainanti per il Pil, quale appunto la cantieristica militare». L’ultima Legge Navale risale al 1975, ed è sostanzialmente grazie a lei se l’Italia ha ancora una flotta. Da all’ora in avanti, c’è stato al massimo qualche aggiustamento in corsa, ma nulla più.

Tra i principali fautori della Legge ci fu l’ammiraglio Gino De Giorgi, il padre dell’attuale Capo di Stato Maggiore della Marina. Resterà da vedere se anche De Giorgi jr riuscirà a farsi dare ascolto, garantendo così la sopravvivenza della flotta. Ma tra la crisi, la spending review e l’antimilitarismo serpeggiante nelle aule del Parlamento, che in questi giorni sta cercando in tutti i modi di recitare il De Profundis anche all’Aeronautica, negandole quei caccia F35 basilari per garantire la sicurezza dello spazio aereo nazionale, quella di De Giorgi sembra una missione (quasi) impossibile.

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