La difficile Intesa tra Milano e Torino

8 05 2013

30db40cf01a34d63904dfe1c0c920083_XLTrazione lombarda, scocca piemontese. Se Intesa Sanpaolo fosse un’automobile, questo sarebbe il “modello” uscito il 22 aprile scorso dall’assemblea degli azionisti chiamati ad esprimere il nuovo Consiglio di Sorveglianza della prima banca italiana per numero di clienti e quota di mercato, con tante novità ed altrettante conferme. Intanto è aperto il totonomine per il Consiglio di Gestione.

La prima conferma è quella del presidente: il bresciano Giovanni Bazoli. Classe ’32, banchiere di lungo corso, inossidabile, una vita trascorsa ai vertici delle più importanti banche italiane. Dalla presidenza del Nuovo Banco Ambrosiano a quella di Banca Intesa, passando per la parentesi al timone del Banco Ambrosiano Veneto. Al suo fianco, in qualità di vicepresidenti, Mario Bertolissi (anche lui riconfermato nel ruolo) e Gianfranco Carbonato. Il primo è udinese, classi 1948, avvocato, professore ordinario di diritto costituzionale presso la Facoltà di Giurisprudenza di Padova. Siede alla destra di Bazoli dal 2010, e nel frattempo anche nel consiglio di amministrazione di Equitalia. Il secondo sembra incarnare dalla testa ai piedi il paradigma del capitano d’industria secondo la vecchia scuola piemontese: nato nel ’45, per lui parla l’eloquente minibiografia stilata da Adnkronos nel luglio scorso per salutare la sua nomina alla presidenza di Confindustria Piemonte: «Ingegnere elettronico, laurea al Politecnico di Torino, è presidente ed amministratore delegato di PrimaIndustrie Spa, gruppo leader dei sistemi laser e di lavorazione della lamiera con più di 300 milioni di fatturato e 1.500 dipendenti nel mondo, otto impianti produttivi fra Italia, Finlandia, Usa e Cina, e sedi operative in altri 20 paesi».

Una “squadra fortissimi”
Ma i nomi eccellenti non mancano nemmeno tra i consiglieri. Tra tutti, spicca quello dell’economista francese Jean Paul Fitoussi, già consigliere d’amministrazione di Telecom Italia. Della stessa lista, quella presentata in tandem dalla Compagnia di San Paolo e dalla Fondazione Cariplo, sono passati consiglieri altri nove nomi: la professoressa Rossella Locatelli, ordinaria di Economia degli intermediari finanziari all’Università dell’Insubria; Beatrice Ramasco, torinese, dottore commercialista in forza ad uno degli studi di punta sotto la Mole; la condittadina Monica Schiraldi, anche lei con curriculum “di peso” tra un passato in KPMG e nell’azienda di trasporto pubblico torinese, la Gtt; il professor Giuseppe Berta, docente associato della Bocconi presso il Dipartimento di Analisi delle Politiche e Management Pubblico; Carlo Corradini, ex ceo di Banca Imi; il consigliere di Intesa Franco Dalla Sega; l’avvocato Piergiuseppe Dolcini, presidente dimissionario della Fondazione Carisp Forlì; l’economista torinese Pietro Garibaldi, nel consiglio di sorveglianza dal 2007 ed ex vicepresidente e Giulio Lubatti, altro “sabaudo”, anche lui commercialista, membro in passato del Consiglio di Amministrazione di Deloitte & Touche S.p.A. Quattro i nomi ammessi dal listone congiunto di Cariparo (Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo), CariFirenze e Carisbo (la Cassa di Risparmio di Bologna), istituti di credito soci di intesa rispettivamente con il 4,67%, il 3,32% e il 2,02% delle quote: Jacopo Mazzei, ex presidente della Fondazione CariFirenze; Gianluigi Baccolini, in quota Carisbo; Edoardo Gaffeo, professore associato di economia all’Università di Trento e membro del cda della Fondazione Cariparo e Francesco Bianchi, commercialista, fino al 2011 consigliere nel Cda di Banca Popolare di Milano, ed ex direttore responsabile dello sviluppo strategico in Banca Intesa. Due soli i nomi della lista presentata dai fondi e capace di racimolare appena il 9,3% dei voti. Uno è quello di Rosalba Casiraghi, membro, dal 1994 al 2001, del Comitato per le privatizzazioni del Ministero del Tesoro, poi sindaco in Pirelli, e presidente del Collegio Sindacale di Banca CR Firenze. La Casiraghi è stata definita dalla stampa «una delle 30 donne che influenzano l’economia italiana». L’altro nome e quello di Marco Mangiagalli, consigliere di amministrazione del gruppo Luxottica e di Autogrill S.pa.

Politica & Polemiche
Al di là dei nomi importanti e dei cv blasonati, il cambio ai vertici del Consiglio di Sorveglianza della principale banca italiana non poteva non portare dietro di sé uno strascico di malumori e polemiche. Specie in un periodo difficilissimo per il sistema bancario italiano, stretto tra l’incudine della crisi economica e il martello delle accuse da parte di aziende e privati sulla stretta creditizia. Come se non bastasse, l’affaire Monte dei Paschi di Siena, e molto prima ancora quello Unipol, ha acceso i riflettori sulle liaisons dangereuses, vere o presunte,tra banche e politica. E su questo fronte nemmeno Intesa San Paolo è del tutto immune da critiche. Non lo è perché sono note le simpatie politiche di Giovanni Bazoli per la compagine di centrosinistra. Stando a quanto sostenuto dai soliti bene informati del web, avrebbe addirittura ricevuto la proposta, nel 2001, di guidare la coalizione dell’allora Ulivo nella corsa a Palazzo Chigi. Anche il consigliere Francesco Bianchi, eletto in quota CariFirenze, è considerato molto vicino al sindaco di Firenze e, chissà?, prossimo segretario del Partito Democratico, Matteo Renzi. Così come Jacopo Mazzei, ex presidente della Fondazione CariFirenze, che le indiscrezioni vorrebbero esponente di spicco di una cordata filorenziana decisa a contare di più nella banca, grazie anche al supporto e all’amicizia di Sergio Chiamparino.

L’ex sindaco
E il nodo principale è proprio quello di Chiamparino, esponente di spicco del Partito Democratico, due volte sindaco di Torino, e ora presidente della Compagnia di San Paolo, il principale azionista dell’istituto di credito targato Mi-To con il 10% delle quote. E proprio attorno alla figura di Chiamparino si è verificato il 22 aprile un inatteso siparietto interpretato da un manipolo di eletti di Fratelli d’Italia al consiglio comunale torinese, guidati dal giovane capogruppo Maurizio Marrone. Quasi un blitz, con i consiglieri comunali di centrodestra hanno ottenuto di intervenire durante i lavori dell’assemblea dei soci, in forza di un’azione acquistata “ad hoc”, per chiedere le dimissioni di Chiamparino dalla poltrona più alta della Compagnia di San Paolo. La sua, ha detto Marrone, sarebbe «Un’influenza politica indiretta, ma pesante». Tanto è bastato per mandare su tutte le furie Piero Gastaldo, segretario della Compagnia di Sanmpaolo, secondo cui «l’invasività della politica da parte di esponenti politici» si configurerebbe invece proprio in gesti e atteggiamenti come quelli dell’irruzione di FdI nell’assemblea. Per Gastaldo, quella all’interno della compagnia è «la minore rappresentanza di esponenti designati da istituzioni pubbliche», dal momento che Comune e Provincia di Torino, Regione Piemonte e Ministero delle Pari Opportunità nominano solo cinque sui 21 consiglieri della Compagnia di San Paolo.

Cugine e rivali
Nonostante il matrimonio ormai consumato, l’idillio tra Torino e Milano è ancora di là da venire. I torinesi di Sanpaolo soffrono ancora la presenza ingombrante dei lombardi di Intesa. E, per parte loro, i meneghini hanno sempre voluto tenere ben strette le redini del comando, nonostante l’azionista di maggioranza sia proprio la torinese Compagnia di San Paolo. La riconferma di Bazoli alla presidenza del Consiglio di Sorveglianza ne è una riprova. È lui il vero decision maker del gruppo, e nonostante la veneranda età è ancora energico e volitivo a sufficienza da far capire chi comanda. Un altro discorso è il gioco delle parti, che impone non solo che i panni sporchi si lavino in casa, ma anche che certi equilibri interni vadano rispettati, e certe sperequazioni adeguatamente ricompensate. Ed ecco che allora che per il rinnovo del consiglio i candidati dei vecchi gruppi di Intesa e Sanpaolo hanno corso tutti insieme nello stesso listone, risultato poi, come prevedibile, largamente maggioritario. Ed ecco ancora che se a Milano è andata la presidenza del Consiglio di Sorveglianza, a Torino è andata la maggioranza numerica dei posti in consiglio. Ma adesso arriva anche la cosiddetta schiera dei fiorentini, in odore di orbita renziana e endorsata anche da Chiamparino, che potrebbe sparigliare ulteriormente le carte in favore dei piemontesi. Quasi come accadde ad inizio del ‘900 quando due delle tre capitali italiane della moda, per l’appunto Torino e Firenze, decisero di coalizzarsi contro la terza, Milano, per evitare che prendesse il sopravvento su tutte. Come andò a finire lo sappiamo tutti, e non è certo detto che la rivincita dello smacco di allora debba proprio consumarsi in seno a Intesa Sanpaolo. In ogni caso, l’idea che tra Mole e Madonina tutto fili liscio senza attriti è soltanto un… Mi-To.

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