E la goliardia resiste ancora

1 02 2009

feluca

No, non è morta la goliardia. Non sbagliano i giovani goliardi che ancora cantano queste strofe irriverenti durante le riunioni, le feste e gli incontri conviviali che si celebrano ancora in tante piazze d’Italia in un tripudio di manti, placche, piume, pendenti. Spesso sono così pochi che quasi non si vedono, confusi nel marasma delle università che vantano decine di migliaia di iscritti ma molti meno studenti con la maiuscola. Sotto la feluca che calzano in capo, però, lo storico berretto che contraddistingue gli studenti universitari italiani, pulsano ancora con forza principi, ideali e valori di fratellanza, amore per la vita e per gli anni spensierati della gioventù che sono vecchi mille anni ma non li dimostrano.

Da Torino a Bologna, da Genova a Ferrara, a Padova, Pisa, Parma, a Milano e a Roma, così come a Perugia, Camerino, Palermo, Firenze e Verona. I goliardi ci sono, esistono e resistono. Ridono del mondo perché sanno innanzitutto ridere di se stessi. Utilizzano rituali e linguaggi desueti per trasmettersi nozioni e valori mai invecchiati per davvero. Spesso questo li espone agli attacchi e alle accuse di chi, ignorando il loro essere e non sforzandosi di capire, cerca di additarli per qualcosa che non sono: ora fascisti, ora massoni, ora esoteristi, o nel migliore dei casi, sciocchi, fatui, o ancora sfaticati perdigiorno, perdenti. Vestono paramenti bizzarri che paiono anacronistici agli occhi di chi non sa vedere che quella non è moda, bensì il retaggio della storia. Hanno gerarchie e leggi rigidissime, che non possono in alcun modo essere infrante, ma che tra loro si esortano l’un l’altro ad aggirare con arguzia e destrezza. Lo san bene, ad esempio, quelle matricole che, costrette dagli “anziani” a pagare a suon di bottiglie di vino o liquore il fio della loro inferiorità, le portano vuote ai loro gabellieri ghiottoni, magari elogiando con gran faccia tosta le qualità del nettare un tempo contenuto al loro interno, e ormai scrupolosamente scolato. I goliardi sono forse gli unici rimasti a ricordare ancora che l’essere studenti universitari significa fare parte di qualcosa di davvero grande, e non semplicemente il dover colmare un libretto di voti più o meno lodevoli ottenuti con lo stesso atteggiamento con cui, qualche anno prima, avrebbero affrontato un esame di maturità particolarmente complesso, solo per poi ricevere in cambio un gran pezzo di pergamena da inchiodare in bella vista a una parete. I goliardi non vanno all’università, loro sono l’università. Quella dei primordi, quella delle comunità medievali di studenti e discenti in cui non esisteva ancora la dicotomia tra chi siede dietro una cattedra e chi dietro un banco, in cui il sapere non era una merce di scambio né un servizio, bensì una ricerca comune e una comune crescita.

Interrogate un vecchio goliarda, qualcuno che abbia avuto vent’anni durante gli anni ’60 del secolo scorso, o ancora prima, e lo sentirete raccontare che ai suoi tempi, all’università, la goliardia o si faceva o si subiva. Non c’era via di scampo. Nel senso che chi non entrava a far parte della sarabanda goliardica finiva inevitabilmente per diventare la vittima predestinata dei suoi lazzi e dei suoi tiri mancini. Oggi, invece, nell’era in cui le città sono in grado di offrire innumerevoli occasioni di divertissement a chi sia in cerca di un’occasione per sollevare gli occhi dalle “sudate carte”, la goliardia la si sceglie. E si diventa goliardi per un gesto di consapevolezza, per desiderio di distinguersi, per sfida a se stessi, persino per vocazione. Perché ne si condivide lo spirito, certo, ma, soprattutto, perché si impara ad amarla dello stesso amore incondizionato che a vent’anni si ha per la vita. Come e perché questo accada, però, non sanno spiegarlo nemmeno gli stessi goliardi. In fondo è un po’ come voler spiegare a qualcuno perché piace il mare piuttosto che la montagna. È così, e non c’è niente da spiegare. Punto e basta.

Oggi la goliardia è una delle poche cose ancora in grado di far ricordare l’università com’era un tempo, quand’era nata, quando davvero era universitas studiorum, universitas sapientiae, il crogiolo di menti che forgiava gli ottimati del suo tempo ed elevava i suoi studenti verso qualcosa di altrimenti irraggiungibile, prima che la moderna deriva la trascinasse sempre di più verso l’assomigliare a uno strano mostro a metà tra laureificio di massa e leviatano burocrate.
E poi da sempre, oggi come ieri, la goliardia è ed è stata una voce forte contro il conformismo ottuso e la massificazione che appiattisce e livella. Era un anticonformista ieri, il goliarda, quando con i suoi sberleffi irrideva i potenti, mentre tutti gli altri chinavano il capo in silenzio. Ed è un anticonformista ancora oggi, perché va orgoglioso dei suoi valori, mentre tutti gli altri non ne hanno più nemmeno un briciolo e perché ricorda ancora cosa significa saper ridere dei poteri forti in un’epoca in cui troppo spesso persino la satira degenera in volgare oltraggio oppure, ancora peggio, in calunnia.

Il goliarda di oggi ha riacquistato anche la sua romantica ed affascinante dimensione picaresca, quella dello studente squattrinato che deve sapersi procacciare con il solo ausilio del proprio intelletto tanto gli studi quanto gli svaghi. Quaranta e più anni fa, infatti, frequentare da studente le aule universitarie significava il più delle volte provenire per censo e per nascita dalla classe egemone, e avvalersi dunque dell’appannaggio quasi esclusivamente riservato a quelle famiglie le cui sostanze potevano sopportare senza grosse difficoltà lo sforzo economico onerosissimo di mantenere agli studi i propri eredi. Oggi, invece, l’università di massa ha portato in auge la figura dello studente lavoratore, a metà tra l’eroico e il donchisciottesco, sempre in bolletta, sempre in angustie per l’affitto da pagare, le rate da onorare e i costosissimi libri da comprare, ma ciononostante capace di provvedersi anche la giusta e meritatissima razione quotidiana di svaghi, da consumarsi preferibilmente sino alle ore antelucane in compagnia di amici altrettanto giocosi o, perché no, di qualche graziosa fanciulla.

Proprio come nel medioevo, il goliarda è colui il quale, in una società regolata dalla legge del più forte, rifugge e anzi dileggia la violenza come extrema ratio dei soli ottusi, preferendo e anzi cercando il confronto verbale, la tenzone culturale, l’argomentazione acuta, fosse anche soltanto per dimostrare all’interlocutore intrattenuto davanti ad un bicchiere di vino che le nuvole siano fatte di panna, che l’alto sia basso e il nero sia bianco, o, con l’impudenza e la sfacciataggine che da sempre lo contraddistinguono, che la regina d’Inghilterra sotto le vesti calzi una guepierre.

Il goliarda è colui il quale, incompreso dallo sguardo miope del popolino, che troppo spesso ignora ciò che egli rappresenta per davvero, si fa beffe dello scherno altrui e anzi schernisce a sua volta, abbindolando il “filisteo” di turno tra scherzi, lazzi e giochi di parole per scucirgli un obolo e una risata, che faranno entrambi da piacevole condimento della serata. La chiamano “questua”, i goliardi, mutuando il nome proprio dall’atto dell’elemosinare. Ma il goliarda non chiede mai la carità, anzi: questuando, è un po’ come se rivendicasse scherzosamente il suo diritto di studente universitario, e quindi di ottimate, di riscuotere la giusta gabella da chi gli sta sotto per senno, acume e conoscenza.

Eppure, come del resto ogni cosa che vanti un’identità forte e poco propensa all’annichilimento, il goliarda e la goliardia subiscono il riflusso degli attacchi che il relativismo del sapere, dei valori e della conoscenza perpetrano ai danni della società che li circonda. Ieri la goliardia ha avuto per nemico il ’68, che nel suo sforzo di far dilagare nuovi e rivoluzionari valori voleva a tutti costi fare piazza pulita di quelli “vecchi”. Oggi la goliardia ha per nemico una società che tende sempre più a somigliare a un gregge, che di valori non ne ha e non ne cerca, anzi, svende i pochi che ancora gli rimangono e attacca chiunque ne difenda qualcuno.

È soprattutto per questo che trovare più di cento goliardi tutti assieme nella stessa piazza a fare festa sta diventando sempre più un’impresa. Ci sono cassandre che vedono in tutto ciò terribili presagi di sventura, tenebrose anticipazioni di una fine ineluttabile. Altri, come chi scrive, sono invece convinti che tutto questo rappresenti invece solo un duro e doloroso passaggio verso una nuova età dell’oro. Tanto per la goliardia quanto per il resto del mondo. Perché, fino a quando ci saranno una storia e dei valori da tramandare, una canzone sboccata, un lazzo salace, e un bicchier di vino con davanti uno studente sveglio a sufficienza per comprendere che non si tratta di preoccuparsi se quello sia mezzo pieno o mezzo vuoto, ma che sia invece sempre piena davvero la gioventù dei propri vent’anni, allora ci sarà goliardia.

Gaudeamus igitur.

Luca Pautasso

da FFWebmagazine

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5 responses

29 11 2009
SìPerò

Grazie per questo articolo quasi sognante
eppure così veritiero.

“No, non è morta la Goliardia; viva l’amore, viva l’amore.
No, non è morta la Goliardia; viva l’amore e la libertà”.

una goliarda patavina

15 03 2010
PV

Nella citazione delle città manca Pavia….!

30 07 2011
Milite

bello, scritto bene e pienamente condivisibile. me lo sono bevuto

31 07 2011
alexprior sciaquonis

finchè ci sarà un solo pileo ci sarà la goliardia!!!

2 08 2011
Elena

Caro il mio Pautasso, bravo!!! Hai trovato le parole per definire il mio atavico pensiero. Ci sono frasi di questo tuo scritto che colgono a pieno cià che è. Bravo

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