Il panino è più buono se vinci una causa contro McDonald’s

18 10 2011

mac-bun-20101125-182310Questa è una storia slow. Una vicenda che parte da lontano, che vede una svolta inaspettata nell’ottobre di due anni or sono e un felice epilogo nel recente passato. Una storia un po’ datata per i tempi della cronaca, specie per quelli della cronaca on-line, che viaggiano a tamburo battente. Ma non per niente è una storia slow. Di quelle che vanno consumate con calma, senza guardare l’orologio, come un manicaretto fatto in casa.

Questa è la storia di Francesco Bianco e del suo socio Graziano Scaglia. Francesco è un allevatore, alla guida di un’azienda agricola che porta il nome della sua famiglia da tre generazioni. Graziano invece fa il macellaio. Entrambi vivono nella provincia torinese, condividono la passione per il calcetto, ma anche quella perla buona tavola e strenuo difensore del cibo sano. Ed è proprio dopo una partita di calcetto che, complice il languore, i due decidono di farsi un hamburger e, tra un morso e l’altro, si “inventano” una nuova forma di ristorazione: lo slow-fast food. Fast perché fatta di panini e patatine, che si mangiano al volo. Slow perché gli ingredienti sono quelli biologici e selezionati che offre il territorio, e che vanno gustati senza fretta.

Così i due danno vita ad un’attività di ristorazione a Rivoli, a una decina di chilometri dal capoluogo piemontese, dove servono agri-hamburger fatti con carne di mucca piemontese, e la chiamano «Mac Bun». Un nome che significa «solo buono», in dialetto – pardon – lingua piemontese, ma che, pronunciato ad alta voce, somiglia ricorda un po’ troppo il famosissimo Mc Donald’s. Almeno secondo quanto sostengono sin da subito i legali della multinazionale statunitense. I quali, proprio sul finire del 2009, quando l’attività di Bianco e Scaglia sta per aprire i battenti, diffidano i due piccoli imprenditori dall’utilizzare quel nome per il loro ristorante.

Poco importa se, nella sostanza, l’agri-hamburgeria condivida con la catena statunitense soltanto qualche al massimo qualche assonanza. Si servono hamburger e patatine, è vero, ma anche tanto altro. E poi la cucina è casereccia, gli ingredienti sono quelli della tradizione piemontese. I panini sono serviti in sacchetti di carta. Piatti, forchette e bicchieri sono monouso e in materiale biodegradabile. Una volta finito il pasto, poi, si getta tutto negli appositi contenitori. Perché bisogna anche fare la raccolta differenziata. Poco importa persino che una piccola attività difficilmente possa anche solo scalfire il mercato di un colosso che ogni giorno sforna milioni e milioni di coperti in tutto il mondo.

La polemica è servita. Mac Bun, per evitare ulteriori conseguenze, si autocensura trasformandosi in M** Bun. Ma solo sulle insegne luminose e nei menu, visto che i suoi avventori continuano a chiamarlo alla vecchia maniera. Perché nel frattempo sui blog e su Facebook si scatena una vera e propria mobilitazione in favore del Davide pedemontano che ha osato irritare il Golia d’Oltreoceano. È una levata di scudi generale di appassionati che, da ogni parte d’Italia, pur non avendo mai messo piede nel ristorante e pur non avendo magari la minima idea di dove questo sia, ne prendono le parti. Ma la legge è legge, e la querelle si sposta a grandi passi dalle cucine verso un’aula di tribunale. Dove però, poco a poco, si spegne. Proprio come il fuoco lasciato troppo basso sotto l’arrosto.

In tutta questa vicenda i due “bogia-nen”, che in piemontese indica quelle persone «tenaci e caparbie che sanno aspettare», non hanno disatteso la loro nomea. Serafici e laboriosi, hanno atteso che la polemica si spegnesse da sé. E così è stato. I legali della multinazionale americana del cibo veloce, da subito, si sono mostrati inflessibili. Ma quando hanno capito di non avere elementi sufficienti per sostenere le accuse in giudizio, si sono ritirati dalla causa. Per i due ristoratori è stata la vittoria sospirata di una battaglia che non avevano scelto di combattere. Però il nome “oscurato” è rimasto, anche perché, nel frattempo, si è trasformato in un brand. Tanto che, pur avendola spuntata, i due imprenditori hanno battezzato con ma M e gli asterischi anche il secondo ristorante, aperto da qualche mese in centro a Torino.

Ora il Mac Bun, pardon, M** Bun, non è più un caso di cronaca. È soltanto un ristorante dove si servono carne e verdura della tradizione locale. Da mangiare con calma, senza fretta. Perché chi va piano mangia sano e va lontano. E alla fine la spunta.

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