Operazione Strade Sicure

10 06 2013

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Cosa ci fanno i militari nelle strade di Milano e di molti altri grandi centri urbani italiani? Il Punto è andato a scoprirlo con un reportage proprio all’ombra della Madonnina, seguendo per un giorno gli uomini (e le donne) con la mimetica che contribuiscono al mantenimento della sicurezza e al contrasto della criminalità con l’operazione “Strade Sicure”

«Milano non è Beirut». Con queste parole il sindaco Giuliano Pisapia, pochi giorni dopo il suo insediamento, rispediva al mittente l’aliquota di militari dell’Esercito dispiegati in città per l’operazione “Strade Sicure”. Da allora la presenza dei soldati in città si è ridotta ai presidi fissi ai cosiddetti “obiettivi sensibili”, ovvero sedi diplomatiche, luoghi di culto, o siti storici di particolare importanza. Sino al maggio scorso, quando alcuni efferati casi di cronaca, non ultimo quello del picconatore Mada Kabobo, hanno riportato in alto l’attenzione sul pericolo criminalità, costringendo persino la giunta Pisapia, che non ha mai fatto mistero della sua allergia al grigioverde, a una parziale marcia indietro. Ma cosa ci fanno i militari nelle strade di Milano e di molti altri grandi centri urbani italiani? Il Punto è andato a scoprirlo con un reportage proprio all’ombra della Madonnina, seguendo per un giorno gli uomini (e le donne) con la mimetica che contribuiscono al mantenimento della sicurezza e al contrasto della criminalità. Alla testa di questi soldati prestati alla sicurezza urbana c’è il colonnello Sergio Vignocchi, 77° comandante del Reggimento di Artiglieria a Cavallo “Voloire”, nonché comandante del Raggruppamento Lombardia per l’operazione Strade Sicure.

Il panorama
Dei circa 4mila uomini che la legge 125 del 24/07/2008 mette a disposizione dell’Operazione Strade Sicure, 800 sono assegnati ai CIE, i Centri di Identificazione ed Espulsione per gli immigrati clandestini, circa 1900 sono destinati alla vigilanza dei luoghi sensibili in 15 province italiane, tra i quali figurano ad esempio le ambasciate straniere a Roma, mentre circa 1400 sono destinati al pattugliamento congiunto con le Forze dell’Ordine sul territorio urbano. Tra le città dove la presenza dell’esercito è più consistente figurano Roma, Milano, Napoli, Palermo, Genova, Torino, Firenze, Venezia, Bari, Cosenza e Reggio Calabria. L’operazione “Strade Sicure” ha dato un nuovo impulso alla lotta alla criminalità, con oltre 300mila controlli, 800 fermi, 2mila denunce e 3mila arresti, con un impatto molto positivo sulla percezione della sicurezza da parte della cittadinanza coinvolta.

I numeri
Anche a Milano le cifre parlano da sole. Dall’agosto del 2008, gli artiglieri a cavallo del comandante Vignocchi (e le aliquote degli altri reggimenti via via affiancati loro in questa missione) hanno portato a termine 41mila pattuglie, mettendo a segno 460 arresti, 390 denunce e 1020 fermi complessivi. Hanno controllato 42mila persone e 4650 automezzi, sequestrando 19 armi, circa 38 kg di stupefacenti, 56 automezzi e anche 100kg di rame rubato, il nuovo lucrativissimo business nel mondo della microcriminalità, percorrendo in totale 5.300.000 chilometri per le strade di Milano e dell’hinterland (Baranzate di Bollate, Legnano, Cinisello Balsamo, Segrate, San Donato Milanese, Abbiategrasso, Corsico, Pioltello, Bollate e anche su Bergamo e relativo interland), con una media settimanale di chilometri percorsi che ammonta a circa 15mila.

Le azioni
Sono circa 430 i soldati Milano e nell’hinterland. Non ci sono solo le “Voloire”, cui spetta la guida del Raggruppamento. Ci sono anche innesti importanti dai Lancieri di Novara e dagli artiglieri dell’Ariete. Nei prossimi giorni sopraggiungerà un ulteriore rinforzo di 25 unità, proprio a seguito dei recenti fatti di cronaca che hanno costretto l’amministrazione meneghina a riaccendere i riflettori sulla questione della sicurezza. Ai militari impegnati nella missione è attribuita la qualifica di Agente di Pubblica Sicurezza, che consente loro di operare l’identificazione immediata e la perquisizione sul posto di persone e mezzi. Il loro compito è quello di presidiare i cosiddetti “obiettivi sensibili”, ovvero sedi diplomatiche, luoghi di culto, ma anche monumenti e siti storici, come ad esempio il Duomo, e istituti scolastici negli orari di ingresso e uscita degli studenti.

Nelle pattuglie mobili, che nelle zone in cui è richiesto un controllo più capillare del territorio possono essere anche appiedate, affiancano sempre un carabiniere, un poliziotto o un finanziere. Un dispiegamento che consente non solo di sollevare centinaia di agenti e uomini dell’Arma dai presidi fissi, per essere meglio impiegati di pattuglia sul territorio, ma anche di diluire la presenza delle forze dell’ordine per le strade raddoppiandone di fatto l’efficacia nel pattugliamento: anziché pattuglie composte da due carabinieri, due poliziotti o due finanzieri, per le strade della città operano infatti squadre composte da un agente affiancato da due o più militari. Grazie alla presenza dell’esercito, dunque, da ogni singola pattuglia originaria se ne fanno due, e più numerose.

Ma Polizia, Carabinieri e GdF possono avvalersi degli uomini in mimetica anche come supporto in caso di retate, posti di blocco o perquisizioni immediate, quando ne corre l’occasione. Anche se, come ci raccontano i militari della pattuglia che abbiamo seguito per qualche tempo per le strade di Milano, un’aliquota del Reggimento Lancieri di Novara (5°), di stanza a Codroipo, la tipologia di reato con cui più spesso si trovano a fare i conti rientra nell’ambito della microcriminalità: «Per lo più abbiamo a che fare con casi di spaccio – raccontano – o ci troviamo a presidiare zone limitrofe a campi nomadi dove vengono segnalati furti o borseggi». Ed è proprio la percezione a parte della cittadinanza di un maggior senso di sicurezza il miglior risultato conseguito dai militari impegnati nell’Operazione Strade Sicure. Al di là della matematica inconfutabile dei dati numerici, anche questo è un contributo importante, specie in un periodo di profonda crisi economica in cui il rischio di un acuirsi della dimensione criminale è acutissimo.

Sapessi com’è strano, vedere una mimetica a Milano…
Ma la gente come prende il fatto di trovarsi sotto casa un militare in mimetica e scarponcini d’assalto, col basco nero e l’AR 70/90 a tracolla, anziché il classico “ghisa” con la pistola d’ordinanza. «Sulle prime c’è stato un po’ di sorpresa» ammettono i ragazzi (e le ragazze, che sono tantissime) in mimetica, molti dei quali approdati a Milano dopo un’esperienza maturata nelle aree più “calde” del pianeta: dall’Afghanistan, al Libano, al Kosovo. «Ormai però sono diversi anni che la missione è avviata, e la gente si è abituata a trovare in noi un punto di riferimento».

Non è un po’ strano fare il soldato in città, anziché in missione all’estero? Una soldatessa, un giovanissimo caporale dagli occhi azzurri, i capelli lunghi impeccabilmente raccolti sotto il berretto, risponde così: «Spesso all’estero ti trovi a operare in condizioni di grande pericolo, e in luoghi dove la gente soffre la fame e una povertà estrema. Qui siamo ugualmente in missione, e mettiamo lo stesso impegno che potremmo mettere se fossimo a Herat». Con qualcosa in più, però, come spiega poco dopo. «Qui come in Afghanistan la gente capisce e apprezza quello che facciamo, solo che questa missione la sento più “mia”, perché lavorare a contatto con i cittadini ti dà l’impressione che quello che stai facendo lo stai facendo per un tuo conoscente, un tuo vicino di casa, un tuo parente». E aggiunge: «È difficile da spiegare, ma se all’estero ho l’idea di star lavorando per il bene degli altri, qui ho l’idea di star lavorando anche un po’ per me stessa».

Quello che per la soldatessa dagli occhi azzurri è difficile da spiegare, è facile da capire invece se ci si mette nei panni della gente comune. I tanti anziani che fermano i militari per strada per ringraziarli, ad esempio. O i passanti che, per la prima volta senza timore, segnalano loro la presenza degli spacciatori. O ancora le mamme che si sentono più tranquille nell’accompagnare i figli a scuola. «Ci sono zone dove la gente viveva in una sorta di coprifuoco a causa dello spaccio e della microcriminalità, e da quando ci siamo noi ha ripreso a uscire la sera, a frequentare i bar e i luoghi di ritrovo» racconta un altro giovane lanciere.

I precedenti
Non è la prima volta che l’Esercito Italiano viene impiegato in operazioni di ordine pubblico e di controllo del territorio sul suolo italiano. Il primo intervento dal Dopoguerra fu tra il luglio del 1992 e lo stesso mese del 1998, con l’operazione Vespri Siciliani. A spingere il Governo al ricorso all’Esercito furono i due attentati che portarono alla morte, a brevissima distanza l’uno dall’altro, dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e delle loro scorte.

Poco prima, sempre nel luglio del ’92, circa 4mila militari dell’Esercito erano stati impiegati in Sardegna in un’ampia esercitazione denominata “Forza Paris”, e concomitante con le fasi conclusive del sequestro del piccolo Farouk Kassam.

Ma furono proprio i successi conseguiti “sul campo” nell’operazione “Vespri Siciliani” a convincere gli Esecutivi che da allora si sono successi della bontà dell’impiego dell’Esercito a fianco delle Forze dell’Ordine in operazioni di particolare rilievo, dove una presenza massiccia di militari con compiti do ordine pubblico e controllo del territorio potesse consentire di liberare risorse di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza da destinare all’attività investigativa. Così, dal 1994 al 1998, hanno avuto luogo le operazioni “Riace” e “Partenope”, rispettivamente volte a contrastare la ‘ndrangheta in Calabria e la camorra nel Napoletano.

L’ultimo impiego prima di “Strade Sicure” è stato nel 2001, con l’operazione “Domino”, volta a prevenire e neutralizzare un’eventuale minaccia all’Italia da parte del terrorismo internazionale a seguito degli attentati dell’11 settembre negli Stati Uniti d’America.

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