Andrea, il giovane vivaista torinese che coltiva la speranza in Africa

12 05 2009

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Questa è la storia di un giovane imprenditore col “mal d’Africa”, ma non è la solita delle tante che si sentono in giro. Ce ne sono altri col suo stesso male, che curano però organizzando safari nella savana, partendo alla ricerca delle sorgenti del Nilo o cimentandosi in arrampicate sulle pendici del Kilimangiaro. Lui, invece, rimedia facendo del bene al prossimo.

Andrea Balbo, 25 anni, di Leinì (TO), è un giovane laureando in Agraria, di professione vivaista, e contagiato dalla passione per il Continente Nero durante una “spedizione” nell’estate del 2005 a Maua, in Kenya, dov’era andato assieme ai missionari della Consolata per fare animazione tra i bambini delle scuole nel periodo delle vacanze. A casa, gestisce il vivaio rilevato dal padre, che ora sta espandendo grazie anche ai contributi che la Comunità europea mette a disposizione dei giovani imprenditori con un progetto in testa. In Africa, però, ha lasciato un pezzo di cuore. E raccontare la sua esperienza è un po’ come avere di nuovo la possibilità di tornare, in attesa che il lavoro gli conceda di nuovo il tempo di farlo per davvero.

«La nostra “missione” si chiamava Progetto Oratorio – racconta – In Kenya i bambini restano a casa da scuola un mese ogni tre, dato che le condizioni climatiche fanno sì che sembri di essere in estate durante tutto l’anno. Per molti bambini significa davvero andare in vacanza, ma per tanti altri provenienti da famiglie in grave difficoltà significa non avere nemmeno più chi dia loro qualcosa da mangiare». Così a Maua, e poi nel vicino villaggio di Maralal l’anno successivo, Andrea e gli altri giovani volontari, assieme ai missionari, hanno preparato pasti, allestito e gestito una sorta di vero e proprio oratorio con giochi, momenti di svago e animazione, e insegnato a tanti giovani del posto come riuscire a fare tutto questo da se’, con i propri sforzi: «Il nostro obiettivo era proprio quello: insegnare ai ragazzi del posto a fare animazione, cosicché quando che ne fossimo andati i bambini della missione non avrebbero perso un occasione per giocare e divertirsi».

Insegnare ai giovani a diventare animatori, ma anche insegnare ai bambini ad essere bambini: «Noi vediamo il bambino come un “cucciolo d’uomo”, che va sì educato e istruito, ma anche vezzeggiato, coccolato, lasciato giocare – spiega Andrea – In Africa, la concezione del bambino è invece quella di un uomo in miniatura, che già a pochi anni di età deve saper provvedere a se stesso e alla famiglia, lavorare, procurarsi da se’ il cibo».

L’esperienza in Kenya segna Andrea così profondamente che, assieme ad un compagno di corso, decide di proporre alla facoltà di Agraria dell’Università degli Studi di Torino un progetto che abbia per destinazione proprio il paese africano. In loro aiuto arrivano anche due docenti, il professor Roberto Ambrosoli di Microbiologia e il professor Riccardo Fortina, di Produzioni animali.

La preparazione del viaggio si rivela ben presto lunga e complicatissima. Perché, sì, le idee in testa ci sono, ma l’Università non ha mai messo in campo nessuna iniziativa come quella, per giunta così lontano. Ma non basta così poco a fare perdere coraggio a qualcuno che, per lavoro, è abituato ad aspettare mesi e mesi prima di vedere i frutti dei propri sforzi. Per fortuna, un aiuto arriva dall’interessamento della Coldiretti, che mette in contatto i due giovani studenti con un’organizzazione non governativa di Cuneo già attiva da anni nell’ambito di progetti di cooperazione con l’Africa. Unico ostacolo: la destinazione. Non più il Kenya, dove si rivela subito estremamente difficoltoso imbastire una spedizione come quella che Andrea e il suo compagno di studi hanno in testa, bensì in Burkina Faso. Obiettivo: l’abbazia benedettina di Koubrì, presso la quale i monaci gestiscono un’azienda agricola specializzata nella produzione di latte fresco, commercializzato quotidianamente nei dintorni e nella capitale Ouagadoudou. Il compito dei due studenti, che dall’esperienza volevano trarre qualche spunto per scrivere la propria tesi di laurea, era quello di studiare le tecniche di allevamento locali, per valutarne poi il regime produttivo e pianificare eventualmente combinazioni con le tecniche di allevamento “nostrane” per incrementare tanto la quantità quanto la qualità del latte prodotto.

«La cosa più importante era far capire subito ai locali che noi eravamo lì per studiare e imparare, non per insegnare loro il mestiere» sottolinea Andrea. «L’atteggiamento spocchioso e sostenuto del classico “bianco colonialista” sarebbe stato inutile e controproducente non solo dal punto di vista delle relazioni interpersonali, ma anche dal punto di vista pratico, perché non saremmo riusciti a tirare fuori niente di buono dal nostro lavoro».

Con questi presupposti, e con tutto l’impegno profuso giorno dopo giorno, la spedizione ha avuto successo. «Abbiamo fatto vita monastica per un mese e mezzo, vivendo in cella come i religiosi che ci ospitavano» dice. E, in rispetto al motto “ora et labora”, accanto ai momenti di raccoglimento spirituale ancor più intensi erano quelli di impegno lavorativo: «La sveglia, ogni mattina era all’alba, per la mungitura delle vacche. Poi la giornata proseguiva con le attività di analisi sulla produzione del latte e sul controllo della carica batterica. Nel pomeriggio c’era poi la seconda mungitura, e il lavoro proseguiva anche fino alle dieci, le undici di sera».

Adesso Andrea non vede l’ora di ripartire. Il lavoro da fare è ancora tanto, nel vivaio di Leinì, e per il momento non c’è tempo nemmeno per pensare ad organizzare le vacanze. Ma non appena la nuova azienda sarà messa a regime, il giovane imprenditore torinese preparerà di nuovo le valige. Perché di lavoro da fare ce n’è tanto anche laggiù.

Luca Pautasso

da La meglio gioventù

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