Stamina: ora tocca alla scienza

11 06 2013

 

 

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Dici “cellule staminali” e il pensiero corre subito a Stamina, la controversa terapia inventata da Davide Vannoni (un letterato, e non un clinico) e praticata come “cura compassionevole” presso gli Spedali Civili di Brescia. Pensi al caso di Sofia, la bambina affetta da atrofia muscolare spinale, morta il 5 giugno scorso nel bel mezzo della controversia che vede in ballo il Tribunale, l’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco), grande accusatrice del metodo Vannoni, e i parenti della bambina, convinti invece della bontà del trattamento. Ne parliamo con il professor Stefano Grossi, ginecologo ed embrionologo, direttore scientifico di Cryo – Save Italia

Cosa c’è di attendibile circa il metodo Stamina? Per il momento, nulla. Non esiste ancora nessun tipo di validazione scientifica che ne confermi incontrovertibilmente l’efficacia. Non risulta alcun tipo di pubblicazione scientifica firmata da Vannoni. Non esistono nemmeno i brevetti con i quali Vannoni afferma di aver registrato il suo metodo. Tanto che nell’ambiente scientifico si parla già di una nuova “cura Di Bella”, dal caso dell’omonimo medico che affermava di poter curare il cancro con un metodo alternativo, rivelatosi poi assolutamente inefficace e privo di qualsivoglia fondamento sientifico. Intanto la miccia è accesa, e il dibattito attorno alla ricerca sulle cellule staminali si perde nell’ennesima guerriglia tra guelfi e ghibellini, tra “Stamina sì” e “Stamina no”, dove la valenza scientifica e gli studi clinici lasciano il posto alle ragioni del cuore, se non proprio della partigianeria. Ma se davvero Stamina non ha nulla a che vedere con la ricerca sulle cellule staminali, sicuramente la ricerca sulle cellule staminali non è solo Stamina. Ne parliamo con il professor Stefano Grossi, ginecologo ed embrionologo, direttore scientifico di Cryo – Save Italia, la branca nazionale della più grande banca privata di cellule staminali per la famiglia in Europa, con oltre 225mila campioni conservati. Da anni si occupa di ricerca sulle staminali, e ne promuove la conservazione per un eventuale futuro scopo terapeutico.

Professor Grossi, quanta confusione attorno al tema delle staminali.
«Bisogna innanzitutto distinguere due aspetti della questione. Uno legato alla maniera quantomeno singolare con cui nel caso specifico della piccola Sofia l’utilizzo delle staminali è portato avanti dai genitori. Le cure compassionevoli si rivolgono a pazienti con patologie rare che la medicina tradizionale non può risolvere, e si è pensato dunque di utilizzarle in questo caso. Ma bisogna comunque rendersi conto che la medicina ufficiale deve considerare tutta una serie di passaggi, prima di considerare una cura efficace e quindi somministrabile. Prima i test in laboratorio, quindi la sperimentazione animale, infine l’uomo. Tutte queste fasi non ci sono state. Non possiamo dunque pensare che una terapia come Stamina possa essere applicata con leggerezza alla cura di una patologia rara».

Tutto questo incide negativamente sulla bontà della ricerca?
«La mia personale opinione è che le cellule staminali mesenchimali ed ematopoietiche offrano una valida possibilità di successo nelle terapie, ma questo avverrà soltanto di qui a qualche anno. Attualmente sono in corso più di tremila test sull’uomo, e siamo fiduciosi che da questa importante ricerca verranno fuori terapie valide. Il futuro, insomma, ci darà ragione, però tutto questo dev’essere prima convalidato da step certi».

Perché dunque tanto rumore, tanto interesse, e soprattutto tanta partigianeria attorno alla cura Stamina?
«L’opinione pubblica s’è fatta trascinare dall’emotività suscitata dal caso. C’è da dire che anche il messaggio mediatico è stato forte, ed è chiaro che di fronte a storie di bambini che hanno una possibilità limitata di cura sia emotivamente normale approvare in cuor proprio un certo tipo di scorciatoia. Ci rendiamo perfettamente conto di quanto sia difficile vivere situazioni angoscianti come quelle vissute dai genitori di Sofia, e da tanti altri come loro, però, obiettivamente, non possiamo non tener conto delle leggi, rese necessarie proprio per evitare false speranze o, peggio ancora, pseudo-cure che potrebbero rivelarsi addirittura dannose».

Che idea si è fatto circa l’efficacia di Stamina?
«Non sono in grado di sapere se queste cure possano avere effetti positivi o se abbiano invece effetti collaterali a lungo termine, perché non c’è stata nessuna sperimantazione, e neppure esiste una qualsiasi pubblicistica scientifica a riguardo».

Il 15 maggio la Commissione affari sociali della Camera ha approvato la sperimentazione del metodo. Il 23 il Parlamento ne ha ratificato la sperimentabilità. Cosa ne pensa?
«Ritengo che il Parlamento abbia messo dei paletti doverosi. Credo sia giusto che tutto venga certificato e messo per iscritto step by step, con il coinvolgimento diretto dell’Istituto Superiore di Sanità, dell’AIFA e del Centro Nazionale Trapianti. È necessario avere questo tipo di certezza. Non possiamo usare cavie umane. A di là dei singoli casi, per quanto emotivamente toccanti, per poter valutare se e come queste terapie sono utili abbiamo bisogno di seguire precise indicazioni date dalla legge per il corretto trattamento del materiale biologico».

Intanto però la comunità scientifica ha severamente bacchettato l’Italia. La prestigiosa rivista Nature ci ha addirittura accusati senza mezzi termini di rincorrere metodi antiscientifici, instillando false speranze nei malati e nelle loro famiglie, anziché lavorare seriamente sulla ricerca.
«Nature ha indubbiamente acceso i riflettori su situazione paradossale: da un lato l’assoluto disinteresse di fondo sulla ricerca intorno all’utilizzo terapeutico delle cellule staminali, dall’altro l’improvvisa crociata in favore del metodo Stamina. C’era la forte preoccupazione che si uscisse dai canoni. In Italia poi tutto diventa politica, e nella vulgata comune chi è contro il metodo Stamina vuole solo difendere gli interessi dell’AIFA. Non è questo il punto. Ci sono requisiti ben precisi che vanno rispettati per il trattamento di cellule umane. Ad esempio, occorre lavorare in particolari ambienti, detti camere bianche. Ambienti sterili e senza contaminazione. Lo richiedono direttive europee ed internazionali. E gli Spedali Civili di Brescia questi requisiti non mi sembra li abbia seguiti».

Ma qual è in Italia il livello di consapevolezza circa l’importanza della ricerca sulle cellule staminali? 
«Purtroppo, non solo a livello di consapevolezza, ma anche a livello normativo, siamo indietro anni luce rispetto ad altri Paesi che invece si sono dati regole per far sì che tutto venga effettuato nel migliore dei modi, dando la maggiore garanzia possibile, adottando le giuste decisioni. Purtroppo Stamina non ha fornito nulla di tutto ciò. Stiamo in una situazione che non offre grandi garanzie, senza nulla togliere al problema soggettivo di famiglie che stanno vivendo un dramma reale. Da anni combatto perché ci possa essere da parte della famiglia possibilità di decidere delle cellule staminali cordonali, e che qualora non ci sia la possibilità di donare, ci sia comunque la possibilità di conservare prezioso materiale biologico piuttosto che gettarlo via».

Che cosa si potrebbe fare con le staminali?
«Possono essere utilizzate per rigenerare tessuti come la trachea, i vasi sanguigni, le ossa, le cartilagini, la pelle. E senza altra materia prima, le autologhe (quelle recuperate dal paziente stesso, attraverso appunto la conservazione del cordone ombelicale e del sangue cordonale al momento della nascita) sono sicuramente compatibili. Di cellule staminali mesenchimali se ne trovano in numero molto interessante nel cordone ombelicale, nel liquido amniotico, nella placenta. Conservarle è una possibilità che le famiglie dovrebbero avere per recuperare preziose cellule».

E in Italia a che punto siamo?
«Non ci sono banche che consentano la conservazione per fini di innesto autologo o su familiari. Sono anni che ci battiamo perché venga riconosciuta invece la possibilità di conservare questo materiale. Ad oggi esiste solo un servizio dedicato a quelle famiglie che hanno avuto una patologia tra le 70 attualmente curabili con cellule del sangue. Solo in questo caso, infatti, le banche pubbliche possono conservare questo materiale. E anche il sistema delle banche pubbliche presenta inefficienze».

Si spieghi meglio.
«In Italia le banche pubbliche sono 19, di cui solo 2 accreditate FACT (Foundation for Accreditation of Cellular Therapy), l’ente internazionale che accredita questo tipo di struttura. Non si capisce perché praticamente ogni Regione debba averne una, quando ne basterebbero due o tre in tutto il Paese. Si tratta di un numero altissimo, che corrisponde al 20% di quelle presenti in tutto mondo. Ed è francamente paradossale: abbiamo un numero altissimo di banche pubbliche, ma se uno deve conservare il proprio materiale biologico è costretto ad andare all’estero. Meglio averne poche ma buone».

Quali sarebbero i vantaggi di un buon sistema di banche pubbliche per la conservazione delle cellule staminali?
«Partiamo dalla considerazione che le terapie cellulari rappresenteranno uno degli ambiti di maggiore potenzialità nel prossimo futuro. Nel 2007 ero riuscito ad avere una legge dal Governo Prodi con cui, nel decreto Milleproroghe, veniva data la possibilità di conservare il sangue cordonale. Le famiglie pagavano il servizio, e qualora questo non fosse compatibile alle esigenze della famiglia la mamma poteva decidere di donare il campione. Questa legge aveva messo in equilibrio il sistema, consentendo di risparmiare molti soldi. Per la conservazione delle cellule la collettività paga tra i 16mila e i 18mila euro, attraverso questo sistema il costo si abbatte a soli 2mila euro. Poi però il governo successivo ha emendato il provvedimento».

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