Debiti: quando l’impresa soffre

23 10 2012

05iRicevono sempre meno prestiti e fanno sempre più fatica a restituire quelli ricevuti. Sono i piccoli imprenditori italiani così come appaiono nella fotografia tutta in bianco e nero scattata dalla Cgia di Mestre. «Nell’ultimo anno la contrazione dei prestitu erogati dalle banche alle imprese italiane è stata di circa 27 miliardi di euro, mentre le sofferenze in capo al sistema imprenditoriale sono aumentate di 12,3 miliardi di euro» dichiara Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia. In gergo, queste realtà si chiamano sofferenze. Un nome quantomai azzeccato per raccontare la situazione di  imprenditori che hanno ottenuto prestidi dagli istituti di credito e non sono più in grado di restituirli. «Ormai – prosegue Bortolussi – l’ammontare complessivo delle insolvenze sfiora gli 88 miliardi di euro: un vero e proprio record mai raggiunto dopo l’avvento dell’euro».

A livello territoriale è il centro Italia ad aver registrato l’incremento più netto degli stati di sofferenza: tra il luglio 2011 e lo stesso mese di quest’anno (ultimo dato disponibile) è stato dell’17,3%, contro il +16,9% registrato nel nord est, il +15,1% fatto segnare dal nord ovest ed il +14,6% maturato nel sud. Salgono le sofferenze, diminuiscono i prestiti. In una spirale autodistruttiva che sembra non conoscere pace. Per quanto concerne i prestiti, invece, è il nord ovest l’area geografica che ha subito la flessione più evidente: sempre tra luglio 2011 e il luglio 2012, la contrazione è stata del -2,67%, rispetto al -1,67% fatto segnare dal nord est, al -1,58% registrato nel sud e al -1,50% maturato nel centro. A partire dall’inizio di novembre del 2011, il mese in cui lo spread italiano ha raggiunto il livello record di 558 punti base, le cose sono andate peggiorando. I prestiti hanno subito un ulteriore rallentamento, tanto che se si confrontano i dati dell’agosto 2011 quelli dello stesso mese dell’anno successivo, la contrazione è quasi raddoppiata.

Cosa sta succedendo? Lo spiega lo stesso Bortolussi: «Dopo quattro anni di crisi le piccole imprese stanno soffrendo la mancanza di liquidità. Devono pagare le forniture, acquistare le materie prime e i servizi, pagare le utenze, onorare gli impegni economici assunti con i propri dipendenti, versare le tasse e i contributi, ed è chiaro che senza liquidità molte esperienze imprenditoriali rischiano di cessare l’attività. Dall’inizio della crisi ad oggi sono quasi 50mila le imprese fallite, e circa un terzo di queste hanno chiuso per mancati pagamenti».

In questo quadro, accusa il segretario della Cgia, la responsabilità degli istituti di credito nell’aver aggravato la mancanza di liquidità è tutt’altro che marginale: «Con le due operazioni effettuate dalla Bce nel dicembre 2011 e nel febbraio di quest’anno le banche italiane hanno ricevuto 132 miliardi di liquidità netta, ad un tasso d’interesse dell’1%» dice. «È vero che gran parte di questi soldi sono stati impiegati per l’acquisto di titoli di stato al fine di evitare il crac finanziario, ma adesso bisogna evitare che a collassare sia l’economia reale, ovvero le imprese e i propri dipendenti. Per questo – esorta Bortolussi – è auspicabile che le banche ritornino a fare il loro mestiere: rischiare assieme alle imprese».

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