I bambini sfruttati nel metrò di Roma

21 12 2012

418420_437215762991335_1472598742_nLa vergogna di Roma si consuma nel sottosuolo. È il fenomeno dell’accattonaggio dei nomadi attraverso lo sfruttamento di minori che imperversa nelle stazioni e sui convogli della metropolitana cittadina. Bambine e bambini piccolissimi, talvolta anche neonati, utilizzati per impietosire i viaggiatori e spillare loro qualche spicciolo. Ai più grandicelli vengono invece impartite “sul campo” lezioni di borseggio, sotto la supervisione di un adulto che si tiene sempre a debita distanza o di un altro minore più “scafato”.

Non c’è fermata, non c’è treno dove non si incontri una donna con un bambino al collo che chiede un obolo, o un improvvisato suonatore accompagnato da un minore spedito a elemosinare tra i passeggeri. Nel sottosuolo della stazione Termini è presidiato praticamente ogni ingresso, ogni passaggio, ogni scala mobile, persino ogni colonna. Alcuni mendicano con l’ausilio di un cartello vergato in italiano stentato, altri si limitano ad affidarsi alla naturale compassione suscitata dalla vista di un bambino macilento.

Ma questo genere di sfruttamento di bambini è diffuso anche su molti mezzi di superficie, compresi i treni delle tratte regionali. E le dimensioni del fenomeno lasciano pochi dubbi circa il fatto che, molto più che un’espressione el disagio, l’accattonaggio dei minori nelle metropolitane romane sia diventato un vero e proprio business. Un giro d’affari dei più turpi, perché si fonda sullo sfruttamento di chi non ha difese, e si avvantaggia troppo spesso dell’inerzia dell’autorità e ancor più dell’indifferenza dell’opinione pubblica. Perché la vergogna di Roma si consuma sì nel sottosuolo, ma alla luce del sole.

I mendicanti entrano nelle stazioni eludendo i controlli e dribblando i tornelli a pagamento attraverso i cancelli con apertura a spinta delle uscite di sicurezza. Evitano accuratamente gli uomini della sicurezza e i volontari dell’Associazione Nazionale Carabinieri che di tanto in tanto si possono trovare a bordo delle metropolitane. L’esibizione musicale, la questua, ma anche i raid tra cappotti e borsette, non durano mai più di due o tre fermate. Poi si cambia treno, attendendo quello successivo o imbarcandosi su quello che viaggia nella direzione opposta. Finita la giornata, un’automobile passa a prelevare i mendicanti e quanto raggranellato.

I metronotte rispondono che non possono fare altro che impedire l’ingresso nelle stazioni senza biglietto, sempre quando riescono a cogliere sul fatto un tentativo di ingresso a ufo. Intervistato da L’Opinione, l’ufficio stampa di Atac risponde che non può fare altro che segnalare gli episodi alle forze dell’ordine.

La legge italiana tutela il minore dallo sfruttamento attraverso la pratica dell’accattonaggio. Il pacchetto sicurezza approvato nel 2009, quello con cui è stato introdotto il reato di immigrazione clandestina, prevede «misure di contrasto all’impiego di minori nell’accattonaggio», sulla scorta dell’abrogato articolo 671 del Codice Penale, che a sua volta puniva con la relcusione da tre mesi a un anno chiunque si valesse «per mendicare, di una persona minore degli anni quattordici o, comunque, non imputabile, la quale sia sottoposta alla sua autorità o affidata alla sua custodia o vigilanza».

Nella sentenza 15 giugno/28 settembre 2012, emanata dalla V sezione penale della Corte di Cassazione relativamente ad un caso consumatosi in Calabria, dove il convivente della madre della minore sfruttata per accattonaggio è stato condannato per il reato di riduzione in schiavitù, i giudici hanno ugualmente ritenuto la pratica umiliante, dunque lesiva della dignità della persona costretta a chiedere l’elemosina. Secondo la Cassazione, non appare fondato l’appello alla «…scriminante delle millenarie tradizioni culturali dei popoli di etnia rom, per le quali l’accattonaggio assume il valore di un vero e proprio sistema di vita. (…) la giurisprudenza di legittimità da tempo ha escluso ogni rilevanza scriminante alle tradizioni culturali favorevoli all’accattonaggio». Pertanto, prosegue la sentenza «non è invocabile da parte degli autori delle condotte la causa di giustificazione dell’esercizio del diritto, per richiamo alle consuetudini delle popolazioni zingare di usare i bambini nell’accattonaggio».

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