Jeremy: viva la vida. Siempre

26 05 2009

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«Mi chiamo Jeremy, ho 29 anni, e da quasi 2 vivo in Italia. Quando mi chiedono chi sia e da dove venga, rispondo che sono del mondo. E dopo sei cicli di chemioterapia sento di amare la vita con tutto me stesso, come il dono più prezioso che ci sia».

Questa è la storia di Jeremy Guerrini, una storia che, comunque vada, lo dice lui stesso, sarà a lieto fine. Non è stata un’esistenza facile, la sua. Anzi, tutt’altro. Il suo giovane cammino è stato segnato nel passato e nel presente da eventi difficili, da curve tortuose, da momenti in cui temeva di aver perso l’orientamento e non saper più dove andare. Ma Jeremy, Gere per gli amici, sente di aver imparato molto lungo la strada percorsa, sente di essere un uomo nuovo, e sente in coscienza di dover mandare un messaggio importante a tutti qui giovani che, come lui, in una tappa difficile del proprio cammino credono di non avere più speranze né un motivo per andare avanti.

La storia di Jeremy comincia 29 anni fa a Ribe, in Danimarca. «Mia madre, danese, era una prostituta e conobbe mio padre, un italiano in uno dei suoi vari incontri notturni» racconta. «Quando scoprì di essere incinta, contro tutto e tutti decise di tenermi e mi diede alla luce, per poi andarsene via e lasciarmi nelle mani dei nonni e degli zii». Quella di Gere è un’infanzia dura e pesante, segnata da un vuoto che tutt’ora continua a sentire dentro. Di sua madre ha pochi ricordi, e la sola cosa che sa con certezza è che gli è sempre mancata. Con suo padre ha avuto modo di riallacciare i rapporti solo di recente, riscoprendo un grande legame e un grande affetto. Non è del suo passato, però, che vuole parlare, ma del suo presente: «Sebbene io non mi senta assolutamente nessuno per lanciare un messaggio o dire qualcosa, mi piacerebbe molto che i giovani d’oggi, sappiano che la vita è meravigliosa. Io l’ho scoperto grazie alla leucemia e senza di lei non sarei l’uomo che sono ora, non sarei qui, non avrei conosciuto tutte le persone che ho incontrato sul mio cammino». La Bestia. Non vive di rimpianti, non è nel suo carattere. E’ solo questione di consapevolezza, dice: «Quando ti curi per una malattia da più di due anni, quando hai rischiato di morire, quando sei ancora in ballo dopo una remissione completa della malattia, quando ogni giorno vivi insieme con la Bestia è come se tutto intorno a te diventasse più chiaro, più nitido, più limpido, anche se, alla fine, per me lo è sempre stato».

Fare i conti con “la Bestia”, all’improvviso, senza alcun presagio, è stato un trauma. «Qualsiasi tentativo di opporsi alla cosa o di venire a patti con essa sarebbe stato inutile». Il medico che gli diagnosticò questo male gli disse che avrebbe potuto ancora vivere due o tre anni senza accorgersi di nulla, continuando la sua esistenza così com’era sempre stata, quella di un giovane solare, attivo, sempre in movimento, sempre a caccia di nuove emozioni. Ma quella rivelazione gliela cambiò per sempre. «Ho vissuto anni bui in depressione, bevevo, mi negavo agli altri, a me stesso, alla vita ma poi ho capito molte cose ed ora, con il sorriso sul volto, affermo di essere un uomo fortunato. Perché è solo dopo essermi perso che mi sono ritrovato, è solo al dolore, alla disperazione che ho conosciuto la parte migliore di me stesso».
«Ci vuole coraggio a vivere, ma ci vuole ancora più coraggio a capire e rendersi conto che la felicità è sì di questo mondo». Imparare a non bruciarsi vuol dire sapere quando fare marcia indietro, dice, «e la cosa che più mi dispiace è vedere parecchio giovani perdersi nelle vie fasulle e facili che la vita ti propone senza che tu chieda nulla».

«Amo la vita e la amo nonostante conviva da più di due anni con una malattia che a volte non mi lascia nemmeno alzarmi dal letto, mi rende nervoso e indisponente. Sono orgoglioso di essere ciò che sono e se sono così è anche merito di lei, della Bestia, come la chiamo io». Sul suo blog, (http://romeoandjuliet1980.spaces.live.com), Jeremy ha deciso di parlare di sé e rendere pubblico tutto ciò che di lui fa parte: «Vorrei che molte persone, soprattutto i giovani, traessero qualcosa dalla mia esperienza di bambino senza genitori prima e giovane malato poi. Perché anche se questa è la mia vita e sta finendo un minuto alla volta mi sento ubriaco di vita ed è questa la droga migliore».

Non vuole sentirsi vivo, Gere, ma vivere per davvero. E finché avrà fiato, forza ed entusiasmo, lo farà. «Forse non mi vedrò vecchio con le rughe e i capelli bianchi ma, comunque vadano le cose, qualsiasi sia il mio destino, di me sono fiero e vorrei urlare al mondo, a tutti quanti hanno orecchie per sentire che la vita è meravigliosa, che lei mi ha dato, lei mi ha tolto ma è solo grazie a lei che io sono Jeremy. Anzi, Gere».

Luca Pautasso

da La meglio gioventù

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