Bitcoin: ecco la moneta degli hacker

29 09 2011

bitcoin-casascius-3Contro il logorio dell’economia moderna, arriva Bitcoin: la moneta virtuale coniata dagli hacker in barba alla finanza internazionale. Niente più inflazione, signoraggio o crollo del potere d’acquisto: la moneta virtuale, assicurano i suoi creatori, è la più politicamente corretta che ci sia.

L’idea di Bitcoin non è esattamente nuovissima: l’invenzione risale infatti al 2009 (secondo alcuni al 2008), da un’idea di un informatico noto nella rete con lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto, che voleva dare vita ad un sistema di pagamento su base “peer-to-peer” senza un controllo centrale e specificamente pensato per il web. Ma la moneta 2.0 ha cominciato a macinare sempre più consensi nella rete solo dopo l’esplosione del caso Wikileaks. È stato proprio quando PayPal ed alcuni tra i maggiori circuiti di carte di credito internazionale, come Visa e Mastercard, hanno impedito ai propri clienti di sostenere economicamente la creatura di Assange che sempre più abitanti della rete si sono domandati perché dovessero affidare il proprio denaro a soggetti che si arrogavano il diritto di decidere come e quando avrebbero poi potuto spenderlo. Secondo le ultime stime del web, il valore totale dell’economia Bitcoin si attesta a circa 7 milioni di dollari. Non certo un gigante dell’economia, ma con un trend in continua e costante crescita. Tanto da essere guardato con sempre maggiore preoccupazione da Governi e banche centrali, che temono addirittura di vedersi sottrarre così la primogenitura sul controllo monetario.

Il principio di Bitcoin è semplice. Per certi versi, la grande utenza del web ha già avuto modo di avvicinarsi al sistema grazie a Facebook: qui con monete virtuali acquistate tramite carta di credito o PayPal è possibile ad esempio comprare opzioni aggiuntive in alcune applicazioni. In Farmville, il popolare gioco che consente di creare e gestire la propria fattoria virtuale, proprio grazie alle monete virtuali ci si può dotare di attrezzi speciali, si può abbellire il proprio scenario o garantirsi alcune facilitazioni che rendono migliore la giocabilità. L’unica differenza è che con Bitcoin non si gioca, ma si possono comprare beni e servizi reali, così come con qualsiasi altra moneta, fare scommesse, accedere ai casinò on-line. Ma con qualche vantaggio economico in più.

Diversamente da quanto avviene per qualsiasi valuta, infatti, non c’è una banca centrale che controlli la quantità di Bitcoin in circolazione, né che possa decidere quindi di modificarne il valore attraverso politiche di inflazione “coniando” più o meno moneta. La moneta virtuale degli hacker si appoggia infatti ad un database distribuito in grado di tracciare le transazioni, di verificare l’effettivo passaggio di mano in mano dei crediti Bitcoin ed evitare, ad esempio, che la stessa moneta possa essere utilizzata più volte dallo stesso proprietario. Grazie ad un complesso sistema crittografico, inoltre, non solo non è possibile scoprire come e quando i crediti vengano spesi, a differenza di quanto avviene con gli acquisti tramite carta di credito, ma non è possibile nemmeno che qualche “cyberfalsario” possa creare nuovi Bitcoin. Insomma: Bitcoin è tutti e nessuno.

Inoltre porta nella rete lo stesso anonimato negli acquisti che potremmo avere, oggi, acquistando frutta e verdura in contanti al mercato rionale. E se a noi italiani la cosa non sorprende più di tanto, negli Stati Uniti, dove si acquista ormai anche il giornale con la carta di credito, Bitcoin ha significato un ritorno alle piccole libertà del tempo antico. Coniugate con tutti i vantaggi tecnologici della modernità. Ed è infatti questo, molto più che l’effettivo peso economico del sistema Bitcoin, a preoccupare le autorità governative: il timore è che questo anonimato possa rappresentare una ghiotta copertura per le transazioni illegali, dal traffico di materiale contraffatto al finanziamento del terrorismo internazionale. Un inconveniente che, a ben vedere, si verifica abitualmente anche con il normale denaro contante, senza che però nessuno abbia ancora mai preteso di togliere dalla circolazione monete e biglietti di banca.

La rete difende a spada tratta la bontà dell’iniziativa. L’introduzione di Bitcoin non solo rappresenterebbe una forma di salvaguardia dell’utente da controlli esterni circa il come, il quando e il perché egli spende i propri soldi, ma libererebbe anche il valore della moneta dalle oscillazioni dettate da politiche inflazionistiche o dalla speculazione finanziaria.
Bitcoin, infatti, è stata progettata per diventare una “moneta stabile”. Si possono creare solo fino ad un massimo 21 milioni di singole Bitcoins. Non una di più. Attualmente ne circolano meno di 7 milioni, ciascuna con un valore nominale che oscilla attorno ai 14 dollari, pari, nel bit-cambio, a circa 10 euro o 9 sterline. È sicuramente bel salto in avanti rispetto agli inizi, quando ogni Bitcoin valeva non più di 30 centesimi di dollaro. Ma, assicurano i finanzieri-hacker, una volta che la disponibilità di Bitcoins sarà saturata, cosa che dovrebbe avvenire attorno al 2020, il sistema sarà in perfetto equilibrio. Sempre che, ovviamente, la moneta non si svaluti in forza della legge di domanda e offerta, il numero di utenti non crolli o non si verifichi un “attacco frontale” al sistema Bitcoin da parte dei governi. Ma la forza del sistema sta nel fatto che non è possibile bandire “tout-court” ogni forma di denaro digitale, specie quando adotta stratagemmi quali l’anonimato e la decentralizzazione diffusa.

Eppure c’è chi la pensa diversamente. Alcuni economisti hanno letto nel fenomeno Bitcoin niente di più che riedizione informatica del “gold standard”, il sistema aureo caduto in disuso con l’uscita degli USA dagli accordi di Bretton Woods. È quanto sostenuto ad esempio da Jim Surowiecki, redattore delle pagine economiche del New Yorker. Sull’ultimo numero della Technology Review del MIT (qui il blog del direttore della versione italiana, Alessandro Ovi), il giornalista americano ha descritto la cybermoneta più come un ghiotto boccone per gli speculatori finanziari che come un mezzo per facilitare il commercio sul web. La sua affermazione prende spunto dall’enorme incremento di valore delle “bitmonete” negli ultimi due anni (quasi cinquanta volte quello originario, con picchi ancora più alti lungo il cammino), a fronte di una fluttuazione più o meno stabile del dollaro e delle altre monete di riferimento. Per Surowiecki, con l’altalena dei suoi valori, Bitcoin sta diventando semplicemente un mezzo per fare soldi, del tutto incapace quindi di contrapporsi in maniera concorrenziale alle monete tradizionali. Chi compra la moneta virtuale, il più delle volte, lo fa perché spera di vederne schizzare il valore alle stelle parallelamente all’aumento della richiesta, non perché voglia davvero comprare qualcosa. Da qui a subodorare il rischio di una nuova bolla 2.0 il passo è breve. Con buona pace degli hacktivist idealisti che sognavano di porre finalmente un freno ai pirati della finanza.

Come si fa a comprare o “investire” in Bitcoin? La moneta virtuale si “cambia” direttamente on-line, sul sito bitcoin.org e su altre piattaforme collegate. Prima di cominciare il “Bitshopping” è necessario però scaricare sul proprio Pc un software che fungerà da portafogli virtuale e, “targando” ciascuna nuova Bitcoin con un proprio codice alfanumerico, farà in modo che non possa essere falsificata. Le Bitcoin si possono attualmente acquistare pagando in dollari, euro, sterline, ma anche rubli e yen, e poi si spende sul web come meglio si crede. Sono sempre di più i siti web che accettano questa forma di pagamento. Un loro elenco sommario è riportato su Bitcoin Directory. Dove, almeno per il momento, la disponibilità maggiore sembra essere quella di porno e scommesse. Leggermente più animato sembra essere il Bit Coin Trading Forum: qui sono gli stessi utenti a segnalare chi accetta la nuova forma di pagamento, a discutere sulle migliori offerte e a scambiarsi opinioni sugli acquisti. Proprio come al mercato rionale. Anzi, al Bitmercato.

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