I vacanzieri del pericolo

12 04 2012

08i (3)Turista fai-da-te? Ahi ahi ahi. Specie quando il turista si improvvisa novello Indiana Jones alla disperata ricerca del suo tempio maledetto. Ma a chi tocca riportarlo a casa quando finisce nei guai, quando viene preso in ostaggio dai guerriglieri di qualche landa remota, quando rimane intrappolato dal maltempo, o quando contrae strane malattie per le quali non aveva preparato un minimo di profilassi? Ma allo stato, ovviamente. Così che, regolarmente, le avventurosissime vacanze di un annoiato borghesuccio di provincia si trasformano in un vero e proprio salasso sulle spalle del contribuente. Perché è con le tasse che si paga il salvagente all’incauto viaggiatore imbottito di romanzerie. E l’arrendevolezza dello stato nel pagare per tutto e tutti senza badare a spese, riscatti compresi, contribuisce ad aumentare il fattore di rischio che fa di ogni italiano all’estero un bersaglio sensibile, anche a scapito di attivisti e i volontari che in giro per il mondo ci vanno per fare del bene al prossimo.

L’ultimo cercaguai che potrebbe costarci carissimo si chiama Claudio Colangelo, il turista romano fatto prigioniero dai ribelli indiani maoisti nel corso di un trekking nello stato dell’Orissa. Lui è tornato a casa sano e salvo, ma nelle mani dei rapitori è rimasto fino all’ultimo il suo accompagnatore, il torinese Paolo Bosusco, liberato stamani. Per il suo rilascio i ribelli avevano chiesto la liberazione di una trentina di militanti ora rinchiusi nelle patrie galere di Nuova Delhi. Le autorità indiane si sono dette disposte ad accettare le loro condizioni. Ma il prezzo da pagare per la vita di Bosusco potrebbe essere altissimo: la testa di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i due fucilieri del reggimento San Marco trattenuti con l’accusa di aver ucciso due pescatori indiani scambiandoli per pirati.

Già, perché al netto della madornale incompetenza di chi alla Farnesina si è occupato del caso marò, è proprio la carta Bosusco il nostro “grosso guaio” sul fronte indiano. La sua liberazione ci mette infatti in una situazione di tremendo svantaggio con l’India. La scorsa settimana, fonti qualificate del Ministero degli Esteri avevano raccontato all’Opinione come per Nuova Delhi il fatto di essere costretta a trattare con i terroristi, ai quali fino ad oggi aveva risposto sempre e solo con le armi, rappresenti una fonte di grande irritazione. Per non parlare di cosa significherebbe accondiscendere alle loro richieste: un precedente scomodo, che metterebbe il governo indiano nelle vesti di un’autorità disposta a trattare con chi fa uso della forza come arma di ricatto. Ora che l’India ha acconsentito a fare questo “favore” agli “amici” italiani, calando le braghe con i guerriglieri, vorrà però qualcosa in cambio. Qualcosa di molto grosso. Come una condanna esemplare per i due marò, a prescindere da quella che (non) è stata la loro effettiva responsabilità negli accadimenti loro imputati. Ne va della credibilità non di uno solo, ma di ben due governi locali: quello federale di Nuova Delhi, e quello locale di Kerala, entrambi alle prese con la sfida delle urne in un periodo in cui i partiti nazionalisti all’opposizione si fanno sempre più aggressivi, e travolgerebbero qualsiasi esecutivo dal polso debole.

A pagare per il trastullo dell’ennesimo turista fai-da-te di casa nostra sarà quindi ancora una volta lo stato. Questa volta nella persona di suoi fedeli servitori in uniforme. Senza contare il molto probabile riscatto in denaro che, come regolarmente accade, ancora una volta i nostri servizi passeranno al sequestratore di turno in cambio del rilascio del connazionale rapito. Moneta sonante, anche questa, pagata interamente dalle tasse degli italiani. Specie di quelli che in vacanza non possono andare, proprio perché hanno a malapena i soldi per le tasse. Dovendosi poi per giunta sorbire il ritorno a casa in pompa magna del sequestrato, che davanti a microfoni e taccuini assiepati in aeroporto si dimenticherà regolarmente di ringraziare chi ha contribuito alla sua liberazione, ma non mancherà di far sapere quanto muoia dalla voglia di ripartire per un’altra meta avventurosissima e pericolosissima. Sempre a spese di Mamma Italia, of course. Ma perché?

Se l’era già chiesto nel 2009 l’allora presidente del Copasir, Francesco Rutelli, dopo che un’altra coppia di turisti italiani era stata sequestrata in Mauritania. Rutelli aveva portato in Parlamento un disegno di legge che prevedeva di far pagare agli improvvidi turisti come loro i costi di soccorso che avessero dovuto rendersi necessari per il ritorno in Italia. Già, perché non c’è soltanto l’eventuale riscatto da pagare. C’è anche tutta la macchina del soccorso e delle trattative della Farnesina, delle ambasciate e dei consolati locali, del trasporto in patria, delle eventuali cure mediche e, in extrema ratio, la mobilitazione delle task force militari in caso di imminente pericolo di vita per gli ostaggi. Milioni e milioni di euro buttati al vento. La proposta prevedeva l’istituzione di un’assicurazione obbligatoria, dal premio variabile tra i 50 centesimi ed i 2 euro, con la quale rifondere allo stato i costi sostenuti per la liberazione dei viaggiatori.

Il principio è sensato. L’alpinista che a suo rischio e pericolo sceglie di inerpicarsi sui monti nonostante un bollettino meteorologico sfavorevole, si vede addebitare il costo dell’elisoccorso nel caso in cui resti intrappolato dalla tormenta. Allo stesso modo, da qualche tempo a questa parte, il 118 della Provincia Autonoma di Trento presenta il conto dell’ambulanza al bevitore smodato che il sabato sera si appella ai paramedici per smaltire la sbornia. Quindi perché non battere cassa a chi, per suo solo ed esclusivo diletto, parte per trascorrere le proprie vacanze in destinazioni pericolose, vivamente sconsigliate dai bollettini del Ministero degli Esteri, dalle agenzie di viaggio e, ora, anche da un’App per smartphone appositamente creata dalla Farnesina per segnalare le aree più a rischio?

Il ddl Rutelli, come da copione, è però caduto nel dimenticatoio. Così continuiamo a sostenere di tasca nostra le spese di quegli avventurieri improvvisati la cui soddisfazione maggiore sarà poi quella di tornare al paesello mostrando agli invidiosissimi vicini di casa le foto in cui accarezzano un cobra reale, posano col pugno chiuso a fianco del rebelde armato fino ai denti o si arrotolano una sigaretta nella tenda del cammelliere touareg, mentre fuori ulula potente il micidiale ghibli.

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