L’indipendenza difficile della Groenlandia

30 01 2009

groenlandia

Bye  bye, Copenhagen. I circa 60 mila abitanti della Groenlandia salutano sorridendo e agitando simpaticamente le mani inguantate nelle tradizionali muffole in pelle di foca una «ex-patria» lontana miglia e miglia dalle loro coste, a cui erano rimasti legati fin dai primi anni dell’800: la Danimarca. A sancire la definitiva separazione dello Stato nordeuropeo dalla sua lontana e gigantesca propaggine artica sono stati gli esiti del referendum con cui, sul finire di novembre, gli isolani hanno detto «aap», «sì» in lingia groenlandese, alla secessione. Festeggia la popolazione di etnia inuit, che rappresenta la stragrande maggioranza di quei 57 mila abitanti dell’isola alle falde del circolo polare artico: sebbene già dal 1979 godesse di una speciale forma di indipendenza e autogoverno, finanziata con elargizioni annue dalla Danimarca di 400 milioni di euro, l’indipendenza è stata salutata un po’ da tutti come un passo politico indispensabile. Un addio senza odio e rancore, per carità, visto che gli ex «dominatori» si erano dimostrati fin dall’inizio molto più «morbidi», rispettosi e accondiscendenti di tanti altri paesi colonialisti. Ma pur sempre un addio. A che prezzo, però?

Non sono però solo i groenlandesi a festeggiare. Anche gli analisti economici si fregano le mani. Perché adesso gli inuit si trovano a dover gestire tutto da soli un vero e proprio tesoro, capace di far schizzare il loro ora modestissimo Pil fino a cifre con tanti, tantissimi zeri. Nel sottosuolo della più grande isola del mondo si celano infatti miniere ricchissime di oro, diamanti, zinco, solo per citare le materie prime più preziose. E poi l’uranio, indispensabile per estrarre l’energia derivata dall’atomo, lo niobio, rarissimo dappertutto tranne che in Groenlandia, che viene principalmente impiegato nella produzione di leghe metalliche speciali ed in saldature ad elevata resistenza, e infine il tantalio, largamente utilizzato in medicina per fabbricare strumenti chirurgici e impianti di protesi intracorporee, viste le sue proprietà fisiche che scongiurano qualsivoglia rischio di crisi di rigetto.

Ma c’è anche il petrolio, e pure in grande quantità, cosa che, in un periodo in cui la «fame» mondiale di energia è in continua crescita, equivale ad avere sotto i piedi del denaro contante, fuori dallo stretto circuito del club Opec. In più, sulle coste groenlandesi del nord ovest, il progressivo ritiro dei ghiacci sta liberando un nuovo passaggio marittimo che mette quasi a diretto contatto la fascia costiera russa con quella nordamericana, e potrebbe dunque rappresentare nei prossimi anni uno dei più appetibili canali commerciali marittimi. Un’altra importante fonte di reddito per la Groenlandia che, potendone ovviamente reclamare la sovranità, sarebbe quindi la principale beneficiaria del nuovo passaggio. Davvero una bella differenza, insomma, rispetto a quella che fino ad oggi è stata la principale fonte di reddito dell’isola, ovvero la pesca, che da sola copriva più del 90% delle esportazioni.

La domanda, ora, è se, ma soprattutto come, il neonato governo della nazione più giovane del mondo riuscirà a gestire un paese con 57 mila abitanti concentrati quasi interamente sulla fascia costiera di un territorio di 2,2 milioni di chilometri quadrati, circa sette volte l’Italia, e nemmeno un esercito. I primi passi della Groenlandia da paese indipendente rischiano di rivelarsi estremamente difficili, e di lasciare l’isola in balia degli interessi economici che gravitano attorno all’immensa quantità di materie prime di cui può disporre. Per una nazione così piccola e di così recente costituzione (neanche un mese), i vicini di casa geografici come Usa, Russia e Canada rischiano di rivelarsi davvero scomodi e difficili da gestire.

Fino a ieri, il mondo considerava la Groenlandia solo come uno degli angoli più inospitali del pianeta. Un posto da cui tenersi alla larga, insomma, specie con le rotte dei traffici commerciali marittimi, per non incappare in uno dei giganteschi iceberg che sembravano essere l’unico «prodotto tipico» degno di nota di tutto il paese. Adesso che la spessa calotta bianca che ricopriva quasi tutte le terre emerse sta diventando sempre meno spessa, tanto da lasciare liberi giorno dopo giorno nuove distese di territorio inesplorato, le cose stanno cambiando. Perché sotto quelle terre si nascondono chissà quanti milioni di barili di oro nero, e chissà quante tonnellate di gemme, oro e altri metalli pregiati. Gli ingredienti per una pericolosa corsa agli accaparramenti, a scapito delle popolazioni locali, del patrimonio naturale e ambientale, e persino di un effettivo mantenimento dell’appena conquistata indipendenza politica ed economica, ci sono dunque tutti quanti.

Luca Pautasso

da Ragionpolitica

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