Dalle 5 Stelle alle stalle

28 05 2013

6214da3f66faedc13de73c740d928085_XLMai così in basso, mai così a rischio. Per il MoVimento 5 Stelle questa tornata amministrativa non è stata solo una défaillance. È la dimostrazione (la seconda, dopo le regionali in Friuli Venezia-Giulia) che la marcia trionfale iniziata con le politiche si era già conclusa il giorno degli scrutini del 25 febbraio. È un bagno di realtà con il quale i grillini dovranno fare i conti, per cambiare rotta e, forse, anche leadership. Pena una scomparsa dalla scena politica nazionale tanto rapida quanto lo era stata la sua epifania.

È vero, in un voto come quello delle amministrative ci sono tante variabili in più rispetto alle politiche, tanto da rendere possibile il paragone tra le due soltanto su basi meramente spannometriche. Contano nomi e volti dei candidati, che possono rivelarsi “giusti” o “sbagliati” molto più del partito che li fa correre. Contano il radicamento sul territorio, la capacità di mettere in moto la macchina delle preferenze, quella di saper strappare voti all’avversario casa per casa. E poi c’è l’incognita del voto disgiunto. Non ha dunque tutti i torti Marcello De Vito, l’escluso a 5 Stelle dal ballottaggio di Roma, quando dice che quello tra Politiche e Comunali è un paragone azzardato, e che molto più calzante è semmai quello tra Comunali e Regionali.

Tra mea culpa e j’accuse
Ma la lucidità della sua disamina del voto finisce qui. Perché poi De Vito tira in ballo la scarsa esposizione televisiva, quella stessa esposizione che Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio aveva vietato a tutti i candidati pena l’espulsione (salvo poi quando i sondaggi in calo avevano costretto i 5 Stelle capitolini ad indire un referendum on-line tra i sostenitori per “dare il permesso” all’aspirante sindaco di andare in tv per recuperare terreno sugli avversari, come Il Punto era stato tra i primi a raccontare). Tira in ballo la cattiva stampa, quella stessa stampa che la premiata ditta Grillo&Casaleggio aveva cercato in tutti i modi possibili e immaginabili di inimicarsi e dipingere, per l’appunto, come “cattiva”. E ignora invece, forse volutamente, l’irrilevanza nello spostare sensibilmente voti e consensi di un mezzo come il web, ancora troppo poco radicato nella società italiana e ancora mal utilizzato da chi fa politica, grillini compresi, per risultare davvero determinante.

Cos’è andato storto
Sono tanti gli interrogativi che ora il M5S dovrà porsi, conditio sine qua non per sopravvivere. Primo fra tutti, come mai il secondo partito nazionale (il primo, escludendo il voto degli italiani all’estero) non solo non sia riuscito a portare a casa al primo turno un sindaco in nessuna tra le grandi città, ma nemmeno abbia garantito l’accesso al ballottaggio a uno dei suoi candidati. In secondo luogo, come mai un candidato che fino all’ultimo si diceva sicuro di approdare al secondo turno, come il romano De Vito, con il suo misero 12% non sia riuscito nemmeno a portare a casa la metà dei voti ottenuti dal MoVimento nella capitale alle ultime politiche (allora fu il 27,2%). O ancora come si spieghi il vero e proprio disastro di Siena, dove i 5 Stelle si erano accreditati come l’unica vera e possibile garanzia di rinnovamento in una città prigioniera del malaffare targato Pd, il partito con le mani immerse fino ai polsi nella marmellata del Monte dei Paschi, e con il Pdl che guardava dalla finestra cercando il momento buono per subentrare alla lauta merenda. Invece, il Movimento che alle politiche aveva sbancato con il 21% dei consensi ora va poco oltre l’8,5%, come una lista civica qualsiasi. Infine, ma non ultimo, perché il nuovo partito nato per ridare fiducia ai delusi dalla politica non abbia fatto altro che contribuire ad ingrossare le fila dell’astensione al pari di tutti gli altri.

La versione di Grillo
Forse, nonostante tutte le differenze, la vera spiegazione di questa Caporetto amministrativa è davvero tutta politica, e nazionale. Ed è ben lontana dall’interpretazione data dal Vaffan-Guru sul suo blog, che pur titolando il suo sfogo «Vi capisco», fa mostra nei fatti di non aver capito affatto, o perlomeno di far finta di non capire. La spiegazione del flop non è nella inevitabile sconfitta di una falange di coraggiosi innovatori soverchiati nei numeri dal popolo dello status-quo, da quelli che “tengono famiglia” e preferiscono votare il “vecchio” per paura che il “nuovo” tolga loro i privilegi aquisiti. E pensare che al comico, per comprendere i tanti motivi della disaffezione crescente del suo stesso elettorato, basterebbe leggere la pioggia di commenti al suo blog, anziché farli cancellare quando troppo scomodi e non “fedeli alla linea”.

Potrebbe scoprire, ad esempio, che la spiegazione è in un M5S, uscito il 25 febbraio dal vaglio delle urne senza essere abbastanza forte per governare ma abbastanza forte per scegliere tra il fare opposizione o rendere ingovernabile la Nazione per chiunque altro, che ha deciso di intraprendere proprio quest’ultima strada. Chi aveva promesso di aprire il Parlamento dall’interno come fosse stata una scatola di tonno non ha fatto altro che mettersi di traverso e chiudervisi dentro.

La spiegazione è anche in un MoVimento che sulla carta del non-statuto ha fatto della democrazia diretta e della capacità di rappresentare la “vox populi” i propri tratti distintivi, ma alla prova dei fatti non è mai riuscito a liberarsi dal dirigismo veterostalinista del duopolio Grillo-Casaleggio. Così come del resto, pur predicando la trasparenza, il M5S non ha ancora fatto luce sulle tante ombre dietro la gestione delle finanze e del potere al suo interno, nonostante siano stati i suoi stessi militanti e persino gli eletti a chiederlo ripetutamente. O, pur accusando di nepotismo il politico avversario che con un sms invitava i militanti a sostenere la sua compagna, non si è fatto scrupoli a piazzare madre e figlio una al Senato e l’altro alla Camera.

Resettare tutto
Così, l’inconsistenza e l’inaffidabilità di un soggetto politico che ha scelto di non scegliere mai hanno finito per deludere entrambe le anime dell’elettorato: quella di chi credeva nel progetto innovatore dei 5 Stelle, con tutti i suoi programmi e le sue promesse di rivoluzione imminente, e quella di chi votando Grillo voleva semplicemente “punire” la vecchia politica, di destra, di sinistra o di centro che fosse. Per questo per tornare in pista una semplice autocritica non basta. Occorre ripartire da capo. E occorre sicuramente fare meglio di quanto abbiano fatto i “rottamatori” del Partito democratico, e ancor di più di chi aveva provato a “formattare” con ancora meno successo il Popolo della Libertà. Qui serve resettare. Forse persino cabiare il disco (rotto e troppo) rigido della premiata ditta Grillo-Casaleggio. Poi, forse, il MoVimento potrà uscire dal girone infernale nel quale si è cacciato per tornare «a riveder le (5) stelle».

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