Eternit: una sentenza destinata a fare storia

6 06 2013

d391ea06ce22164ab3c49dbdbff445db_XLUna sentenza storica. Così il giurista Alessandro Rossi*, già collaboratore di uno degli studi legali che aveva assunto la difesa delle parti civili nel processo Eternit, definisce la sentenza di condanna dell’imprenditore svizzero Stephan Schmidheiny, il re dell’amianto condannato a 18 anni di reclusione dalla Corte d’Appello di Torino per disastro doloso. Ma a fare storia, spiega il giurista, non è l’entità della pena quanto la portata giurisprudenziale di questa sentenza. Ecco perché.

Dottor Rossi, quando ha lavorato sul processo Eternit?
«Sin dal 2004 collaboravo con uno degli studi legali che ha assunto la difesa delle parti civili nel procedimento penale contro la Eternit per le morti provocate prevalentemente nella zona di Casale Monferrato, ma anche a Bagnoli e Reggio Emilia. La mia attività in relazione al procedimento Eternit ha avuto inizio, dunque, nella fase preprocedurale, con un’attività di supporto ai legali e una attività di studio della materia e della fattispecie in particolare. Questa mia attività si è protratta per quasi tutto il 2010 e fino all’estate del 2011. A quel punto, però, la causa era già interamente istruita e si sapeva già, grosso modo, come sarebbe finita, in ragione del materiale probatorio raccolto e delle deposizioni rilasciate. Certo non si conosceva con esattezza la decisione dei giudici, ma era prevedibile che la direzione sarebbe stata quella poi effettivamente presa».

Perché si tratta di un processo unico nella storia della giurisprudenza italiana?
«La sua unicità deriva da una serie di fattori. In primis, il numero delle “vittime”: si parla di oltre 6mila persone coinvolte. In secondo luogo il fatto che sia stato riconosciuto il diritto degli abitanti di una certa zona ad ottenere un risarcimento per i danni alla salute provocati loro da un’azienda operante in quella zona. Poi il riconoscimento del disastro ambientale come reato a danno delle persone e non solo per la difesa di un diritto diffuso ma non ben identificato. E ancora la chiamata in causa diretta degli amministratori della società per il danno da questa provocato e il riconoscimento di una loro responsabilità, e il fatto che, finalmente, si sia applicata quella norma che vuole che, quando una lavorazione è rischiosa per la collettività, la mancata applicazione di tutte le tutele che, anche successivamente, risultassero necessarie è fonte sufficiente di responsabilità per chi non ha fatto tutte le verifiche prodromiche del caso.Tutte cose che hanno portato ad una sentenza unica per la responsabilità che ha portato in capo agli amministratori, ribadita e aggravata nella pena anche in appello, almeno per quello fra i due che non è, nel frattempo deceduto».

Il processo Eternit prende il via nel 2009, dopo il fascicolo aperto dal procuratore Raffaele Guariniello. Nel febbraio 2012 la sentenza di primo grado. Il 3 giugno di quest’anno quella in appello. Tempi relativamente se paragonati all’esasperante lentezza della giustizia italiana. Forse il fatto che si sia trattato di un processo molto “sentito” dall’opinione pubblica ha contribuito ad accelerare i tempi?
«Sì e no. Mi spiego, il Tribunale di Torino ha l’invidiabile primato di essere il più veloce d’Italia. Già diede prova di celerità in occasione dei procedimenti contro la ThyssenKrupp e per il caso di Cogne, e ha ribadito, anche se con una differente Corte, questa prerogativa anche in occasione del processo Eternit. Questo si deve in parte al richiamo mediatico che il procedimento ha, ma abbiamo più di una dimostrazione del fatto che altre volte il richiamo mediatico non solo non ha accelerato, ma ha anzi allungato i procedimenti. A Torino invece si ha spesso un’unione fra motivi e persone che portano a celeri soluzioni. In questo caso occorre che si abbia una Corte intenzionata a procedere celermente, perché la celerità è dovuta alle vittime, ma anche agli imputati innocenti ed è garanzia di un preciso svolgimento perché permette di lavorare a mente sempre concentrata sul procedimento. Rinvii a lungo termine portano, invece, a dispersione di energie e, soprattutto, a perdita di attenzione che comporta il rischio di errori e l’allungamento ulteriore dei tempi. Ci vanno poi dei Pubblici Ministeri che, operando con perizia e competenza fuori dal comune, riescano ad istruire un processo (non dimentichiamo che con il rinvio a giudizio il procedimento ha al suo interno già tutto quello che deve servire per arrivare alla soluzione finale, in caso di errori questi riverberano in maniera tragica su tutti i gradi, fino a poter comportare, come spesso avvenuto, annullamenti in sede di ricorso per Cassazione) completo, preciso e coerente in tempi brevi. Servono anche delle difese che sappiano operare in maniera precisa e preparata, soprattutto quelle delle parti civili offese, per non rallentare il procedimento e non essere estromessi e, nello stesso tempo, dare il proprio contributo alla soluzione del procedimento. Non ultima è l’organizzazione delle cancellerie e degli studi legali, che deve operare con precisione e celerità, nei tempi concessi, per l’attuazione di tutto ciò che è necessario, per permettere agli imputati di difendersi nel migliore dei modi, alle vittime di far risaltare le proprie ragioni, ai pubblici ministeri di istruire in maniera esatta e completa il procedimento e ai giudici di avere chiara, piena, completa e veloce comprensione di una mole immensa di materiale. Quando tutto questo funziona a dovere, e a Torino funziona a dovere, i tempi della giustizia sono quelli previsti dai codici».

A fare notizia, però, è soprattutto la condanna: 18 anni all’imprenditore svizzero Schmideiny. Ma non è tanto la pena inflitta quanto le motivazioni della sentenza a rappresentare un evento storico. Perché?
«È una svolta per un motivo chiaro a chi studia il diritto ma incomprensibile a chi ragiona secondo giustizia. Il sentir comune vorrebbe che, se la mia azienda fa qualcosa che non va, io venga condannato. Ma non è così, la condanna di cui si parla è quella civile, al risarcimento del danno, ma la condanna penale segue altre vie. La responsabilità penale è personale e il diritto classico vuole che sia limitata alle persone fisiche, quindi agli esseri umani. Questo perché la responsabilità penale ha uno stretto legame con la volontà, quindi una persona giuridica, essendo fittizia, è priva di volontà e non può essere condannata. L’unica possibilità è, quindi, identificare una persona fisica che, abusando dei propri poteri, abbia fatto compiere alla persona giuridica il fatto oggetto del reato. Un po’ quello che è successo con la ThyssenKrupp, dove gli amministratori sapevano che la linea era a fortissimo rischio di esplosione, ma hanno, esplicitamente, deciso di non intervenire a di continuare ad usarla. Nel diritto penale questo reato corrisponde d una precisa figura, quella del dolo eventuale, che viene equiparata al dolo effettivo. Quindi gli amministratori della ThyssenKrupp hanno subito una condanna perché sapevano, non hanno fatto nulla ed, anzi, hanno deciso di rischiare sulla pelle della gente. Sarebbero stati responsabili anche se non fosse successo nulla. Ma qui la situazione è diversa».

Si spieghi meglio.
«I danni provocati dall’asbesto sono noti da tempo e sono classificati dalla medicina legale: l’asbestosi è fra questi. Ben sapendo, però, i rischi che si correvano, occorreva fare tutto quanto possibile per limitarli o escluderli. Ciò che non è stato fatto è stato valutato con il senno di poi, perché il rischio è talmente elevato che la legge prevede sia possibile usare il senno di poi. Ma cos’è il senno di poi? Non è quella cosa che ti fa dire che tu avresti dovuto fare ciò che non sapevi, ma che puoi basarti su ciò che è accaduto per dimostrare che non è stato fatto quanto possibile».

Cosa significa, in sostanza?
«Ai lavoratori erano forniti de dispositivi di protezione individuale, ma questi non erano sufficienti. E che non fossero sufficienti è dimostrato dal fatto che si sono ammalati e sono morti. Ma se si fossero usate tutte le cautele e si fossero fatti gli studi che poi sono stati compiuti, ci si sarebbe accorti che i presidi non bastavano e, allora, si sarebbero potuti usare altri presidi o si sarebbe sospesa la produzione di amianto, cosa che è poi accaduta. Ma questo non è stato fatto. Esattamente come non è stata filtrata l’aria che veniva immessa nell’atmosfera, pregna di polveri di amianto, e che ha provocato le medesime malattie polmonari negli abitanti della zona entro un dato raggio. Esattamente come non sono state fornite strutture per la bonifica degli indumenti e delle persone stesse, agli operai che, a fine turno, tornavano a casa portando con sé, sulle proprie persone e sui propri abiti, polveri di amianto letali che venivano assorbite dai familiari. Si tratta di situazioni normali in lavorazioni pericolose, che vengono trattate in un certo modo. Ma si tratta di situazioni insostenibili quando si parla di amianto, la cui soglia di tolleranza medica è zero, infatti non si lavora e non si usa più l’amianto. Ma v’è di più».

Che cos’altro c’è?
«I danni da amianto sono noti sin dagli anni ’40 e, in misura più ridotta (relativamente all’asbestosi) anche da prima. L’obbligo di adottare determinate misure di prevenzione, invece, è codificato addirittura in un Regio Decreto del 1927 che, se seguito alla lettera, avrebbe portato i responsabili della Eternit a fare tutto ciò che, successivamente, si è ritenuto andasse fatto. Quindi, come vediamo, non si tratta solo di un discorso di carattere generale, di buon senso, di tutela generica della salute pubblica, ma di vere e proprie violazioni di norme cogenti. Il non aver fatto queste cose quando era il momento, quindi, rende responsabile l’azienda per i danni causati ai lavoratori, alle famiglie e alla popolazione circostante. Si tratta di danni dimostrati scientificamente, non di presunzioni. E qui viene in essere la novità assoluta di questa sentenza: la condanna penale, di questa portata. Agli amministratori viene contestata la responsabilità diretta. Si dice cioè che, visto che la responsabilità penale è della società e visto che loro sono la personificazione fisica della società, a loro, che ne avevano il potere, competeva di fare ciò che era necessario e loro sono, quindi, direttamente responsabili dei danni causati dal non averlo fatto. Questo comporta una condanna piena e diretta per omicidio. Si tratta di una condanna pesante e non aggirabile in nessun modo. Si tratta anche dell’unico modo di colpire certi individui. Schmideiny fa il filantropo. La sua famiglia è una delle famiglie più ricche del mondo, ma lui si è spogliato di tutto e ha costituito una fondazione per la salvaguardia ambientale del pianeta. In questo modo ha cercato di rifarsi una facciata, mostrando come lui sia una persona diversa da quella che l’affaire Eternit ci ha restituito, ma ha anche frustrato ogni possibile pretesa risarcitoria delle vittime, non avendo più un patrimonio attaccabile. Ecco che, allora, gli si toglie l’unica cosa che ha ancora: la propria onorabilità. Lui, adesso, è un criminale che deve scontare 18 anni di galera».

Lo farà mai?
«Forse no, è troppo potente, è Svizzero. L’Italia non sa farsi valere a livello internazionale. Ma almeno un messaggio è stato lanciato chiaramente: a casa nostra non venite più a fare ciò che volete».

Sul fronte del processo penale, giustizia è fatta. Ma per quanto riguarda i risarcimenti alle famiglie in sede civile la strada è ancora in salita.
«Come ho già detto prima ci sono, purtroppo, ottimi motivi per ritenere che si andrà poco lontano. Oltretutto la morte di De Cartier rischia di rendere comunque inattaccabile anche il suo patrimonio, che sarà, comunque, nel frattempo, stato blindato dalla famiglia».

La stampa ha paragonato il caso Eternit alle vicende Thyssen-Krupp e Ilva. Sono paragoni azzardati o c’è davvero un filo rosso che unisce questi procedimenti giudiziari?
«C’è un filo sottile ma continuo. La ThyssenKrupp fu il primo caso i condanna diretta degli amministratori che sapevano e hanno taciuto. L’Eternit è stato il caso della responsabilità diretta degli amministratori che, pur non sapendo, avrebbero potuto sapere e non hanno fatto. L’ILVA rischia di essere l’unione di tutto ciò e molto altro. Come affaire italiano ha al suo interno migliaia di interessi e di scatole che si intrecciano, difficile capire dove si andrà. Ma una cosa è certa, in tutti e tre i casi si tratta della tutela della salute dei lavoratori e, nel caso di Eternit e ILVA, che sotto questo aspetto hanno molto in comune, anche e soprattutto, della tutela della collettività dai danni provocati dall’industrializzazione selvaggia. Il fatto che si sia iniziato a colpire chi prende le decisioni, se si riesce anche a far valere queste sentenze, potrebbe essere garanzia di un futuro migliore e più attento non solo all’ambiente, ma alle persone. In caso contrario, come diceva un giudice nel corso di una causa che ebbi a patrocinare qualche anno fa: «Se le sentenze di condanna non vengono eseguite, si tratta solo di bei pezzi di carta che possono essere incorniciati e attaccati al muro per poterli rileggere quando se ne ha voglia. Potranno portare a una soddisfazione personale, ma non portano a nulla in termini di giustizia».

Pensa sentenza possa scoraggiare ulteriormente gli investimenti stranieri in Italia?
«Non credo che la sentenza ponga novità sostanziali per quanto riguarda il comportamento richiesto agli investitori stranieri o meno. Tutti, non solo gli stranieri, sono tenuti a rispettare quete norme e non per una tutela dei lavoratori o meno, ma per una tutela della salute umana in senso lato. All’Eternit si è parlato di oltre seimila persone interessate, senza considerare, nel conteggio, tutte quelle che non sono state prese in considerazione perchè trascorsi i termini per la prescrizione del reato e quelli che non hanno potuto chiedere risarcimenti perchè al di fuori dei limiti geografici per pochi metri. Si tratta, quindi, di un danno diffuso alla popolazione, un danno che non ha tenuto in nessun conto la popolazione presente e futura e il territorio. Le norme ci sono da decenni e vanno rispettate, la novità sostanziale sta nel applicazione dellanormativa in senso restrittivo, cosa che in Italia non era mai avvenuta».

*Nato a Torino nel 1970, Alessandro Rossi si è laureato a Parma con una tesi, poi divenuta un libro, sui profili medico legali della morte di Giangiacomo Feltrinelli. Negli ultimi anni si è occupato di diritto del lavoro in uno degli studi legali di riferimento della Cgil e della Cisl a Torino e in Piemonte, che ha trattato tutte le più importanti cause di lavoro, penali e non, contro alcune tra le più importanti società italiane: da Fiat a Telecom, passando per Pininfarina e Tnt Traco, e anche delle cause penali ThyssenKrupp, Eternit, Sia, Enel

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