La svolta storica dell’industria cinese

5 02 2009

cina

La Cina vuole acquistare autorevolezza sui mercati del mondo. E non più soltanto per la capacità del suo sistema economico interno, un mix tra socialismo reale e capitalismo sfrenato, di produrre un po’ tutto a costi irrisori e in quantità pantagrueliche. Ora la Cina vuole fare rima con qualità, affidabilità ed efficienza, termini che fino a ieri erano praticamente sconosciuti al suo vocabolario.

A dimostrarlo è l’atteggiamento assunto dal Governo e dalla giustizia di Pechino di fronte ai responsabili dello scandalo del latte alla melammina. La scure della magistratura cinese è calata senza alcuna pietà sulle teste dei colpevoli. Il verdetto della corte, infatti, è stato pesantissimo: tre condanne capitali, di cui una commutabile in ergastolo nel caso in cui il condannato dimostri entro i prossimi due anni ravvedimento e contrizione per il reato commesso. Il tribunale si è poi ancora prodigato in una sfilza di condanne durissime, una sequela di ergastoli impressionante: uno di questi, accompagnato da una sanzione multimilionaria, ha colpito la stessa imprenditrice a capo dell’azienda resasi responsabile di aver messo in vendita il latte contaminato pur essendo perfettamente a conoscenza dei terribili rischi in cui sarebbero potuti incorrere i consumatori.

Condanne esemplari, eclatanti, cui i media del «fu» Celeste Impero hanno voluto dare il massimo riverbero sulla ribalta mondiale. Segno palese che lo scandalo del latte avvelenato, costato la vita di sei bambini e l’intossicazione grave di decine di altri, ma soprattutto l’attenzione negativa del mondo e il black-out totale delle esportazioni di latte e prodotti caseari in genere, è una macchia enorme sul proprio curriculum commerciale che la Cina vuole cancellare al più presto. Per questo motivo, parallelamente alla proncuncia delle condanne, il governo di Pechino ha annunciato lo stanziamento di un maxi-fondo di quasi 90 miliardi di euro per rinnovare dalle fondamenta il sistema dei controlli sulla filiera produttiva alimentare.

La Cina vuole sottolineare due volte col lapis rosso dinanzi a tutto il potenziale bacino di investitori internazionali che casi come questi non accadranno più, mai più: chi ha sbagliato oggi paga carissimo, mentre da domani una rete efficientissima di esaminatori più che mai attenti (ne va del prestigio nazionale) impedirà che «errori» simili possano ripetersi.

Del resto la Tigre Rossa sa bene di non aver più spazio per sgarrare nemmeno di una virgola, se vuole poter continuare la marcia a larghe falcate alla conquista di fette sempre più consistenti del mercato internazionale. Soprattutto se quel che vuole sopra ogni altra cosa, come sta infatti accadendo adesso, è cambiare decisamente volto agli occhi del mondo, e farlo cambiare alla propria produzione nazionale. La Cina non vuol essere più il paese dove si produce di tutto, in grandissime quantità e a bassissimo costo, ma senza garanzie né per chi compra né tantomeno per chi lavora, e con una qualità dei prodotti finiti estremamente scadente. Ora la Cina punta proprio sulla qualità, che, seppur termine «new entry» del vocabolario, vuole già diventare parola d’ordine dell’imprenditoria nazionale, assieme a «fidelizzazione»: fidelizzazione di acquirenti che non vadano solo alla ricerca del «molto e subito», ma che possano fidarsi anzi ciecamente del pregio di ciò che decidono di comprare. Terminologie quali «sicurezza sul lavoro», «garanzie», «previdenza sociale» e altri che in Occidente abbiamo cominciato a masticare sin dai primi movimenti filo-operaistici dell’800, invece, sembra non troveranno asilo in Cina nemmeno questa volta. Ma, del resto, si sa: si fa quel che si può. E cosa sarà mai la qualità della vita e del lavoro di milioni di braccia, utile manovalanza, sì, ma pur sempre sacrificabile sull’altare dello sviluppo economico?

Quello di cambiare così decisamente rotta rappresenta un passo particoloarmente ambizioso per Pechino, visto che in questo settore «la legge dei grandi numeri», che in passato l’ha aiutata a scalzare via via quasi ogni forma di concorrenza occidentale in fatto di quantità e costi ridotti, non serve praticamente a nulla. Un passo che però appare inevitabile agli occhi della nazione asiatica, dato che la crisi economica mondiale non permette più gli stessi margini di manovra. Bisogna fare meglio di tutti su tutto. «Inter omnes semper excellere», per dirla alla dannunziana.

Si apre dunque per il paese asiatico un periodo importante di crescita e riforme, a partire dalla formulazione del nuovo codice commerciale che dovrebbe permetterle presto di affrontare una nuova metamorfosi nel passaggio da economia sempre meno pianificata ad economia sempre più di mercato. E lo scandalo del latte alla melammina, pur con i suoi tragici effetti e le sue conseguenze disastrose, potrebbe imprimere una forte spinta in questo senso. Proprio come il virus debellato da un organismo, che rende più efficace il sistema immunitario e più forte l’intero organismo.

Luca Pautasso

da Ragionpolitica

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2 responses

2 03 2009
alessia barbieri

Ritorna il caso “latte contaminato”. Ho sentito dire che è possibile fare ricorso per avere un risarcimento per il danno “psicologico” causato dall’eventuale somministrazione del latte inquinato ai propri figli. Mi è capitato di leggere questo articolo: http://www.carlorienzi.it/?p=60
Mi sapreste dare altre info sulla questione?

2 03 2009
bloodybishop

Gentilissima Alessia,
bisogna innanzitutto distinguere tra il caso riportato dal blogger da te citato, riferito ad un prodotto commercializzato da una multinazionale francese che vende i suoi prodotti anche in Italia, e quello del latte cinese alla melammina, che invece non ha mai valicato i confini della Cina. Si tratta di due questioni diversissime, tra le quali è bene non fare confusione.
Di casi di quest’ultimo tipo non se ne sono verificati in Italia, perché quel latte non è mai giunto sulle nostre tavole: la cosa, già di per se’, impedisce sul nascere una qualsiasi azione legale da parte dei consumatori italiani.
In secondo luogo, occorre sottolineare che la giustizia cinese si è sempre mostrata molto “protezionista” dinanzi alle cause sollevate all’estero contro un qualsiasi prodotto nazionale.
Basti citare il caso emblematico, e anche molto recente, di Fiat vs Great Wall. La casa automobilistica torinese aveva citato la concorrente cinese per via di Peri, un’automobile “fotocopia” della Panda. Mentre però il tribunale di Torino aveva punito il costruttore asiatico vietando l’importazione in Europa della vettura, infliggendo per di più multa alla Great Wall di 15mila euro per ogni “Peri” importata in Europa, diversamente è avvenuto in Cina, dove i tribunali hanno completamente scagionato il gruppo automobilistico Great Wall Motors.

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