Co-working: quando la “meglio gioventù” lavora spalla a spalla

8 07 2009

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Condividere gli spazi di lavoro per condividere le idee. E’ lo spirito del co-working, il nuovo “fenomeno professionale” già molto diffuso negli Usa e nel nord Europa e ora giunto da qualche tempo anche in Italia. Un’idea “giovane”, che proprio ai giovani professionisti alle prime armi vuole andare incontro e che, qui da noi, proprio dei giovani hanno deciso di fare propria. Il principio è semplice: far lavorare insieme, nello stesso grande ufficio, tanti professionisti con background, esperienze e, soprattutto, impieghi differenti. Così da risparmiare sull’affitto mensile di un ufficio tutto per sé e guadagnare in socializzazione e crescita personale.
In quel di Bologna l’idea del co-working è stata importata con successo da sei giovani membri dell’associazione culturale “La Pillola 400” (www.lapillola400.it). Sono Ilenia Gamberoni, Sara Feliciotti, Barbara Sarti, Marco Landini, Mariano Araneo e Ludovico Pensato. Tutti al di sotto dei 35 anni, tutti convinti del fatto che la propria esperienza maturata negli anni con il lavoro di equipe avrebbe potuto facilmente consentire di compiere un passo in più. E i fatti hanno dato loro ragione: in poco più di tre mesi di attività la loro è diventata la realtà di co-working più attiva d’Italia.
Ecco come funziona. Loro, i fautori del progetto, mettono a disposizione gli spazi, ovvero un grande “open space” di 400 metri quadrati che è anche la sede dell’associazione culturale, e le attrezzature da ufficio: a ciascuno, una scrivania, una connessione Wi-Fi, e poi fax, stampante, scanner, telefono, cancelleria assortita e così via. Più la possibilità di usufruire di uno spazio bar dove organizzare pranzi di lavoro, di una sala riunioni, e di una confortevole area relax con tanto di libreria annessa. I professionisti interessati possono scegliere poi quando e per quanto tempo usufruire del loro spazio ufficio: per pochi giorni, per qualche settimana, oppure rinnovando il contratto mese dopo mese. Ma a chi si rivolge il co-working, e chi sono i soggetti che si dimostrano più interessati? «Non ci sono limiti né restrizioni al tipo di professionista, purché, ovviamente, si tratti di un lavoro che si può svolgere in un ufficio» spiega Ludovico Pensato. «Quello che conta è che chi viene a lavorare da noi si riconosca come parte di un gruppo, e mantenga un atteggiamento collaborativo. La regola fondamentale è il buonsenso».
«Attualmente – spiegano i ragazzi del co-working felsineo – abbiamo sette co-workers nel nostro ufficio: tra loro un avvocato penalista, un commercialista, una grafica, un’agente di viaggi, un broker e una piccola società che si occupa del rilascio di certificati energetici. Più, ovviamente, noi dell’associazione “La Pillola 400”». Quasi tutti sono giovani alla loro prima esperienza lavorativa, altri sono liberi professionisti il cui lavoro potrebbe essere svolto direttamente da casa, ma che attraverso il co-working riescono a ripristinare quel contatto umano e quelle relazioni interpersonali che prima mancavano. Ed è proprio a queste tipologie professionali che il co-working si rivolge in primis: per alcuni, diventa un’occasione per lavorare in stretto contatto con altre persone, per altri, rappresenta un’opportunità per abbattere i costi onerosi di aprire un ufficio in proprio. «Con 250 euro di canone mensile, senza spese né utenze ulteriori, si possono ottenere gli stessi servizi di un ufficio aperto per  conto proprio». La home page del sito internet dell’associazione elenca chiaramente i soggetti ai quali la modalità del co-working risulta maggiormente confacente: quelli che vogliono uscire dall’isolamento della propria abitazione/ufficio, quelli che viaggiano molto e hanno bisogno di una “base operativa” professionale solo per brevi periodi di tempo, quelli che vogliono ridurre i costi di gestione di un ufficio autonomo o quelli che, lavorando a stretto contatto con “colleghi” in tutt’altre faccende affaccendati, vogliono cogliere un’occasione importante per allargare gli orizzonti della propria professione. Immaginate già solo cosa può significare per i sette co-worker attualmente stanziati a Bologna avere a portata di voce, qualche scrivania più in là della propria, figure professionali così utili e così strettamente legate le une alle altre.
Così, anche se ognuno si occupa del proprio business, nessuno se ne sta in disparte a farsi gli affari propri: anzi, in un certo senso si lavora tutti insieme. Non ci sono pareti, cubicoli, box o divisioni di sorta. La privacy viene garantita da piante ornamentali o librerie, tutte realizzate con materiale di recupero: all’insegna della sostenibilità, ma soprattutto, ancora una volta, della condivisione.

di Luca Pautasso

da La meglio gioventù

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One response

23 10 2009
max

ciao luca,
confermo l’interesse del fenomeno coworking dal nostro spazio di milano, parte di un progetto di network più esteso:
http://coworkingproject.com
un saluto,
massimo carraro

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