Senza il “fattore umano” la missione italiana in Libano non sarebbe riuscita

8 04 2009

LEBANON/

Intervista al generale Flaviano Godio, comandante della brigata di  cavalleria “Pozzuolo del Friuli” e responsabile del Sector West di Unifil. Ci spiega perché, quando tornerà a casa, sarà soddisfatto dei suoi uomini e del lavoro che ha fatto in Libano

Generale, come giudica la missione italiana fino adesso?

Con un pizzico di presunzione mi sento di dire che si tratta di un bilancio estremamente positivo. La nostra fortuna è stata quella di aver operato in un territorio che già conoscevamo bene, visto che eravamo stati i primi a venire qui nel 2006, nel pieno della crisi tra Hezbollah e Israele. Anche il periodo successivo è stato difficile, contraddistinto da lanci di razzi da parte dei miliziani di Hezbollah e dalla risposta dell’artiglieria israeliana.

La presenza dei Caschi Blu italiani è servita a stemperare la tensione?

Abbiamo immediatamente attivato uno spiegamento di forze massiccio su tutto il territorio, svuotando le basi e mettendo in campo tutto il personale disponibile al fine di evitare una nuova escalation. Gli episodi ostili sono rimasti limitati a quei sporadici lanci di razzi e il contingente Onu ha dato prova di grande efficacia in un frangente difficile come questo.

Quali sono stati i problemi logistici?

Alcune delle basi dove operiamo oggi si trovavano in cattive condizioni, altre non esistevano affatto. Sono sorte dal nulla, grazie a uno sforzo encomiabile da parte del contingente. Ora il livello che abbiamo raggiunto è davvero alto. Nella base di Shama il personale dorme ancora sotto le tende, così come provvisorie sono ancora le sistemazioni di alcuni comandi, ma entro un paio di mesi al massimo realizzeremo i prefabbricati che si trovano in tutte le altre le nostre basi del settore occidentale.

Che situazione vi lascerete dietro?

La situazione oggi è stabile e, tutto sommato, calma. Qui da noi i giochi sono praticamente fatti e non si rileva un gran fermento in vista delle elezioni”.

Qual è stato il rapporto con le popolazioni locali?

La popolazione si rende conto della grande utilità di Unifil. Lo spiegamento massiccio di forze può anche risultare pesante e infastidire, ma è necessario, e questo la gente del posto lo sa bene.

Può dirci qualcosa delle attività “CIMIC” per dare aiuto alla popolazione?

Il nostro personale impegnato nelle attività di CIMIC ci mette ogni giorno del suo. Non si tratta di un lavoro di routine, impersonale, asettico. In questo tipo di operazioni la componente umana è importante almeno quanto quella materiale e la gente percepisce che dietro le divise ci sono uomini che stanno aiutando la popolazione civile.

Generale, cosa riporterà a casa dopo la missione?

La soddisfazione di esserci preparati 10 mesi prima della partenza con grande scrupolo e professionalità, addestrandoci ad affrontare le situazioni più rischiose. Non sono state registrate delle situazioni di vera allerta, ma siamo sempre stati pronti. Vedere realizzato in modo così efficace tutto quello per cui ci eravamo preparati, toccare con mano i risultati, è la più grande soddisfazione che potessi avere. Tutti i miei soldati faranno ritorno alle loro famiglie sani e salvi, così come sono partiti. Anzi torneranno a casa sicuramente arricchiti da questa esperienza.

Luca Pautasso

da L’Occidentale

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