La svolta Antifa degli Anonymous italiani

17 05 2013

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Da segmento italiano del cyberattivismo mondiale a velina “nerd” dei centri sociali. Si può riassumere così la triste parabola di Anonymous Italy, che, controcorrente rispetto alla direzione seguita dal movimento nel resto del globo, dagli Usa al Regno Unito, dall’Olanda alla Germania, dal Medio Oriente all’America Latina, in casa nostra si è ridotta a farsi dettare le battaglie dalla sinistra antagonista.

Ideologia e politica sono due parole che fanno a pugni con l’epopea di Anonymous. Fin dagli inizi, nel mirino degli attivisti del web sono finiti di volta in voltacoloro i quali il movimento stesso riteneva reia vario titolo di imporre ostacoli e limitazioni alla libertà del popolo della rete. Che fossero i governi o le multinazionali per il loro desiderio di “censurare”, controllare o imbrigliare in qualche maniera la rete, o fossero le forze dell’ordine impegnate a dare la caccia agi hacker, o ancora le agenzie di sicurezza informatica, tra gli obiettivi preferiti degli attacchi di Anonymous, proprio per dimostrare che la tanto decantata sicurezza dei siti web che queste si facevano pagare profumatamente dai clienti era in realtà una chimera.

Anonymous è stata l’angelo custode di Assange e della sua indiscreta creatura, Wikileaks, proteggendo entrambi dai ripetuti tentativi delle autorità di mettere a tacere una voce ritenuta quantomeno scomoda. La liaison tra Anonymous e Wilikeaks rappresenta in un certo senso il paradigma stesso del cyberattivismo: la difesa dell’informazione libera, senza censure o bavagli, e il diritto di ogni individuo a sapere tutto ciò che lo riguarda sono la spina dorsale del credo del movimento.
Anche per questo Anonymous non ha leader ne gerarchie, al massimo qualche icona vivente tra gli hacker che si sono particolarmente distinti in qualche impresa sul web, o reverente rispetto per i “veterani” più esperti. Gli obiettivi e persino le bodalità delle azioni vengono selezionati, condivisi e decisi nelle chat irc criptate dove chiunque può dire la sua, e nessuno conta più degli altri.

Gli obiettivi
Gli attacchi di Anonymous non sono mai stati volti a distruggere qualcosa o qualcuno o a impossessarsi di qualche cosa, ma semplicemente a rimuovere barriere, abbattere ostacoli, scoprire quello che si tentava di insabbiare. Nemmeno gli attacchi a multinazionali, agenzie governative o forze di polizia hanno mai avuto l’obiettivo di colpire per il gusto di colpire, quanto per rendere manifesta attraverso azioni dimostrative eclatanti la superiorità della rete contro qualunque tentativo di imbrigliarla fosse operato nei suoi confronti, l’inefficienza di tanti sistemi di sicurezza spacciati per inossidabili, i limiti e le magagne degli strumenti posti dagli stati e dalle aziende private a tutela della riservatezza e dei dati personali degli utenti.

Anonymous non attacca mai una banca per impossessarsi dei soldi dei correntisti, e nemmeno di quelli del presidente: Anonymous attacca una banca per dimostrare ai clienti quanto scarse siano le misure di sicurezza adottate dall’istituto di credito per tutelare i loro soldi dai veri malintenzionati. Anonymous non attacca mai un sito web governativo per mettere ko “il potere”: Anonymous attacca un sito web governativo per dimostrare ai cittadini che chi ha promesso di proteggerli spesso non fa abbastanza nemmeno per proteggere se stesso. Qualche esempio? Nel luglio del 2011 Anonymous prese di mira la Nato, mettendo le mani su documenti delicatissimi, che però non diffuse per non mettere a repentaglio la vita di civili e militari in missione negli angoli più pericolosi del globo. Ad agosto dello stesso anno minacciarono Facebook, accusata di non tutelare a sufficienza i dati personali dei clienti. E fu proprio nel 2011 che attraverso la rete diedero un contributo fondamentale allo scoppio della Primavera Araba.

Chi sono gli Anonymous?
C’è chi li ha chiamati cybercriminali, chi addirittura cyberterroristi, chi buontemponi del web con la mano pesante. La lista degli epiteti appioppati al movimento negli anni è lunghissima. Si può certo opinare gli ideali e i princìpi che muovono Anonymous, si possono condannare i mezzi utilizzati, ma di certo non si può definirli criminali o terroristi più di quanto non si possa etichettare allo stesso modo gli attivisti di Green Peace che tentano di ostacolare le battute di pesca delle baleniere giapponesi.

Ma per gli italiani qualcosa nel frattempo è cambiato. Una volta il web era l’unico fine. Oggi, almeno per gli ex hacktivist italiani, è diventato un mero strumento, uno dei tanti media per propagandare tutt’altro. E così, sotto attacco degli Anonimi di casa nostra, finiscono i siti web legati al Tav, poi quelli degli avversari politici, da Forza Nuova a Casapound, passando per Pdl e Lega Nord, con cui certo hanno molti più sassolini nelle scarpe da togliere gli antagonisti dei centro sociali che non degli attivisti per le libertà digitali.

La “via italiana” di Anonymous
«Nel mondo il razzismo e l’autoritarismo non sono stati ancora sconfitti. In Italia, la loro roccaforte è CasaPound. Chiudiamola subito» scrivevano nel marzo del 2012 in un comunicato nel quale rivendicavano l’ultima azione contro i “fascisti del terzo millennio”. «Ieri gli amici di padroni e banchieri sono usciti dalle fogne picchiando ragazzi e assaltando un corteo: 68 anni dopo le fosse ardeatine, non sono cambiati. Non possiamo più tollerare organizzazioni paramilitari nelle nostre città. Non possiamo permettere che la memoria venga infangata da dei servi. Oggi Anonymous chiude casapounditalia.org, contro ogni fascismo e ogni razzismo. Domani, vogliamo che venga chiusa CasaPound». E poi la firma: «Siamo Anonymous. Siamo Partigiani. Non dimentichiamo. Non perdoniamo Aspettateci», con quel “siamo Partigiani” che davero nulla ha a che spartire con i principi originari del movimento. E la svolta “antifa” la si vede negli obiettivi quanto nel lessico e negli slogan, ai limiti della rivendicazione brigatista. Tutti lontani anni luce dalle rivendicazioni forti, ma pur sempre libertarie, di chi come Anonymous ha eletto a principio il fatto di non attaccare mai nessuno con il solo scopo di mettere a tacere una voce “contro”.

Nel tritacarne è finito anche Beppe Grillo, il cui blog è stato attaccato l’estate scorsa. La spaccatura creatasi all’interno degli Anonymous italiani tra chi aveva promosso l’attacco e chi non ne condivideva né i motivi né le finalità arrivò allora a tal punto da determinare l’uscita di molti attivisti dal movimento, considerato ormai una specie di frangia anarchica. Molti altri se n’erano già andati sbattendo la porta l’anni prima, quando si cominciava a respirare con più persistenza questa deriva politicizzata. Poi, ad agosto, ci fu l’assurdo teatrino dell’attacco al sito web di Alex Schwazer, l’olimpionico di marcia trovato positivo ai controlli antidoping prima di Londra 2012. Un attacco insulso, motivato dall’idea di alcuni membri di “fare notizia” e restitire un po’ di smalto all’immagine nostrana degli Anonimi cavalcando l’indignazione del momento. Ottennero l’esatto contrario, e le reazioni indignate con le accuse di sciacallaggio mediatico da parte dell’opinione pubblica arrivarono a tal punto da costringere il movimento italiano a fare marcia indietro e chiedere pubblicamente scusa.

Gli “antifa” della rete
L’ultimo capitolo di questa storia italiana si è consumato lo scorso 29 marzo, con l’attacco di Anonymous al sito web del Coisp, il sindacato autonomi di polizia che nei giorni precedenti aveva manifestato in favore degli agenti di pubblica sicurezza condannati per l’uccisione del giovane Federico Aldrovandi. Un altro attacco “fuori target”, “non-Anonymous”, su una vicenda troppo delicata e troppo dolorosa, con una rivendicazione nella quale dietro le traballanti motivazioni di solidarietà nei confronti del dolore della madre del ragazzo si nascondono malamente l’ennesima accozzaglia di motivazioni politiche e ideologiche: «L’ombra del sangue di Federico e’ piu’ viva che mai – scriveva il moviemnto del comunicato -. Non dimentichiamo lo strazio delle madri e dei padri che chiedono giustizia e rispetto. Le loro urla e le loro lacrime sono anche le nostre. E a loro ci stringiamo, con la promessa di utilizzare tutte le armi in nostro possesso per indagare sulle morti impunite, per fare luce laddove lo Stato complice vuole imporre il silenzio». Sic transit gloria Anonymi.

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