I nostri Marò, una storia italiana

10 06 2013

1263d646e8e086bbc6c35d3f056e5e2c_XL15 febbraio 2012. I fucilieri di Marina del Battaglione San Marco Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, membri di una task forte militare anti pirateria sotto egida Ue, vengono fatti scende dalla petroliera italiana Enrica Lexie e chiusi in carcere dalle autorità dello stato indiano del Kerala con l’accusa di aver ucciso due pescatori scambiando li per pirati. Poche ore prima, la nave a bordo della quale prestavano servizio di scorta era stata attirata con l’inganno in porto allo scopo, fittizio, di indentificare un gruppo di sospetti pirati arrestati dalla guardia costiera indiana. Ha inizio così una delle pagine più buie della storia recente italiana.

Con l’arresto dei due fucilieri comincia la cronaca de “I nostri marò”, l’instant book scritto a quattro mani da due prestigiose firme de Il Giornale, Fausto Biloslavo e Riccardo Pelliccetti, con la prefazione di Alessandro Sallusti e Toni Capuozzo. Il libro, 145 pagine di testi, documenti e immagini disponibili anche in versione e-book, non è un elegia assolutoria né una delle tante sentenze prefabbricate di condanna che animano quell’aprioristico antimilitarismo militante tanto in voga tra i commentatori italiani. È una raccolta precisa e puntuale di fatti, resoconti e cronache lunga quindici mesi, quanto la prigionia dei due fucilieri del San Marco trattenuti dalle autorità indiane. È un diario di viaggio di due cronisti coraggiosi che non si sono voluti fermare ai lanci di agenzia ripescati in rete o alle veline governative di Kochi e Nuova Delhi e hanno viaggiato, intervistato, raccolto tonnellate di appunti, prove e documenti originali. È il frutto del lavoro di due cronisti attenti che vogliono, innanzitutto, vederci chiaro attraverso quella matassa apparentemente inestricabile di sgarbi diplomatici, soprusi giuridici, bracci di ferro e rivendicazioni.

Biloslavo, perché questo libro?
L’abbiamo scritto perché pensiamo che si tratti di un caso di orgoglio, dignità e interesse nazionale italiani. Latorre e Girone non sono turisti andati in vacanza in qualche luogo sperduto e pericoloso del pianeta, sono soldati italiani mandati per fare loro dovere e difendere una nave italiana. Non l’abbiamo scritto per stabilire se i due marò siano innocenti o colpevoli, ma perché siamo assolutamente convinti che debbano essere processati in Italia, e che la verità su quanto accaduto debba essere accertata in Italia. Il libro in realtà è un diario che racconta i fatti così come sono accaduti. È una pubblicazione che resterà a futura memoria come un elenco di fatti che hanno contraddistinto questi 460 giorni di disgrazia indiana. Per questo abbiamo voluto anche riportare anche le dichiarazioni rilasciate dai membri dell’equipaggio, che raccontano una realtà ben diversa da quella che l’India vorrebbe far passare: i marò hanno sparato colpi di avvertimento in aria e in acqua, non contro l’imbarcazione.

Dove ha sbagliato l’Italia nel trattare la vicenda, e cosa avrebbe dovuto fare?
L’Italia ha sin dall’inizio adottato approccio diplomatico cavilloso, giudiziario, di basso profilo. Bisognava quantomeno provare a fare due cose. La prima, quella di sbattere i pugni su tavolo. In primis ritirando i nostri soldati dalla missione anti pirateria al largo della Somalia, di cui in questi giorni tra l’altro ci tocca proprio il comando. Poi, dato che in Libano, nella missione dell’Onu Unifil, abbiamo sotto il nostro comando un battaglione indiano, avremmo dovuto mollare tutto e lasciare a Nuova Delhi il compito di sbrigarsela da sola. In più, avremmo potuto quantomeno minacciare di anticipare il ritiro delle nostre truppe dall’Afghanistan, una vera spina nel fianco per l’India, e anche gli americani avrebbero cominciato a rizzare orecchie. La seconda, che poi è la stessa che ha cercato di mettere in pratica nell’ultimo periodo del suo mandato l’ex ministro degli Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata, quella di cercare la strada dell’arbitrato internazionale, per individuare un’assise superiore che dirimesse il contenzioso. Era un’idea percorribile allora, ed è percorribile ancora oggi. Solo che adesso, dopo 15 mesi di braccio di ferro, toccherebbe ricominciare tutto da capo.

Perché l’India ha perseverato sulla strada della propria sovranità giurisdizionale, anche in palese violazione del Diritto Internazionale, e non ha invece mai cercato nessun tipo accordo?
Ci sono svariati motivi all’origine di questa scelta. Innanzitutto occorre tener conto che i marò sono stati tratti in arresto con l’inganno non da Nuova Delhi, ma dallo stato del Kerala. L’India è uno stato federale, e gli stati locali che la compongono sono molto forti, godendo di conseguenza di discreta autonomia decisionale. È stato il Kerala che ha chiamato in porto la Enrica Lexie con l’inganno, ne ha fatto scendere i marò, li ha arrestati, sbattuti in galera per tre mesi e poi trasferiti agli arresti domiciliari. E lo ha fatto anche per motivi di politica interna. L’opposizione in Kerala, infatti, è dominata dai comunisti, che hanno cavalcato la tigre dei marò a fini propagandistici ed elettorali, chiedendo addirittura la pena di morte. Lo hanno fatto principalmente in avversione al governatore dello stato, che appartiene al Partito del Congresso, lo stesso che guida anche il governo federale, e di cui fa parte Sonia Gandhi, definita con sprezzo “l’italiana” e accusata di boicottare gli interessi nazionali dell’India. Poi sia in Kerala sia a Nuova Delhi non ci sono solo i comunisti, ma anche gli ultra nazionalisti indù che non aspettano altro che fare le scarpe al partito al potere. In più, di sottofondo, nascosta tra le pieghe della politica, c’è una sorta di revanche razziale. I marò sono uomini bianchi, rappresentanti di un governo occidentale, e l’India, nonostante sia una grande potenza economica e militare, soffre ancora il suo retaggio coloniale. Ecco perché incastrare due uomini bianchi sarebbe una sorta di rivincita morale sulla storia. L’orgoglio nazionale indiano è forte. Molto più forte del nostro.

Né l’Onu, né la Nato, né tantomeno l’Ue, sotto la cui egida i marò stavano operando, hanno fatto nulla per sostenere le rivendicazioni italiane.
A questo aspetto, quello dei nostri alleati internazionali che si sono dimostrati quantomeno timidi, se non addirittura disinteressati, il libro dedica un intero capitolo. All’inizio la baronessa Catherine Ashton, a capo della diplomazia europea, aveva addirittura scambiato i due fucilieri per contractor. Per molto tempo, poi, ha sostenuto che la querelle riguardasse solo l’India, e non l’Europa. Invece l’Europa avrebbe dovuto, e potuto, esercitare pesanti pressioni sul governo indiano. Con l’accordo commerciale di libero scambio tra India e Ue in dirittura d’arrivo, ad esempio, si poteva minacciarne il blocco. Anche l’ONU, che a parole è sempre stata a nostro fianco, nei fatti non so quanto abbia effettivamente perorato la causa italiana. Ma il silenzio più grave resta quello degli Stati Uniti: che gli Usa, che hanno importanti rapporti strategici con India, non si siano certo strappati le vesti per i nostri due marò, non fa onore al rapporto di alleanza e amicizia tra Roma e Washington. Poi però, come è accaduto lo scorso anno, se capita qualcosa del genere ai loro uomini, con le navi militari statunitensi che sparano sui pescatori indiani scambiandoli per pirati, l’esito è ben diverso: gli americani non consegnano i loro soldati a un governo straniero.

Crede che l’opinione pubblica italiana sia sufficientemente informata sulla vicenda?
I media indiani, soprattutto all’inizio e nelle fasi cruciali, hanno affrontato molto bene la vicenda, specie quando si è cominciato a parlare della possibilità di una condanna a morte per i marò, nonostante questa ipotesi sia soltanto uno specchietto per le allodole buono per solleticare i nazionalisti. Anche quando la Corte suprema ha bloccato in India il nostro ambasciatore, violando apertamente la convenzione di Vienna sull’immunità diplomatica, la stampa indiana è sempre stata molto aggressiva. I giornalisti indiani si sono dimostrati molto seri: se sono venuti fuori documenti su atti d’accusa e ordinanze è stato quasi esclusivamente merito loro, perché da parte italiana c’è stata solo grande superficialità.

E questa disattenzione ha finito per condizionare anche la nostra opinione pubblica.
I media italiani si sono “attizzati” all’inizio, poi i riflettori si sono spenti, manifestando un disinteresse evidente. E questa è una colpa grave. Noi lo abbiamo detto sin dall’inizio: non sappiamo se Latorre e Girone siano colpevoli o innocenti, devono venir giudicati, ma in Italia e non in India. È una questione di interesse e dignità nazionale. Il fiocco giallo che Il Giornale ha scelto di apporre sulla testata, per quanto mi riguarda, vale per i marò quanto per tutti gli altri italiani che non stanno facendo ritorno in Patria, come l’inviato de La Stampa Domenico Quirico. I grandi giornali, invece, si sono mobilitati solo per Quirico, cioè solo quando si è trovato in difficoltà qualcuno che contribuisce alla cassa dei giornalisti. Credo che meritino uguale dignità anche due servitori dello stato.

Pensa che ci siano ancora dei margini per una soluzione condivisa della vicenda, o si è andati troppo oltre?
Penso che l’India, di fatto, abbia già vinto su tutta la linea. L’India aveva catturato i marò con un inganno, ma quando il governo italiano aveva deciso di tenere i marò in Italia, l’India ha fatto “bau” e noi abbiamo calato le braghe. Nuova Delhi ne esce indubbiamente vittoriosa, a tal punto che sarà lei a processare i marò, con una condanna già scritta. Almeno nel processo si vedrà cosa è veramente è accaduto, e finalmente si entrerà nel merito. Indubbiamente sono morti due pescatori, ma resta da capire chi li abbia uccisi. Ma questo processo, a meno che l’Italia non abbia qualche coniglio nel cilindro, è già scritto. Dopo i due fucilieri verranno a scontare la pena in Italia. Ed è un epilogo triste, specie per l’orgoglio nazionale, visto che non siamo nemmeno riusciti a farli processare in Italia.

Quindi, comunque vada a finire, a Latorre e Girone toccherà il carcere?
Esiste un accordo tra Italia e India che prevede che i detenuti italiani condannati in India, e vice versa, scontino la propria pena nel paese d’origine. Il ministro degli Esteri, Emma Bonino, ha ribadito che l’accordo è entrato in vigore dal 1 aprile. Nel momento in cui i marò venissero condannati, potrebbero richiedere scontare pena in Italia, e immagino verranno concessi loro gli arresti domiciliari, o la libertà vigilata. Ma il problema di fondo è che, per fare attivare l’accordo, la condanna dev’essere accettata in toto come sentenza definitiva dalla giurisdizione italiana. Solo dopo questa accettazione sarebbe possibile porre la parola fine a tutta la vicenda. E questo è un punto su cui occorre ragionare.

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