Il modello EUTM dalla Somalia al Mali

26 04 2013

4aa75c7cc60ea0485383f8ca4faf393c_XLEUTM: European Union Training Mission. Letteralmente, “Missioni addestrative dell’Unione Europea”. Si chiamano così le missioni con le quali i militari dell’UE addestrano i colleghi delle nazioni amiche in difficoltà per fornire loro la preparazione militare necessaria a mantenere l’ordine la stabilità in patria, difendo la popolazione, il governo e le istituzioni dalle milizie e dai signori della guerra. L’esordio di EUTM è avvenuto in Somalia, sconvolta da un ventennio di guerre civili, ed è stato un successo. Ora Bruxelles replica l’esperienza positiva anche in Mali. Ecco come.

A seguito della risoluzione Onu 2056 per l’intervento in Mali, decretata nel luglio dello scorso anno, l’Unione Europea ha avallato EUTM Mali, la missione militare oltreconfine per supportare l’addestramento e la riorganizzazione delle forze armate maliane. Sono circa 450 gli uomini che Bruxelles ha deciso di schierare. Tra loro, 24 soldati italiani. Nessuno di loro verrà impiegato in combattimento. Il loro compito sarà infatti quello di preparare al meglio i colleghi maliani. Proprio come hanno già fatto a Kampala, in Uganda, in favore delle reclute dell’esercito somalo. Una missione di successo, che ha spinto l’Ue a replicarne il modello anche nel delicatissimo teatro maliano. Una missione che Il Punto ha avuto modo di documentare sul campo qualche mese or sono.

Nella savana di Bihanga
Ottobre 2012.In Uganda è tarda estate. In Uganda, del resto, a cavallo com’è dell’Equatore, è tarda estate per tutto l’inverno. Per raggiungere da Kampala la base addestrativa di Bihanga servono quasi sette ore di sobbalzi e strattoni. È qui, nel bel mezzo della savana ugandese, che i militari mandati dall’Unione Europea hanno addestrato per mesi le reclute somale chiamate a difendere la stabilità del loro paese. E del neonato governo democratico. Quello nominato nel novembre scorso dal presidente Hassan Sheikh Mohamoud, a sua volta eletto da un parlamento nato per cooptazione cercando di rispettare la presenza equilibrata di tutti i clan, fino ad oggi divisi e in lotta tra loro, garantendo al contempo un’adeguata presenza femminile. Di elezioni vere e proprie, in Somalia, non ce ne sono ancora state. Ma questa è la prima parvenza di democrazia che si sia mai vista nel paese da decenni e, soprattutto, la prima garanzia di stabilità e sicurezza dai tempi della cacciata del dittatore Siad Barre, nel 1991. Per mantenerla, assieme a un vero governo, serve anche un esercito ben addestrato. Ed è per questo che Bruxelles ha inviato qui i suoi soldati.

La missione
La loro missione si chiama European Union Training Mission for Somalia. Al termine del suo secondo mandato, previsto per dicembre 2012, EUTM avrà addestrato 3mila giovani militari somali, uomini e donne, reclutati in giro per il paese cercando di rispettare il tradizionale senso di appartenenza clanica. Il terzo mandato sembra imminente: l’obiettivo è quello di spostarsi in territorio somalo, man mano che questo verrà messo sempre più in sicurezza, e di incrementare il livello di specializzazione nell’addestramento dei militari di Mogadiscio: non più reclute fresche di arruolamento, ma soldati scelti, sottufficiali e ufficiali, da rendere sempre più preparati e soprattutto autosufficienti. Tra i ragazzi e le ragazze addestrati a Bihanga ci sono anche 120 trainers, soldati scelti per trasmettere ai propri commilitoni, una volta tornati in patria, le tecniche apprese al campo di Bihanga. Questi soldati saranno il nerbo delle NSF (National Security Forces), le forze armate di Mogadiscio, il cui organico attualmente ammonta a circa 10mila unità, stipendiate ed equipaggiate grazie al contributo economico di Italia e Stati Uniti. Una volta pronti, faranno parte di AMISOM, la missione di sicurezza dell’Unione Africana, a guida ugandese, che in Somalia lotta contro le milizie qaediste di Al Shabaab. Per ora si preparano nella base militare che proprio l’Uganda ha messo loro a disposizione.

L’addestramento
Ai militari europei compete l’addestramento avanzato, come le tecniche di combattimento in aree urbane, le comunicazioni radio, o la formazione degli junior officer. E tra gli addestratori europei è presente anche un’aliquota di specialisti dell’Esercito Italiano: si occupano delle attività MIEDA (Mine and Improvised Explosive Devices Awareness) e CLS (Combat Life Saver). Con la prima, si insegna ai giovani militari come riconoscere ed evitare le mine, gli ordigni improvvisati, i proietti di artiglieria inesplosi e le bombe disseminate sul territorio somalo durante gli ultimi 20 anni di guerriglia, scontri continui e anarchia. La seconda insegna le nozioni di primo soccorso in un campo di battaglia, anche sotto il fuoco ostile. Ovvero, per un paese come la Somalia, la differenza quotidiana tra la vita e la morte. «Quello che noi insegniamo attraverso esercitazioni e simulazioni, questi ragazzi si troveranno quasi sicuramente a doverlo mettere in pratica sul campo di battaglia» spiegano i militari italiani, attualmente 12 in tutto. «Per noi rappresenta una grande responsabilità – dicono – ma anche le giovani reclute somale sono consapevoli dell’importanza di quello che stanno facendo».

Le testimonianze
E lo sono per davvero. «Mi sono arruolato per proteggere il mio paese, per dargli un futuro migliore», racconta Ibrahim, 20 anni, di Mogadiscio, uno tra i trainer scelti tra le reclute. La sua potrebbe sembrare quasi una dichiarazione posticcia messa lì per compiacere i suoi superiori o l’interprete dell’esercito keniota che traduce domande e risposte dall’inglese allo swahili e vice versa. Lo sarebbe, forse, se non fosse per chi l’ha pronunciata: un ragazzo che ha deciso di fare il soldato il giorno in cui, nel dicembre 2009, appena diciassettenne, ha visto morire tutti i suoi amici in un attentato suicida delle milizie di Al Shabaab, lo stesso in cui persero la vita quattro ministri dell’allora governo di transizione.  Né Ibrahim né nessun altro dei suoi commilitoni ha mai visto una Somalia in pace, unita sotto la stessa bandiera. Quasi tutti però in famiglia piangono un caduto nella guerra civile, e per quasi tutti quella è stata proprio la ragione per la quale hanno deciso di arruolarsi. Ora, quella bandiera azzurra come il cielo sempre sereno della Somalia, con in mezzo la stella a cinque punte che rappresenta le regioni irredente del paese, la ostentano orgogliosi sulla manica dell’uniforme. E sono gli stessi ragazzi cui è stato insegnato fin da quando erano in fasce il vecchio motto somalo: «Io e la Somalia contro il mondo, il mio clan contro la Somalia, io e la mia famiglia contro il clan, io e mio fratello contro la mia famiglia, io contro mio fratello» che ora scendono in campo per fare la loro parte, scandendo un altro motto: One flag, one country. Una sola bandiera, una sola nazione. Ma una speranza per tutti.

Rotta per Bamako
E, chissà, da ora, una speranza anche per il Mali, ugualmente devastato dalla guerra civile. È ormai da tempo che le autorità di Bamako hanno perso completamente il controllo del nord del paese, progressivamente caduto nelle mani di guerriglieri indipendentisti touareg e miliziani jihadisti: le milizie di Ansar ed-Dine, dell’Aqmi, Al-Qaida per il Maghreb islamico, e del Mujao, il Movimento per l’unificazione della jihad in Africa Occidentale. Il rischio era che il Mali diventasse l’ennesimo porto franco del terrorismo islamico, destabilizzando in un inarrestabile effetto domino anche la situazione dei paesi confinanti. Così il 12 ottobre il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato la proposta di intervento militare. A intervenire sul campo su mandato dell’Onu sono stati circa 1.800 soldati soldati schierati dai paesi membri dell’Ecowas, la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale: Nigeria, Niger e Burkina Faso in primis, con l’opzione di un ulteriore ampliamento della coalizione a Marocco e Ciad.  Ma prima di tutti si è mossa la Francia, che in Mali ha spedito un contingente forte di ben 4.000 uomini, il cui nerbo è rappresentato dai 900 cavalleggeri e dai mezzi corazzati Peugeot V6 del 1° Reggimento Straniero di Cavalleria, della Legione Straniera, solitamente di stanza a Oragne, in Provenza. Sul cielo, dodici cacciabombardieri assisstiti da aerocisterne, elicotteri e svariati velivoli per il supporto logistico. Non senza qualche difficoltà, e con cinque caduti registrati finora, il contingente francese ha avuto progressivamente ragione degli insorti, espugnando anche la roccaforte di Timbuctu. Ora Parigi pensa al ritiro, che dovrebbe cominciare già questo mese. Poi toccherà all’esercito di Bamako, forte dell’addestramento Eutm, riprendere e mantenere definitivamente il controllo sul paese nuovamente pacificato.

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