Verso il drone Made in Italy

20 06 2013

Prima l’ok da parte degli Usa alla vendita della tecnologia necessaria ad armare con bombe e missili guidati i Predator in dotazione all’Aeronautica Militare Italiana, poi l’interesse di Alenia Aermacchi a sviluppare il primo velivolo senza pilota 100% europeo. Ecco come l’Italia si avvicina al sogno proibito di un drone da combattimento interamente “fatto in casa”.

«Italians do it better». A cosa si riferisse la pop star statunitense Madonna con questa frase divenuta ben presto un riuscitissimo motto da t-shirt, è risaputo. Ma, evidentemente, non è solo in “quel” campo che l’Italia è convinta di saper fare meglio degli altri, e di conseguenza di poter fare benissimo da sé senza troppo aiutini dall’esterno. Ad esempio, ci sono anche i droni. Già, proprio gli ormai famosissimi (o famigerati, almeno per chi se li è ritrovati contro) aerei senza pilota tanto utilizzati dall’amministrazione Obama nella guerra contro il terrore.
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Pazza idea
La notizia risale ormai a qualche giorno fa: il fior fiore dell’industria bellica europea si è seduto attorno ad un tavolo per dare il via allo studio di un nuovo velivolo senza pilota interamente progettato e costruito in Europa. Per la precisione, si parla di velivoli non pilotati di classe MALE (Medium-Altitude Long-Endurance).

Ad «auspicare il lancio di un programma europeo» sono la tedesca Cassidian, controllata del gruppo avionico paneuropeo EADS, la francese Dassault Aviation e l’italiana Alenia Aermacchi, controllata del gruppo Finmeccanica. Il perché è spiegato nel comunicato congiunto con cui i tre colossi hanno espresso il loro auspicio che veda la luce un drone “fatto in casa”: «Un programma MALE europeo sarebbe in grado di rispondere ai nuovi requisiti delle forze armate europee e, grazie ad una condivisione del finanziamento per la ricerca e lo sviluppo del nuovo sistema, di ottimizzare nel contempo la difficile situazione dei budget della difesa». Insomma, non due ma ben tre piccioni con una fava: mantenere standard elevati nella difesa aerea dei paesi dell’Unione, affrancarsi dalla dipendenza (finora pressoché totale) dall’alleato statunitense, notoriamente restio a condividere oltreconfine gli ultimi ritrovati della propria tecnologia bellica, se non con il contagocce, e soprattutto risparmiare. Un must, in tempi di vacche magre in cui i bilanci della difesa sono i primi a venire falciati senza pietà.

Ed è esattamente quello che dicono poco dopo i tre gruppi industriali, che nel frattempo si dicono già pronti a coordinarsi sul programma, quando parlano di «sovranità europea, indipendenza nella gestione di informazione e intelligence» ma anche «promozione e sviluppo di importanti tecnologie» e sostegno a «competenze chiave e posti di lavoro altamente qualificati in ambito europeo». Ma se l’entusiasmo della trimurti europea dell’avionica è sicuramente un ottimo segnale per lo stato di salute dell’industria del Vecchio Continente in questo settore, è per l’Italia che un accordo come questo riveste un significato molto particolare.

L’Italia e i Predator
Che l’Aeronautica Militare italiana dimostri un forte interesse verso i droni, infatti, non è un mistero. Attualmente l’AMI ha in dotazione due versioni del Predator americano: il Mq-1C Predator A+, che ha fatto dell’Italia il primo acquirente del mezzo al di fuori degli Usa, e il più grande e potente MQ-9° Predator B, quest’ultimo meglio conosciuto come Reaper. Entrambi sono in forza al 32° Stormo di stanza presso la base aerea di Amendola (FG). Quando le commesse attuali saranno soddisfatte, l’Aeronautica avrà in dotazione complessivamente 12 UAV (UnmannedAerialVehicles, ovvero velivoli senza pilota): sei Predator e sei Reaper. Attualmente, i droni sono stati finora impiegati «per assolvere missioni di ricognizione, sorveglianza e acquisizione obiettivi», per citare la dicitura con cui il sito web dell’Arma Azzurra ne descrive l’impiego operativo. Impiego operativo avvenuto ad esempio in Iraq a supporto della missione “Antica Babilonia”, e come avviene tutt’ora in Afghanistan. Ma presto i droni italiani faranno il salto di qualità, trasformandosi in velivoli in grado di condurre vere e proprie azioni armate contro obiettivi nemici, proprio come già fanno i medesimi velivoli in forza all’USAF statunitense. Anche in questo caso, l’Italia sarà tra i primissimi alleati degli Usa a poter contare su un simile dispositivo militare, subito dopo il Regno Unito. Poco meno di un mese fa, infatti, il presidente Obama, col parere positivo del congresso, ha dato il via libera alla vendita all’Italia degli armamenti per i droni dell’aeronautica, trasformandoli de facto in veri e propri bombardieri teleguidati. A darne notizia in Italia è stato il Sole 24Ore, citando fonti autorevoli dell’americano Wall Street Journal.

Così anche i grossi Reaper dell’Aeronautica potranno montare fino a 14 missili aria-terra AGM-114 “Hellfire” ciascuno, ma anche bombe JDAM (Joint Direct Attack Munition), ordigni a caduta libera convertiti a bombe “intelligenti” grazie all’installazione di un sistema di guida inerziale integrato ad una guida GPS, che l’industria bellica italiana già produce su licenza dell’americana Boeing.

Chi fa da sé fa per tre
Ma quello tra Stati Uniti e Italia sull’armamento dei droni è stato un matrimonio ben travagliato. I tentennamenti statunitensi nel cedere dispositivi e know-how all’Italia, nonostante le pressanti richieste della nostra Aeronautica sono stati tanti e tali prima del sospirato ok definitivo da far letteralmente sbottare il generale Alberto Rosso, responsabile della logistica per l’AMI: «Gli Stati Uniti non sono l’unico Paese in grado di fornire queste capacità e se non saremo in grado di soddisfare le nostre esigenze potremmo cercare alternative». Meno male che poi Obama si è deciso per il sì, forse riflettendo sul fatto che un’Italia con i droni armati era tutt’altro che una minaccia per gli Usa, quanto piuttosto un alleato ancor più prezioso nel levare altre castagne dal fuoco alla già oberatissima, per quanto infinitamente più numerosa, flotta aerea statunitense.

Tutto è bene quel che finisce bene? Forse. Di certo la vicenda del tira e molla con Washington sull’armamento dei Reaper deve aver convinto i vertici della nostra Difesa che sì, in fin dei conti sull’amico e alleato Oltreoceano di vecchissima data alla fine si può sempre contare, ma che forse le esigenze della difesa nazionale non possono attendere sempre i capricci o i dubbi a stelle e strisce, e che probabilmente è sempre meglio, ove possibile, seguire il saggio adagio del “chi fa da sé fa per tre”.

Per questo il tempismo con cui Alenia Aermacchi, assieme ai partner tedeschi e francesi, ha rilanciato sull’ipotesi di droni “fatti in casa” può non essere del tutto casuale. Del resto, all’azienda italiana, l’esperienza nel settore non manca, tanto vale dunque farla fruttare.

Non chiamateli “Spaghetti Drones”
L’avventura italiana nel segmento UAV inizia infatti nel 2005, con lo Sky-X, aereo senza pilota a getto, il primo dimostratore di tecnologie UAS (UnmannedAircaft System) sviluppato da Alenia Aermacchi. Nato come dimostratore UCAS (Unmanned Combat Air System) ed è statoil primo velivolo senza pilota europeo di peso superiore alla tonnellata. Tre anni dopo, lo Sky-X batte un nuovo record, questa volta mondiale: decollato dalla base di Amendola, completa una serie di manovre di avvicinamento con un altro aereo, il C-27J Spartan che fungeva da tanker, simulando un’operazione di rifornimento in volo in modalità completamente automatica.

Nel carniere di Alenia Aermacchi figura poi lo Sky-Y, mosso da un motore diesel con elica spingente, sviluppato come dimostratore di tecnologie innovative per velivoli MALE per la sorveglianza e il pattugliamento. Lo Sky-Y ha volato per la prima volta nel giugno 2007, edetiene il primato europeo di 8 ore consecutive di durata di volo tra gli UAV al di sotto dei 1.000 kg.

Ma c’è di più. Si chiama Neuron, ed è il programma di cooperazione europea finalizzato alla definizione, progettazione, costruzione e sperimentazione del primo dimostratore UCAS europeo con caratteristiche stealth. Nel programma Neuron Alenia Aermacchi è partner di primo livello, con la responsabilità di progettazione e produzione del sistema di generazione e distribuzione elettrica, del sistema dati aria (sensore per parametri di volo ed algoritmi), dei componenti a bassa osservabilità e soprattutto del sistema integrato di armamento con piena autonomia di gestione dei sottosistemi, la cosiddetta Smart Integrated Weapon Bay (SIWB). Il velivolo risultato dal lavoro dei partner Neuronha effettuato il suo primo volo il primo dicembre del 2012. E chissà che, nel caso la “pazza idea” di un drone militare al 100% europeo vada in porto, tutto questo non diventi il primo passo di una nuovissima generazione di armamenti all’avanguardia interamente pensati, progettati e costruiti nel Vecchio Continente.

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