Movimento 5 Stelle cadenti

9 05 2013

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«Ci vedremo in parlamento, sarà un piacere» scriveva Beppe Grillo sul suo blog durante la campagna elettorale. Un piacere lo è stato, ma solo per quei notisti politici che quotidianamente si divertono a raccontare le gaffe, i flop e gli scivoloni di un’Armata Brancaleone approdata in parlamento per rottamare la politica e che invece ha finito soltanto per autodistruggersi. Ecco il grande bluff del MoVimento 5 Stelle.

La storia di Uri Geller è senza ombra di dubbio uno dei più interessanti fenomeni sociali, mediatici e finanche psicologici degli anni ’70 e dei giorni nostri. Il giovane ciarlatano israeliano che affermava di essere in grado di piegare cucchiai e svariati altri oggetti metallici con la forza della sua mente fu più e più volte sbugiardato da prestigiatori, tecnici e scienziati, i quali svelarono i suoi portentosi “poteri” per quello che erano veramente: gran bei trucchi, e molto ben riusciti. Persino alcuni suoi ex collaboratori, tra assistenti vari e addirittura il suo vecchio manager, raccontarono che Geller era abilissimo nel distrarre i suoi interlocutori per manipolare “ad hoc” le messinscene, anche a costo di piegare i cucchiai e le chiavi con le sue stesse mani. Eppure, anche a distanza di un ventennio da quando le baracconate di geller furono smascherate, c’è ancora chi crede davvero che i poteri del ciarlatano fossero genuini, e che chi ne contestava le capacità con tanto di prove tecniche e scientifiche non fosse altro che un detrattore invidioso. È un po’ quello che sta accadendo con il fenomeno, certamente più mediatico che politico, di Beppe Grillo e del suo MoVimento 5 Stelle. Smentito su tutto, dal web alla politica, ora può contare solo più sulla cieca approvazione di chi “vuole credere”.

Rivoluzione mancata
Sermbra che il M5S non riesca a farne una giusta. Nato per pensionare la vecchia politica e i vecchi partiti, sta poco alla volta incappando negli stessi errori e negli stessi sbagli commessi dagli stessi che avrebbe voluto “rottamare”. Non c’è soltanto l’iperdecisionismo della premiata ditta Grillo&Casaleggio, che senza alcun tipo di legittimazione democratica, al contrario di quello che vorrebbero i principi del cosiddetto non-statuto, gode dell’ultima parola (quella decisiva) su ciascuna delle questioni chiave all’interno del partito. Ci sono anche i piccoli e grandi episodi. Come i dissidenti silurati, da Giovanni Favia a Marino Mastrangeli, “colpevoli” soprattutto di aver contravvenuto alla Parola di Grillo. Come il nepotismo di ritorno di Ivana Simeoni e Cristian Iannuzzi, madre e figlio approdati rispettivamente al Senato e alla Camera con la benedizione delle Parlamentarie. O come le lotte di potere intestine che nelle ultime settimane stanno coinvolgendo la falange bolognese del MoVimento, una delle prime a nascere, una delle prime ad essere eletta alle amministrative, una delle prime a fare i conti a muso duro con quella dura arte del compromesso che è la politica. O ancora come l’illusione della “democrazia diffusa” con l’ausilio di Internet, i cui risultati, dalle Parlamentarie alle Quirinarie, caratterizzate da scarsissima partecipazione, farraginosità del metodo ed estrema vulnerabilità, hanno lasciato molto a desiderare.

Se potessi avere 2.500 euro al mese
I grillini sono sempre meno soddisfatti e sempre più rimborsati. Quello che avrebbe dovuto essere uno dei fiori all’occhiello della politica a Cinque Stelle si sta rivelando l’ultimo atto (ma solo in ordine di tempo) di una farsa mal sceneggiata.Ieri il vicepresidente dell’Assemblea Regionale Siciliana, Antonio Venturino, è stato espulso dal MoVimento perché si rifiutava di versare alle casse grilline le eccedenze di quei 2.500 euro mensili fissate dal non-statuto come “non plus ultra” per i “cittadini” eletti. Ma anche tra deputati e senatori nazionali corre qualche malumore. Tra chi ha provato a fare una specie di supercazzola fiscale eslcudendo le laute diarie dal conteggio dello stipendio, chi come la capogruppo alla Camera, Roberta Lombardi, ha vissuto lo psicodramma di perdere gli scontrini delle spese e si è rivolta a Facebook per ottenere lumi sul da farsi, chi chiedeva i rimborsi per la benzina senza avere nemmeno la patente, e chi proprio non ce la fa ad arrivare a fine mese con il costo della “Dolce Vita” capitolina, ecco che arriva la proposta di dotare i grillini in Parlamento di una carta di credito con plafond prefissato per tagliare la testa al toro. E chi s’è visto s’è visto. Sempre che la Lombardi non smarrisca il codice pin…

L’illusione della DDD
Ma, ironia della sorte, per i grillini, presentatisi all’elettorato italiano come i paladini del web, è proprio da Internet che stanno arrivando le delusioni più cocenti. Dalle e-mail hackerate alle elezioni disertate, per non parlare dei blog dove l’unica opinione ammessa è quella allineata, emerge soprattutto una scarsissima conoscenza del mezzo e delle sue dinamiche, surrogata da un’idealismo parossistico e molto ingenuo sulle risorse della rete come panacea di tutti i mali. A cominciare dai mali della democrazia “vecchio stampo”.

Paolo Attivissimo, il “cacciatore” delle bufale del web, dedicava qualche giorno fa sul suo blog, il Disinformatico, un’interessante riflessione al fenomeno della democrazia digitale in un post dal titolo eloquente: “La pericolosa illusione della democrazia diretta digitale”. Pur senza diretti riferimenti al né a Beppe Grillo né al MoVimento 5 Stelle, il ragionamento di Attivissimo è molto utile per comprendere l’aleatorietà di un sistema basato sulla democrazia diretta digitale, e soprattutto per spiegare il perché dei flop collezionati dalle recenti consultazioni on-line indette dal MoVimento. Scrive Attivissimo: «In vari paesi ci sono movimenti politici che vedono nell’uso di Internet la chiave per sovvertire il sistema e istituire una democrazia diretta, snella ed efficiente, priva delle storture e corruzioni della democrazia rappresentativa. L’idea è nobile – conviene l’autore del Blog – ma come tante idee nobili è lontana dalla realtà pratica, perché gli attuali strumenti informatici sono troppo vulnerabili e gli utenti sono troppo incompetenti per usarli in modo sicuro. Per cui chi volesse sabotare queste iniziative avrebbe il gioco tremendamente facile, non solo per bloccarle ma addirittura per usarle a proprio favore».

Problema numero uno: proprio la sicurezza del sistema, senza la quale, ovviamente, tutto crolla come un castello di carte. Prosegue infatti Attivissimo: «Si può pensare seriamente che un voto elettronico, implementato sui PC appestati di virus e vulnerabilità degli utenti, sia sicuro più di un voto cartaceo al seggio? Si può pensare che chi ha ancora difficoltà a capire come si compila una scheda elettorale, fa fatica a non farsi fregare la password di Facebook e chi, peggio ancora, non ha alcuna dimestichezza con i computer possa seriamente destreggiarsi fra software di autenticazione del voto, sicurezza fisica del dispositivo informatico e sistemi di garanzia dell’identità delle sue opinioni postate nelle discussioni? No, vero?».

Il Popolo della Rete
Più di una volta la figura di Beppe Grillo è stata accostata a quella di un guru, più che di a quella di un leader politico. E, in effetti, come un guru, una guida spirituale, Grillo si fa portatore di una sorta di verità rivelata, l’unica vera verità in mezzo ad un mare di menzogne, immune da critiche e contestazioni. Ma, soprattutto, come ogni guru che si rispetti, Grillo guida un suo popolo: il Popolo della rete. Che cosa sia davvero questo popolo della rete, non è dato saperlo. A sentire il comico genovese, rapresenterebbe la stragrande maggioranza degli italiani che, stanchi della vecchia politica e del vecchio sistema, riverserebbero su Internet la loro voce di protesta contro il vecchiume marcio e moribondo e in favore del nuovo che avanza: il MoVimento 5 Stelle, guardacaso. Per la verità, il Popolo della Rete non esiste. Come diceva il giornalista Guido Nicoletti in un suo video-editoriale sul sito web de La Stampa, «Quali sono i confini territoriali del Popolo della Rete? Quale etnia appariene al Popolo della Rete? Chi definisce l’appartenenza o meno al Popolo della Rete? Qual è la lingua che parla il Popolo della Rete? Questa è la grande mistificazione molto in voga di questi tempi, soprattutto nel nostro paese: che esista un luogo della verità assoluta, che è quello espresso dalla rete. In realtà, quale valore ha un messaggio scritto su Twitter se ha lanciarlo non è un personaggio già baciato dalla pubblica notorietà? Quale valore ha una discussione lanciata su un qualsiasi social media se non è una televisione a trasmetterne lo screenshot, e quindi a trasformarlo in notizia?». «Non ci illudiamo» ammonisce Nicoletti. «Non esiste un popolo della rete. Esiste una modalità di scambio dell’informazione e del pensiero che passa attraverso internet. Tutto qua». E Grillo, dunque, è l’autonominatosi imperatore del nulla. Come un Napoleone senza la Francia ed i Francesi.

Burattinaio burattino?
Nel tentativo di dare una spiegazione logica alla fenomenologia di Beppe Grillo e del suo MoVimento 5 Stelle, si è dato retta ad ogni ipotesi, comprese quelle più assurde. E sul fronte delle assurdità, i complottisti si sono davvero sbizzarriti. Ci sono persino quelli secondo cui dietro il MoVimento 5 Stelle ci sarebbe una grande macchinazione della Cia per destabilizzare l’Eurozona, utilizzando l’Italia come Cavallo di Troia, e restituire al dollaro la supremazia assoluta tra le monete mondiali. Le “prove” del “complotto”? L’interesse manifestato dall’ambasciatore americano in Italia, David Thorne, verso l’ascesa del MoVimento, e di casi di vero e proprio endorsementy. Del resto, in Italia basta molto meno per scatenare le dietrologie più impensabili. Ma il Rasoio di Occam insegna che la possibilità più plausibile è anche quella giusta. E allora chi ci sarebbe dietro Grillo e Casaleggio? Nientepopodimenoche Grillo e Casaleggio. Un’accoppiata vincente tra un mattatore abile nell’arte di apparire migliore degli altri fischiando i falli altrui, e un sedicente esperto di comunicazione informatica molto più bravo ad accreditarsi come tale nei salotti buoni che a padroneggiare le dinamiche del web. Un’accoppiata che è stata in grado di accattivarsi la simpatia delle folle raccontando loro esattamente quello che le folle volevano sentirsi dire. E, soprattutto, dando loro la possiblità di parlare da un palcoscenico, quello del Blog di Beppe Grillo, dove tutti hanno l’impressione di essere ascoltati.

Commesso viaggiatore
Grillo in realtà si sta rivelando per quello che è, ovvero un fenomeno piuttosto semplice. Un populista alla Pierre Pujade, il sindacalista francese che voleva demolire la democrazia della Quarta Repubblica e ricominciare tutto da capo. Il personaggio plautiano assurto al potere con le armi di persuasione di un venditore porta a porta, credibile soltanto in forza dell’inarginabile fluvialità del proprio eloquio, fino a che a prova dei fatti non dimostra il contrario. Grillo ha incarnato la possibilità per l’italiano medio di protestare contro tutto ciò su cui in una vita di fantozziani soprusi non gli è mai riuscito di avere la meglio. È stato la vendetta di monsù Travet. Ma non basta. Perché poi Grillo ha fallito su quegli stessi fronti che avrebbero dovuto rappresentare i suoi cavalli di battaglia: Internet, che non ha mai saputo usare; la democrazia, cui non perde occasione per dimostrarsi allergico, e la trasparenza. Già, proprio sulla trasparenza il “guro” a 5 Stelle ha commesso il suo errore più grave. Perché difficilmente la gente vorrà continuare a sorbirsi le requisitorie moraleggianti di chi vorrebbe confiscare i beni di chi ha fatto i soldi attraverso la politica e poi si rifiuta di rendere pubblici i guadagni effettuati proprio dall’inizio della propria attività politica, attraverso il blog, i libri, i video, gli spettacoli. Il voto di protesta è un’arma potentissima sulla breve distanza, pressoché innocua sulla lunga. E chi alla prima scampanellata ha aperto la porta al commesso viaggiatore per acquistare tutta quanta la sua paccottiglia, non è detto che sia disposto a fare lo stesso alla prossima occasione.

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