Paolo, la storia di un’idea geniale. Anzi, sublime

15 12 2010

C’è un programma delle Nazioni Unite che raccoglie e promuove tutte le idee e i progetti considerati così importanti, rivoluzionari e innovativi da poter portare sviluppo e benessere dell’intera umanità. Una sorta di grande contenitore di idee in grado di cambiare il mondo, insomma. Idee geniali. Ma quella di Paolo Franceschetti, 29enne padovano con un dottorato di ricerca presso la facoltà di Scienze Ambientali dell’Università di Venezia, che in questo programma è stata cooptata con tutti gli onori, è addirittura…sublime. E proprio nel senso letterale del termine.

La sua invenzione, spiegata in termini semplici, è una sorta di serra all’interno della quale l’acqua salata o inquinata viene fatta evaporare, liberata dagli agenti contaminanti e quindi condensata nuovamente, bevibile e purissima. Un procedimento molto simile a quello che si verifica sotto il coperchio della pentola in cui si fa bollire l’acqua per la pasta e, tutto sommato, altrettanto facile da realizzare. Con la differenza che, nel caso della serra di Paolo, bastano 60 gradi anziché 100 per attivare il processo, e ancora meno se si insuffla all’interno della serra dell’aria secca che accelera l’evaporazione attraverso il principio noto a chimici e fisici come legge dell’equilibrio mobile. In più, in questo caso, per riscaldare l’acqua non servono gas né altri combustibili: ci pensa il sole, una fonte di energia inesauribile, a meno che non intendiate vivere per altri 6-7 miliardi di anni, e soprattutto gratuita e a disposizione di tutti, più o meno in ogni angolo del globo. E se pensate che la serra può avere le dimensioni di un metro quadrato appena, oppure, ove necessario essere molto più grande, comprenderete senza troppi lambiccamenti matematici cosa potrebbe significare per il piccolo villaggio africano che deve purificare l’acqua del suo pozzo, per un paese in via di sviluppo dell’area tropicale, o per la grande nazione mediorientale che non ha altre fonti idriche se non il mare, e magari spende ogni anno milioni e milioni di dollari in impianti di desalinizzazione. «La sperimentazione finora effettuata ha dimostrato che il prototipo ha un’efficienza del 57%, contro il 50% delle altre serre solari attualmente esistenti» spiega il giovane dottorando padovano, illustrando le caratteristiche della sua invenzione. Come fa un sistema così semplice ad essere anche così efficace? Beh, forse proprio perché è semplice.

Non c’è da stupirsi dunque che la sua idea abbia riscosso tanto successo in giro per il mondo, sia da parte di chi intende mettere le sue scoperte a servizio del progresso, sia da parte di chi, come parecchie multinazionali, sta facendo invece il diavolo a quattro per acquistare i diritti di un brevetto che rischierebbe di chiudere, è proprio il caso di dirlo, il rubinetto dei guadagni facili sul fronte dei costosissimi impianti di desalinizzazione attualmente in uso. Grazie a questa invenzione è stato notato anche dall’International Desalinization Association, che lo ha invitato a presentare il progetto durante l’ultima conferenza svoltasi a Dubai, e da numerose altre associazioni internazionali del settore interessate a coltivare l’idea di Paolo e a farla diventare ancora più grande. Ma non solo: nonostante il progetto sia ancora a tutti gli effetti in fase sperimentale, cominciano già a fioccare le prime proposte concrete. «Ho ricevuto la richiesta da parte del Ministero dell’Ambiente boliviano per presentare là il mio prototipo – racconta Paolo – e in queste settimane sto organizzando la spedizione in Sud America». Sempre in America Latina, questa volta nell’area tropicale, dovrebbe partire anche la fase di sperimentazione prevista dal protocollo del dottorato di ricerca: «A gennaio partirà un progetto congiunto con l’Università di Trujillo, in Perù – spiega – e contestualmente una collaborazione con una ONG che si occupa di adozioni a distanza nella zona, che utilizzerà una mini-serra per purificare l’acqua che devono i bambini ospitati nella loro struttura. Un progetto simile – aggiunge – partirà presto anche in Africa, in Mozambico, dove in molti casi l’acqua dei pozzi è imbevibile».

Paolo ha ancora altri tre anni, la durata del suo dottorato di ricerca con la guida del professor Francesco Gonella, per portare a compimento lo sviluppo di un progetto che, già in fase embrionale, ha dimostrato di essere davvero rivoluzionario. A sostenerlo, un fondo promosso dalla Regione Veneto ed un altro dell’ente “Veneto Innovazione” che contribuiranno a “sponsorizzare” il suo desalinizzatore “pret-a-porter” nei quattro angoli del globo, a caccia di potenziali nuovi supporter che certamente non tarderanno a farsi sentire. E poi ci sono le ricerche già in cantiere per il futuro, che il 29enne padovano ha radunato assieme ai risultati conseguiti finora sul suo sito web www.intradep.com.

Sono sempre le idee più semplici quelle che poi si rivelano essere le più straordinarie. E quella della serra desalinizzatrice di Paolo Franceschetti lo è di sicuro. Semplice come bere un bicchier d’acqua.

Luca Pautasso

da La meglio gioventù

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