«Non mi è rimasto nulla». Roma il giorno dopo

16 10 2011

Day after4Roma, il giorno dopo. Piazza San Giovanni, via Labicana, via Merulana, via Emanuele Filiberto sono un campo di battaglia dopo il ritiro degli eserciti antagonisti. C’è un silenzio strano, che non somiglia affatto alla quiete di una domenica mattina come tutte le altre in uno dei quartieri residenziali più tranquilli della capitale. Gli scontri sono terminati da docici ore o poco più. Sotto un semaforo c’è ancora un cumulo di sampietrini: era “l’armeria” di fortuna degli incappucciati, la maggior parte dei quali erano ragazzini. Qui accumulavano i proiettili da scagliare contro le forze dell’ordine. Poco più in là c’è la carcassa della Lancia Y data incendiata dai rivoltosi.

L’auto da “povero Cristo” la cui distruzione aveva fatto gridare di rabbia i manifestanti pacifici. Non è una macchina da capitalista, ma per i violenti che ieri pomeriggio hanno invaso le strade di Roma questo non ha fatto alcuna differenza. La gente passa, guarda, commenta piena di rabbia e indignazione. Qualcuno fotografa. Un bambino dagli occhi sgranati chiede al padre: “Perché?”. Ma non c’è risposta che il genitore possa dare per spiegare quello che è successo. Un centinaio di metri più avanti il gestore di un bar racconta ai primi avventori della mattina di quando, il giorno prima, ha accolto finanzieri in tenuta anti-sommossa assetati, pesti e coperti di fumo.

Le vetrine delle banche sono sfondate, i muri imbrattati di slogan anti-sistema. Alcuni sono in greco, altri in inglese. Ironia della sorte, pullulano gli errori di ortografia. Qualcuno, ad esempio, ha palesemente aggiunto ex post una “g” al motto “Sacchegiare è un diritto” vergato da un altro manifestante. Un altro ha scritto “Fuck de Polis”.

La vita continua. Le pensiline imbrattate dalla vernice spray sono gremite di passeggeri in attesa del loro autobus. Ieri, in quello stesso punto, volavano sassi e bombe carta, bruciavano automobili e cassonetti, e i lacrimogeni mozzavano il respiro in gola.

Le devastazioni dei Black Bloc che ieri facevano tanta paura oggi diventano attrazioni turistiche da filmare e fotografare. Una visitatrice spagnola sfodera la sua videocamera e documenta lo scempio delle auto in fiamme, commentandolo ad alta voce. Una volta a casa, mostrerà ai parenti con orgoglio il suo reportage vacanziero, e quelle immagini faranno passare in cavalleria persino le foto sorridenti sotto al Colosseo, gli scatti del Pantheon e le passeggiate nei Fori Imperiali. Una giovane coppia di inglesi gioca a riconoscere i modelli delle auto carbonizzate. Gioco difficile, a dire il vero. Quelle lamiere piegate dal fuoco sono irriconoscibili.

Ma non tutti hanno il tempo per trovare il lato divertente del riot di ieri pomeriggio. Di certo non l’anziano signore distinto che la gente incontra a metà di via Labicana mentre vaga con l’aria assente. È il generale in congedo Bruno Grazi, una vita a servizio del Genio Militare. Una vita di ricordi distrutta dal fuoco appiccato dagli incappucciati a quella che era la sua casa: un edificio che il Ministero della Difesa aveva concesso a diverse famiglie di ex militari, e che ieri è stato preso d’assalto come un simbolo del potere. Ma non era una caserma, era solo casa sua. E adesso sono solo più quattro muri anneriti e col tetto sfondato, dove alcuni operai lavorano per rimuovere le macerie. “Non mi è rimasto nulla” racconta Grazi a Linkiesta, gli occhi lucidi e sperduti che ha chi ancora non si capacita di aver perso tutto nel giro di un pomeriggio. L’unica cosa che è riuscito a salvare dal rogo della sua abitazione sono i vestiti che ha indosso, e la fede nuziale, annerita dalle fiamme. Ce la mostra come fosse una reliquia. E in un certo senso per lui è così.

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