Perché all’Italia servono gli Ogm

27 06 2012

12i (1)Chi ha paura degli Ogm? In Italia quasi tutti, anche se la paura è irrazionale quanto quella delle streghe, dei fantasmi o dei rapimenti alieni. Il primo Ogm per definizione è stato sintetizzato in laboratorio nel 1973. Ma se si parla semplicemente di organismi geneticamente modificati nel senso stretto del termine, allora abbiamo a che fare con loro da almeno 10mila anni. Sin da quando l’uomo ha cessato di essere un cacciatore-raccoglitore e ha iniziato a coltivare frutta, verdura e cereali, infatti, è cominciata la sintesi di prodotti alimentari che rispondessero maggiormente ai criteri di produttività, commestibilità e adattabilità all’ambiente circostante. Niente di ciò che mettiamo nel piatto si troverebbe in natura: non esistono praterie di pomodori, foreste di zucchine o savane dove biondeggia il grano. Ciascuno di questi prodotti è il risultato di millenni di selezioni, incroci, ibridazioni e migliorie apportate dagli agricoltori nei loro campi, un raccolto dopo l’altro, una generazione dopo l’altra. E la moderna tecnologia Ogm non fa altro che condensare queste pratiche nei tempi e negli spazi di un laboratorio.

Anche questo cerca di spiegare la lettera-appello sottoscritta da 200 tra scienziati e agricoltori diffusa nei giorni scorsi per chiedere di riaprire con serietà e lucidità il capitolo Ogm in Italia. L’hanno firmata studiosi come Silvio Garattini, Umberto Veronesi, Luciano Maiani, Chiara Tonelli, Umberto Tirelli, Elena Cattaneo, Felice Cervone, e anche tanti imprenditori agricoli, tra cui Franco Nulli, Silvano Dalla Libera, Deborah Piovan, Duilio Campagnolo e Marco Pasti. Tante voci e tante esperienze diverse, tutte unite nel chiedere di non lasciare indietro l’Italia per l’ennesima volta nel campo della ricerca scientifica e del mercato.

Il no alla sperimentazione scientifica, infatti, non solo distrugge quello che fino a dieci anni fa era un primato della ricerca italiana, ma provoca perdite economiche pari a 10 miliardi di euro ogni anno, riduce la competitività dei nostri prodotti agricoli rispetto a quelli del mercato straniero, fossilizza la nostra agricoltura verso modelli non più economicamente sostenibili, aumenta l’inquinamento da pesticidi e lo spreco idrico in agricoltura, tutto questo senza tutelare minimamente il prodotto tipico Made in Italy, che è di nicchia e quindi estraneo ai numeri della grande produzione. Senza contare che proprio l’ottusa opposizione agli Ogm si è resa responsabile della scomparsa di uno dei più significativi prodotti agricoli nostrani: il pomodoro San Marzano. Oggi come oggi, infatti, quelli che compriamo come San Marzano sono in realtà incroci che mantengono meno del 50% del patrimonio genetico originale, realizzati per contrastare un virus che stava distruggendo le colture.  Al contrario, proprio grazie alla tecnica Ogm del Dna ricombinante, si potrebbe avere un autentico San Marzano, solo con la semplice aggiunta del singolo tratto genetico della resistenza al virus.

In quasi quarant’anni di sperimentazione scientifica, non è emerso uno solo studio che comprovasse l’effettiva pericolosità degli Ogm per l’uomo o per l’ambiente. Eppure la disinformazione la contrapposizione ideologica e la fomentazione di paure ingiustificate sono riuscite a rendere gli Ogm un tabù in molti paesi, Italia compresa. Il nostro paese poteva vantare un ruolo d’avanguardia nell’ambito della ricerca scientifica sui cosiddetti organismi geneticamente modificati, fino a che nel 2001 l’allora ministro delle politiche agricole, il verde Alfonso Pecoraro Scanio, non impose lo stop assoluto delle sperimentazioni nel settore agrobiotecnologico. La forma mentis del paese, da allora, non è migliorata. Nel marzo scorso, quando l’attuale ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, aveva dichiarato la propria apertura verso l’opzione Ogm in Italia, era stato fatto oggetto di critiche e attacchi pesantissimi, tanto da costringerlo a fare rapidamente marcia indietro. È poi di questo mese la distruzione della coltura sperimentale del professor Eddo Rugini, dell’Università della Tuscia, imposta dal Ministero dell’Ambiente dopo le pressioni della sedicente associazione scientifica Fondazione Diritti Genetici, guidata dall’ex guru di Democrazia Proletaria, Mario Capanna.

Sarà pure una magra consolazione, ma se davvero ha ragione l’adagio popolare che recita “mal comune, mezzo gaudio”, allora siamo in buona compagnia. A condividere il nostro sventurato rapporto con gli Ogm ci sono anche i paesi in via di sviluppo. Per questi, poter contare su prodotti agricoli in grado di produrre frutto con scarsa irrigazione, scarsa concimazione e una limitata lavorazione dei terreni potrebbero rappresentare la carta vincente contro l’improduttività dei suoli e il costante rischio di carestie. Eppure, contro di loro ancor più che contro di noi, si fa sentire potente la voce delle ong ambientaliste che si scagliano con forza contro l’uso degli Ogm in agricoltura. Perché? Lo avevamo chiesto tempo fa al blogger e agricoltore Giordano Masini: «Non so se dietro le posizioni degli attivisti ci sia soltanto un furore ideologico – ci aveva detto – il no all’utilizzo nei paesi in via di sviluppo è frutto di una mentalità ferocemente ipocrita. Un neocolonialismo da coscienza sporca, una riproposizione del mito del buon selvaggio».

Senza contare il peso delle ragioni protezionistiche: «All’Ue fa paura un’Africa che sviluppa la propria agricoltura, perché sarebbe un concorrente molto forte» diceva ancora Masini. «L’Europa sta pensando, e in questo l’Italia è capofila, che chiudendo la porta agli Ogm si crei un mercato chiuso in cui si consuma solo quello che si produce “in casa”. Ma è una posizione miope, che impedisce all’agricoltura dei paesi in via di sviluppo di crescere, e agli agricoltori europei di potersi affacciare sul mercato globale». Proprio come nella tesi dei 200 firmatari dell’appello. Un appello passato però quasi inosservato, e probabilmente destinato a rimanere inascoltato ancora a lungo. Nella battaglia italiana sugli Ogm, infatti, non vincono le ragioni: vince chi grida più forte. E da noi i più forti sono coloro che bruciano i campi e chiudono i laboratori.

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